Quote rosa.

Vedo sui giornali che si torna a discutere della piu’ solenne cazzata che si possa pensare “le quote rosa”. Spacciate come una legge progressista, si tratta di una legge tra le piu’ oscurantiste e discriminatorie che io abbia mai visto.

E non e’ discriminatoria verso gli uomini, ma verso le donne.

Il processo che porta ad accettare tale legge e’ lo stesso che produce i posti riservati agli handicappati nei ministeri. Esistono (in genere sono portinai o uscieri) tutta una serie di impiegati che usufruiscono di quote per persone disabili.

La genesi di tali leggi e’ circa questa:

Un disabile fatichera’ a trovare lavoro, poiche’ i suoi limiti fisici sono tali da impedirglielo. Il governo deve farsi carico delle esigenze di dignita’ di queste persone, cui altrimenti la dignita’ sarebbe negata.

A questo punto, il governo interviene dicendo che qualora il posto sia adatto ad un handicappato, allora deve darglielo intervenendo sulla meritocrazia.

Ovviamente la legge non va mai nel dettagilio di quanto e’ “implicito in queste ammissioni”:

Il resto della societa’ non produce posti di lavoro per handicappati, quindi deve farlo artificialmente il governo. Il resto della societa’ non produce handicappati in grado di competere: perche’ non abbiamo un Hawkins?

Sulla prima ci sarebbe da preoccuparsi.La seconda e’ piu’ “soft”, nel senso che non ci sono tanti Hawkins neanche tra i “non handicappati”. Ma rimane il fatto che ci sarebbe da indagare il meccanismo per il quale tra gli handicappati ci siano pochi laureati, o simile.

Probabilmente le due considerazione potrebbero essere riassunte in questo modo:

La societa’ produce poche occasioni spontanee di crescita intellettuale e lavorativa per gli handicappati, ergo il governo ne crea di artificiali.

E qui si realizza la mia tesi: l’ artificialita’ di queste occasioni non e’ una soluzione, ma un cosiddetto workaround. A prescindere dal fatto che la persona abbia uno stipendio e una sistemazione , rimane il concetto che si tratti di un mercato del lavoro artificiale, costruito per la semplice ragione che il mercato del lavoro spontaneo non ha posto per queste persone.

Il motivo per il quale questa soluzione viene tollerata e’ riassumibile in due considerazioni:

Esistono dati oggettivi circa il fatto che vi sia necessita’ di un mercato artificiale, cioe’ lo stato di infermita’ di queste persone. Sebbene il mercato del lavoro artificiale di fatto produca un privilegio, esso e’ ricompensato sia dal basso numero di privilegiati, sia dall’entita’ tutto sommato esigua della compensazione (posti di lavoro da portinai o
uscieri) sia dalla condizione tutto sommato disagiata in cui queste persone versano. Il mercato artificiale del lavoro e’ artificiale quanto una gamba di legno: e necessario quanto una gamba di legno.

Adesso pero’ facciamo un altro esempio: supponiamo che si noti come ci siano pochi rodigini nelle file del governo. Non so quanti siano gli abitanti di Rovigo in parlamento, ma facciamo per ipotesi che fatichino a superare gli argini del Po per arrivare a Roma, datosi che tali argini sono notoriamente cedevoli.

Cosa succederebbe se facessimo le quote rovigotte per il governo?

Ovviamente, apparirebbe come un’ingiustizia. L’abitante di Rovigo e’ perfettamente in grado di fare politica e di farsi strada da solo esattamente come uno di Ferrara . Non c’e’ alcuna situazione straordinaria a giustificare il fatto che si costruisca uno spazio artificiale solo per loro.

E qui e’ il punto: la costruzione di uno spazio artificiale e’ profondamente legata alla constatazione (o alla credenza) secondo la quale una qualche circostanza impedisca ai soggetti di farcela altrimenti.

Nel costruire le quote rosa, come nel costruire le quote per gli handicappati, si afferma che:

I soggetti appartenenti alla classe da tutelare soffrano di qualche intrinseca e materiale limitazione, tale per cui non sono in grado di sfruttare le occasioni naturali offerte dalla societa’. E’ necessario un intervento compensativo di tali limitazioni, che aggiunga un vantaggio artificiale tale da compensare l’entita’ di tali limitazioni. Questo discorso ovviamente parte dall’idea che la legge si fondi su un giudizio nei confronti della donna. Ma, mi diranno i piu’ logici, potrebbe essere un giudizio su altre cose.

Possiamo esaminare anche le alternative, che in fondo sono solo due. La soluzione , oltre a basarsi su un giudizio sulle donne, potrebbe basarsi su altri due giudizi:

Un giudizio sul resto della societa’ , cioe’ sulle non-donne, cioe’ sugli uomini. Lo chiamero’ approccio maschilista o anti maschilista, a seconda. Un giudizio sul resto della societa’, COMPRESE LE DONNE, cioe’ sulla globalita’ della societa’.

Nel primo caso, si dice che poiche’ le non-donne (cioe’ gli uomini) in qualche modo realizzano un meccanismo che impedisce alle donne di fare politica.

Questo e’ semplicemente ridicolo: se esistesse un meccanismo simile, si tratterebbe di una forma di competizione per eliminazione. Ci sono io, il maschio, che tento di eliminare una donna in quanto donna. Ovviamente, la situazione e’ analoga a quella in cui io, maschio, tento di eliminare un altro maschio in quanto maschio.à

In entrambi i casi otterremmo una partita che si concludera’ con una vittoria o una sconfitta. In un sistema competitivo, tutti sono in competizione con tutti, non soltanto gli uomini contro le donne.

Affermare che i maschi tengano le donne fuori significa affermare che le donne non siano capaci di batterli. In ogni caso, quando la volonta’ di A entra on conflitto con la volonta’ di B, si otterra’ una partita nel quale vincera’ chi gioca meglio.

E’ possibile che chi (l’uomo) sta gia’ in posizione privilegiata possa vincere per via della sua posizione, ma questo non spiegherebbe come mai il competitore maschio riesca invece a scalzare dalla poltrona anche il piu’ potente di lui.

In definitiva, affermare che una parte della societa’ limiti l’altra parte e’ del tutto ridicolo. In generale, se ho dieci ottimi tecnici donna, e li rifiuto, il risultato e’ che andranno alla concorrenza. E comunque, essendo il mio rifiuto un atto ostile, otterro’ una partita nella quale potrei perdere. La teoria del maschilismo non spiega come mai ogni uomo si dovrebbe accollare questa massa di partite (nelle quali potrebbe venire sconfitto) contro tutte le donne cui rifiuta l’ingresso in politica.

Nel caso in questione, se accettiamo che i partiti non abbiano proposto donne come ministri, dobbiamo chiederci per quale motivo i responsabili di questi partiti accettino di avere contro le loro stesse personalita’ femminili, che potrebbero decidere di battersi per ottenere le posizioni di ministro.

In definitiva, l’ipotesi del maschilismo richiede una certa collaborazione, o perlomeno una certa accettazione, da parte delle donne stesse. Quando “IO” dico “no” a Mussi, so che Mussi si battera’ contro di me per ottenere il posto da ministro, o che perlomeno cerchera’ di guadagnare consensi ed importanza fino a sopraffarmi e piegare la mia volonta’. Quindi, per evitare di avere nemici ovunque (piu’ o meno abili nello scontro frontale e non) sono costretto a compensare Mussi , sebbene neppure questo mi garantisca che Mussi mi pugnali alle spalle per avere il posto.

La verita’ e’ che, se si tratta di scelte maschiliste, chi le fa ritiene che:

Ci sia un certo grado di accettazione di tali scelte. Ci sia un certo grado di incapacita’ tale per cui non bisogni temere nulla dalle persone emarginate.

In entrambi i casi, quello che sembrava un giudizio sugli uomini si rivela fondato nuovamente su un giudizio sulle donne.

E, come giudizio, sembra bruttino: in pratica si sta dicendo che esiste uno scontro fra uomini e donne, e poiche’ presumiamo che le donne perdano , cioe’ che siano incapaci di vincere in quanto donne, cambiamo a loro favore le regole.

Destinare il 30% dei posti alle donne equivale ad affermare che nemmeno una donna su tre e’ in grado di sopravvivere in uno scontro con un uomo. E che nemmeno una donna su tre e’ in grado di mettere un campo una retaliation nel caso in cui venga esclusa.

La teoria secondo cui i maschi maschilisti siano in grado di escludere le donne da qualcosa implica che le donne non siano in grado di battere i maschi maschilisti in una competizione politica.

La terza opportunita’ e’ quella che la legge derivi non da un giudizio sulle donne, non da un giudizio sugli uomini, ma da un giudizio verso la societa’ nel suo complesso: avremmo esaminato tutti i casi , quello in cui si dia un giudizio sulle donne, quello sulle non donne, quello su entrambi.

Ma torneremmo al punto di partenza: destinare il 30% dei posti alle donne significa pensare che in condizioni normali, nemmeno una su tre possa farcela sia a scalzare il competitor maschio, sia a scaltzare una competitor donna. Cioe’ si sta sempre affermando la stessa cosa: esiste un gruppo di persone, in questo caso formato SIA da altre donne che da altri uomini, che e’ capace di sopraffare il 70% e piu’ per cento delle donne impedendo loro di entrare in politica.

Entrambe le ultime due teorie non stanno in piedi. Se era di qualche difficolta’ logica dimostrare la falsita’ della teoria maschilista, e’ assai semplice dimostrare falsa quella della societa’ maschilista, donne comprese.

Avrei una mia teoria, su questo fatto: e cioe’ quella secondo la quale la stragrande maggioranza delle donne italiane non intendano affatto fare politica.

Un tempo le femministe dicevano che il maschilismo relegava le donne ad alcuni lavori. E cioe’ dando per scontato che le donne vogliano fare tali lavori, con la stessa determinazione degli uomini.

In tutta onesta’, e’ quello che vedo qui in Germania. Ma qui, la quantita’ di donne in carriera e’ altina, e il cancelliere si chiama Angela.

E questo mi fa tornare alla mente i discorsi che sentivo fare quando ero all’universita’. Le mie colleghe, in buona parte (ovviamente parlo in senso statistico e non in senso assoluto), non consideravano di studiare per poi lavorare.

Stavano dicendo: io ci provo. Prendo la laurea e vedo se:

Posso trovare facilmente un lavoro. Se trovare un lavoro e’ troppo difficile, mi do’ all’insegnamento. Se nemmeno questo e’possibile, trovo un lavoro in campi diversi dalla laurea, tanto il mio reddito sara’ sempre un reddito di supporto a quello del mio compagno. Ovviamente, trovero’ un compagno in virtu’ del quale mettere a frutto la laurea sara’ sempre qualcosa di parzialmente opzionale. Il loro ragionamento era, essenzialmente, quello che alla fine lo scopo della laurea, e il progetto di vita, presentava una distorsione forte nella misura in cui entrasse in gioco l’ipotetico compagno, il quale avesse come requirement il fatto di fornire il reddito forte di casa, o almeno il principale, e di realizzare le ambizioni lavorative con vantaggio per entrambi.

Se in questo il maschio avesse fallito, ovviamente sarebbe stato un problema: al maschio la mancata realizzazione professionale o economica non e’ tollerata. Il fallimento non e’ un’opzione. Il maschio deve trovare un vero lavoro con un vero reddito, in quanto sara’ il vero pilastro essenziale della coppia.

Al contrario, alla donna il fallimento professionale o economico e’ tollerato, in quanto e’ accettabile il ripiego su obiettivi piu’ tradizionali.

Mentre un uomo disoccupato e’ semplicemente un disoccupato, cioe’ un fallito, la donna disoccupata e’ semplicemente una ragazza casalinga in attesa di sposarsi.

Mentre un uomo deve avere un impiego stabile e un reddito principale , oppure ha fallito, loro davano per scontato che lo stesso fallimento fosse tollerabile: e’ vero che prendero’ di meno, ma siccome ci sara’ anche il reddito di lui, sara’ sufficente.

Non ci vuole molto a capire cosa produrra’ una cosa simile: loro tenteranno UNA volta, o comunque un numero di volte per loro ragionevole, di raggiungere gli obiettivi. Poiche’ non sono COSTRETTE a raggiungerli, possono rinunciare alla lotta ed uscire di campo quando vogliono, ripiegando su qualcosa di meno.

Ovviamente, in termini di impegno e determinazione questo produce un calo che da solo spiega come mai non ce la facciano: non ci provano abbastanza.

Siamo di fronte ad uno che lotta per sopravvivere di fronte ad una che lotta per hobby, sapendo che dopotutto puo’ uscire di campo se la lotta si facesse troppo dura.

Ovviamente, il loro avversario non fa altro che alzare il livello di scontro, allo scopo di ottenere il ritiro VOLONTARIO della concorrente. Dopotutto, lei e’ felice anche come casalinga , o con meno ambizioni.

In definitiva, credo che il motivo per il quale ci sono poche donne in politica in Italia sia dovuto al fatto che le signore si impegnano ma fino ad un certo punto, pensando (o illudendosi) di avere un ripiego accettabile e dignitoso, quello di trovare un uomo al quale attaccarsi e farsi trainare economicamente, o semplicemente cui sommare i propri miseri risultati.

E questo, con le quote non si risolve. Si otterranno donne che riempiranno la quota, ottenendo magari un terzo dei ministri.

Ma il posto di premier e’ uno. E se la donna non si batte, e lo fara’ ancora meno con una bella quota comoda e certa, non si battera’ per il ruolo di premier.

E siamo sempre al punto di partenza.

Il problema delle presenza femminili non e’, cosi’ come il problema degli handicappati, quanti di loro siano in posizioni accettabili. Il problema e’ “quanti di loro siano in posizioni qualsiasi” . Ma se possiamo facilmente scrivere una regola per la quale gli handicappati hanno un certo numero di posti come portinai, non possiamo scrivere una regola che produca altri Hawkins.

E allo stesso modo per le donne, possiamo scrivere una regola che decida una percentuale di ministri o di parlamentari o di candidati.

Ma per la Merkel o per una Tatcher , ci vogliono proprio una Merkel o una Tatcher. Cosi’ come per fare un Hawkins ci vuole proprio un Hawkins.

E se non abbiamo a disposizione queste persone, non e’ certo con le quote rosa che le otterremo.

Con le quote rosa semplicemente certificheremo il fatto che non le abbiamo.

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