Default II

Il post sul default che ho scritto ha fatto piovere una caterva di luoghi comuni (provenienti dalla dialettica politica ” io-ho-salvato-il-paese-dal-default, mi si sazi di fellatio“) riguardo alla situazione di default. Vedro’ di smentirli brevemente, per spiegare che oggi come oggi ci troviamo in una fortunata situazione nella quale possiamo dichiarare il default senza temere troppi casini, se non un lustro di forti scossoni (che e’ comunque meglio di un eterno declino). Punto primo: e’ falso che in caso di default non si potrebbero pagare pensioni e compagnia bella. Il debito pubblico in titoli NON partecipa ai pagamenti delle pensioni, ne’ in Italia esistono titoli pensionistici non contributivi. Le pensioni di questo mese si pagano con i contributi versati questo mese, in quanto il sistema e’ retributivo: anzi, un lento declino economico, con il lento calo di occupazione stabile, e’ di gran lunga una minaccia superiore per il sistema pensionistico.

Di base, i conti attuali del sistema pensionistico italiano sono , apparentemente, buoni. Non nel senso che durera’ tutto bene per anni, ma nel senso che con i tassi attuali di occupazione regolare possiamo ancora farcela. Se liberassimo risorse per investimenti, liberandoci del deficit, probabilmente le cose migliorerebbero.

Lo stesso dicasi dell’idea secondo cui lo stato non potrebbe piu’ pagare stipendi: la qualita’ del bilancio attuale e’ accettabile entro i parametri di maastricht, e per legge ogni spesa deve avere copertura a bilancio PRIMA di venire approvata, altrimenti il presidente non la firma. Il che significa, in parole povere, che con il 45% di pressione fiscale riusciamo a mandare avanti gli enti pubblici, a meno di quel 3% che Maastricht ci condona. Tradotto in soldoni, se smettiamo di fare debito pubblico dobbiamo “tagliare” solo del 3%.

Questa ottima qualita’ dei bilanci pubblici (1) e’ la differenza che c’e’ tra l’ Argentina (che non aveva soldi per nulla) e l’ Italia, ed e’ il motivo per il quale non succederebbe quasi nulla, se non un calo del 3% dei soldi per la macchina statale. Quindi no: in caso di default, le pensioni continuerebbero a venir pagate E gli stipendi per gli statali anche.

MA allora, direte voi, perche’ facciamo debiti?

Ma noi non stiamo facendo debiti. Questi debiti SONO STATI fatti, in parte dai governi del CAF (Craxi Andreotti Forlani), in parte dai governi “tecnici” che hanno inaugurato la seconda repubblica. Ma oggi non e’ che qualcuno ci presti i soldi per vivere.

“Il debito pubblico funziona per titoli,che funzionano per rinnovo: tu mi presti 10, e io ti daro’ 1 ogni anno. Quando smetti di rinnovare, io ti ridaro’ i 10. Se continui a rinnovare, devo darti solo 1.

Quando si parla di debito pubblico si parla di soldi che sono stati incassati trent’anni fa, sono stati sprecati trent’anni fa, sono finiti chissa’ dove, e che non c’e’ piu’ verso di trovare. Oggi quello che facciamo e’ continuare a pagare 1 nella speranza che nessuno, smettendo di sottoscrivere, rivoglia indietro i suoi 10.

Insomma, quello che voglio far capire e’ che come Italia non stiamo avendo nessun vantaggio dal debito, e che con quei soldi non ci stiamo facendo niente, e’ solo un debito puro che ci trasciniamo. Nessuno ci da’ niente: semplicemente rinunciano a chiedere indietro l’intera somma (prestataci trent’anni fa) se gli paghiamo degli interessi.

Quindi no: dichiarare default non avrebbe impatti sui conti pubblici, a differenza degli argentini che avevano bisogno di continui prestiti anche per l’ordinaria amministrazione (per via di una pressione fiscale peroniana, etc).

Altri dicono che se dichiarassimo default, immediatamente verremmo sbattuti fuori dall’ EURO. Onestamente mi piacerebbe, ma e’ assai improbabile. Tutto cio’ che l’ Euro ha da temere da un default italiano e’ che svalutino i titoli che compongono il 14% del monte della BCE. Ma questo al massimo produrrebbe una svalutazione del 14% dell’ indice M0 dell’ Euro.

Se invece l’Italia venisse espulsa, si verificherebbe l’incubo di tutti i paesi euromediterranei: poiche’ l’Italia dispone ancora di un manufatturiero temibile, se svalutasse la moneta potrebbe letteralmente invadere sia il resto d’europa che il mondo di generi a basso prezzo. E c’e’ poco da fare: l’infrastruttura c’e’, appena gli togli la zavorra quella parte.

Significherebbe avere un complesso produttivo come quello italiano che improvvisamente si mette a fare i prezzi che oggi ci aspettiamo da Cina e Turchia: quanto manufatturiero europeo resisterebbe in queste condizioni?

Quindi no, quando mi dicono che l’ Italia corre il rischio di venire espulsa mi viene da ridere: piuttosto si tagliano i coglioni e se li mangiano in salmi’. Rendiamoci conto che il bellissimo numero 1936,27 ha quasi apprezzato la moneta del 50%. Uscire dall’euro ci permetterebbe, solo spezzando il cambio di svalutare del 50%. Eh, significa che per fermare i prodotti italiani ci vorrebbero dazi alla frontiera del 50%.

In ultimo luogo, c’e’ chi dice che (ma questa e’ la scuola dell’ Economist e del Financial Times(2) ) che la “perdita di immagine” del paese sarebbe tale da produrre un vero e proprio embargo contro di noi: tutti ci schiferebbero cosi’ tanto da non voler piu’ guadagnare degli sporchi soldi con noi.

A queste persone rispondo cosi’: non capivi un cazzo di economia quando ti dicevi comunista, e quindi non ne capisci un cazzo oggi che ti dici riformista. Da che mondo e’ mondo, figlioli, “pecunia non olet”, e se si svaluta la moneta e i tuoi prodotti costano meno, anche se hai l’immagine di uno che mangia bambini… te li comprano lo stesso.

Se io posso comprare la tal cosa dai perfidi italiani a 3 e dai fantastici tedeschi a 7, e dalle mie parti si vende a 10, il perfido italiano mi fa guadagnare 4 in piu’. E posso sopportare la sua pessima immagine.

Cose che per i provincialotti alla Massimo d’Alema (che si preoccupano dell’immagine del paese come se l’opinione internazionale fosse la vulgata di un paesello) sono difficili da comprendere.

Uriel Fanelli, 19.01.2009

(1)Parlo di qualita’ dei bilanci, non dei servizi. Qui si parla di continuita’ in caso di default. Faccio presente che gli Stati Uniti non potrebbero stare dentro Maastricht.

(2) Faccio notare che questi due giornali erano troppo impegnati a parlare male dell’ Italia per accorgersi del fatto che in USA stesse montando un problema subprime. E faccio notare che di fronte ad un Obama che non ha ancora parlato seriamente di riformare il sistema finanziario, e di fronte alla conferma nei vertici dell’economia dei colpevoli del disastro, ebbene Financial Times ed Economist hanno il coraggio di rimproverare l’ Italia perche’ non fa riforme abbastanza profonde. Quando inizieremo a ridere di quei cialtroni sara’ troppo tardi.

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