Ecco i primi conteggi

di Uriel Fanelli 9 dicembre 2008

Puntualmente, a fine anno arrivano i dati sulla produzione industriale italiana, e vengono allo scoperto gli altarini. Il crollo della produzione , infatti, e’ stato fortissimo nei primi mesi dell’anno (quando non si parlava ancora di crisi finanziaria) e paradossalmente si e’ affievolito verso gli ultimi mesi.

Questo andazzo porta alla luce un fenomeno che e’ tipico delle crisi economiche. E che non succede per la prima volta.  Si tratta della tendenza di scaricare tutte le magagne dei tempi trascorsi sull’evento appena successo. Un po’ come quelli che hanno mal di schiena da sempre, hanno un incidente stradale e “caricano” il vecchio mal di schiena sull’incidente per farsi pagare le cure.

Non e’ la prima volta che succede: ricordate l’ 11 settembre? Nell’ 11 settembre qualche terrorista riusci’ ad abbattere due condomini di Manhattan , causando un danno pari allo 0.000003% del PIL americano. Il numero di morti, 2800 e rotti, era del tutto inferiore, per dire, al numero dei soldati morti in Iraq, o degli omicidi avvenuti in un anno.

Eppure, l’economia americana si fermo’. La versione ufficiale dice che fu l’ 11 settembre a produrre la crisi, ma le cose non stanno cosi’: era scoppiata una bolla che doveva scoppiare da anni, e si scelse di farla scoppiare proprio in quel momento, poiche’ in quel momento si sarebbe guardato meno agli errori.

In generale, il manager che fallisce teme di essere giudicato. Mal giudicato. Ovviamente , l’ideale e’ quello di nascondere i propri fallimenti dentro un disastro piu’ generale che non sia colpa di nessuno.

Per esempio, il buon Profumo paga in questi mesi il conto di scelte sbagliatissime, di acquisizioni senza liquidita’ e di un forecast quasi inventato di sana pianta.

In condizioni normali, Profumo avrebbe dovuto fare le valigie. Poiche’ c’era una crisi grave in corso ( e nessuno destituisce il capitano nel mezzo di una bufera) , non solo Profumo si e’ salvato ma ha potuto scaricare una parte delle sue colpe sulla crisi in corso.

Allo stesso modo, la crisi della produzione industriale italiana arriva da lontano. La stessa Fiat, nonostante gli sforzi eroici di Montezemolo & Marchionne, paga la fine di una tecnologia, unitamente ad un middle management inamovibile e parassitario.

Questi problemi vengono, pero’, da lontano. Vengono dal mondo delle cassaintegrazioni concesse alla Fiat in cambio di assunzioni  “politicamente guidate”. Di conseguenza, non stupisce di vedere un dato di produzione in calo da Gennaio: il calo era gia’ in corso da ben prima.

Lo stesso vale per le imprese italiane, che sono da sempre malate di arretratezza tecnologica e mancanza di ricerca: sono ormai dieci anni che la produzione industriale cala , di anno in anno. Il dato vero e proprio, pero’, e’ che adesso c’e’ la CRISI.

E siccome c’e’ la CRISI, tutta la colpa e’ sempre e comunque della crisi: nella speranza di piangere abbastanza forte da convincere il governo a sganciare un pochino di soldi.

In generale, la crisi (ogni crisi diffusa ed ogni evento negativo) non fanno altro che attirare tutti coloro che cercano un capro espiatorio per fallire dando la colpa a qualcun altro. Questo e’ un cosiddetto “effetto valanga”, che puo’ amplificare un singolo evento per via dei manager furbi in cerca di scuse.

Per questa ragione il semplice abbattimento di grossi condomini a New York ha depresso un’economia gigantesca come quella USA, che di per se’ puo’ permettersi di ricostruire ben piu’ di due palazzi.

Quello che bisogna capire ora e’ che questa crisi sta per produrre una delle piu’ grandi ristrutturazioni economiche della storia. In queste condizioni, chi riesce a sopravvivere con le proprie gambe ovviamente va salvato: un modello di aiuti da concedere dovrebbe essere “se fai un utile in condizioni cosi’ difficili , lo stato ti dara’ la stessa cifra in aiuti”.

Ma chi non riesce a sopravvivere, non va salvato, ma aiutato a fallire. Ci sono molti modi di farlo: un buon sistema puo’ essere quello di un istituto pubblico, finanziato con un fondo sovrano, che assorba queste imprese, azzeri i management, e le fonda/rivenda (secondo delle logiche di utilita’ nazionale) ome preferisce.

Ma il concetto rimane questo: nei periodi di ristrutturazione aziendale, far sopravvivere la zavorra non fa altro che rallentare la ristrutturazione, facendo in modo che termini dopo il corrispondente processo dei paesi concorrenti.

Sono quindi d’accordo agli aiuti statali: alle aziende che ce la fanno. La formula “aiutiamo chi va male” non ha senso alcuno. Gli americani dovrebbero capire che se Ford e Gm vanno una meno male dell’altra quella che va aiutata e’ quella che va MEGLIO, non quella che va peggio.

Lo stesso vale per l’ Italia. Se Ducati va “meno peggio” di Fiat, il governo dovrebbe aiutare Ducati e non Fiat: nella peggiore delle ipotesi, prima o poi Ducati comprera’ Fiat, ovvero il management migliore cancellera’ il peggiore.

Si e’ invece fatta strada un’idea strana, cioe’ che gli aiuti vadano dati nella direzione di soffocare le regole di mercato, il che e’ del tutto assurdo: se lo scopo degli aiuti e’ di reimmettere liquidita’ nel sistema economico, non fa differenza finanziaria se la liquidita’ entra attraverso Fiat, attraverso Ducati o attraverso Piaggio:  fa differenza , invece, il fatto che stiamo premiando il management piu’ incapace usando soldi presi dai manager piu’ capaci.

Esiste, cioe’, una logica che salva capre e cavoli: premiare il migliore. Non si tratta di una cosa strana: nello sport e’ normale che il migliore sia quello che sale sul podio. In una brutta partita, accettiamo anche che ci salga il “meno peggiore”.

Ebbene, c’e’ una logica che permette di salvare il mercato E immettere liquidita’ nel mondo delle imprese, SENZA distorcerlo gonfiando aziende che dovrebbero fallire: la concessione di fondi intesi non come “aiuto” per chi soccombe, ma come “premio” per chi non soccombe.

La proposta dei governi dovrebbe essere molto semplice: ho un budget di tot miliardi, e andranno a quelle aziende che subiscono MENO danno dalla crisi, cioe’ a quelle che sopravvivono meglio. Concedendo i fondi in tranches trimestrali, una per quarter, dopo la pubblicazione dei bilanci agli azionisti, ilrisultato sara’ di consentire la ristrutturazione del mercato SENZA perdere di vista il bisogno di capitale.

Lo stesso si potrebbe fare anche su piccola scala: dare finanziamenti a quelle attivita’ che sopravvivono meglio, con perdite inferiori e situazioni patrimoniali migliori, lasciando fallire gli altri.

Oggi, cioe’, ci troviamo a contrastare due forme di opportunismo che potrebbero frenare la ristrutturazione economica:

  • L’opportunismo di quei manager che non pagano per i danni causati adducendo come scusa per i pessimi risultati la crisi generale, quando spesso (spessissimo) si tratta di risultati dovuti alla pessima conduzione.
  • La mentalita’ secondo la quale si debba aiutare il peggiore, cioe’ quello piu’ in difficolta’, anziche premiare il migliore: se dobbiamo iniettare liquidi nel mercato, scegliamo il canale giusto.

Erogare gli aiuti in ordine di merito, cioe’ erogarli sotto forma di premio e non sotto forma di aiuto, secondo me risolve entrambi i problemi. Da un lato costringe il manager a confrontarsi con il fatto che un’altra azienda nella stessa crisi sia in condizioni migliori. Lo costringe perche’ la sua azienda non ricevera’ dal governo alcun premio.

Risolve ovviamente la seconda problematica, perche’ aiutando un’azienda che perde meno o guadagna di piu’, gli stessi soldi produrranno un effetto piu’ benefico per l’economia.

Dare soldi a GM, che e’ indebitata con le banche, non e’ aiutare l’industria: e’ aiutare le banche, dal momento che la prima cosa che GM fara’ sara’ pagarci i debiti con le banche, e questo in ultima analisi beneficera’ le banche piu’ che GM.

Se vogliamo aiutare l’industria dobbiamo fornire i soldi a quelle imprese che vanno meglio, in modo che vengano reinvestiti e non semplicemente usati per chiudere debiti con le banche. Altrimenti staremo nuovamente finanziando le banche.

Uriel

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