USA sul banco degli imputati.

Ho assistito ai discorsi introduttivi di Putin e del presidente cinese, all’apertura della conferenza di Davos, e devo dire che niente da quelle parti promette bene. Lo dico perche’ Obama ha sempre dato per scontato che una volta “ritornata” ad avere una politica “smart”, l’america sarebbe stata riaccolta a braccia aperte, come un parente che ha avuto una malattia e torna dall’ospedale. Le cose, pero’, non sembrano andare esattamente cosi’.

Da un lato, il discorso di Putin era inteso anche per preservare il suo consenso interno, ma lo scopo era assai chiaro: rendere evidente, fin dall’inizio, che questa crisi e’ nata negli USA, e che per come si e’ svolta sembra essere “a perfect storm”, un ottimo espediente per rinnegare tutto cio’ che gli USA hanno obbligato a fare.

Cioe’, il discorso di Putin e’ stato: cari USA, avete scassato la minchia a tutti col liberismo e con la globalizzazione. Avete quasi imposto il vostro WTO a tutti, facendo pressioni immense perche’ i governi si adeguassero ai suoi standard. Avete inquinato il mondo con la vostra finanza truffaldina, garantendo che fosse la base per il “nuovo ordine mondiale” ove tutti sarebbero stati felici.

Poi, improvvisamente, ci dite “fermiamo tutto perche’ abbiamo un problema qui a Wall Street”. E iniziate a dire che metterete dazi alle importazioni di ogni cosa, che inizierete a produrvi ogni cosa in casa, e che il WTO e’ buono solo per spalmare sul mondo le perdite immense che la crisi ha causato.

Ecco, con queste premesse il presidente Putin ha voluto mettere le mani avanti, circa il fatto che pratichera’ una politica sempre piu’ protezionista a sua volta , riguardo alle fonti energetiche, e che importera’ solo da nazioni amiche: non per nulla Putin ha nominato anche la crisi Ucraina, giusto per dire che ogni tentativo di staccare Ucraina e Russia finira’ col causare instabilita’ nella zona. Insomma, lo scopo di Putin e’ di mettere subito gli USA sul banco degli imputati, e specialmente Putin pretende che gli USA chiariscano subito al mondo se essi credano ancora alla globalizzazione liberista (WTO e compagnia bella) oppure se intendano recedere: non e’ che a Putin interessi la risposta a questa domanda, sta solo cercando di mettersi nelle condizioni di fornire la propria risposta.

Non per nulla , la dialettica della “perfect storm” e’ mirata proprio a seminare sospetto, cioe’ a lasciar intendere che gli USA non potranno , dopo aver goduto dei vantaggi della globalizzazione, semplicemente ritirarsi nel loro guscio lasciando agli altri paesi il conto: probabilmente Putin intende recedere da ogni debito e da ogni impegno che trovera’ gravoso, come ritorsione per il ritiro degli investimenti occidentali dalla borsa di Mosca(1).

E’ stato ancora peggiore il discorso cinese. Dai cinesi, notoriamente orgogliosissimi della loro nazione, non ci si aspettava certo un discorso come quello udito, cioe’ un discorso che inizia con “e’ inutile nascondere che la Cina e’ stata colpita duramente da questa crisi, e molte difficolta’ stanno emergendo”. Non dai cinesi, e non dopo lo sfoggio nazionalista delle olimpiadi.

C’e’ un solo motivo per il quale un presidente cinese puo’ parlare cosi’: chiarire che la crisi arriva da fuori, che il governo cinese ha agito bene, e probabilmente porre le premesse per chiedere il conto, un conto salato. Che il conto verra’ chiesto si e’ visto subito dalla precisione con la quale il presidente cinese ha elencato i danni causati da questa crisi: sembrava una lista della spesa.

Non e’ affatto comune che il governo cinese ammetta di essere in difficolta’: dopotutto un 7% di crescita in una fase come questa potrebbe essere un paravento, se non certo per gli addetti ai lavori almeno per l’opinione pubblica. Se il presidente cinese rinuncia all’orgoglio nazionale per elencare i danni, e’ perche’ intende presentare il conto.

Sebbene i suoi toni siano stati meno demagogici di quelli di Putin (che in pratica ha insinuato che gli americani abbiano in qualche modo guidato la crisi a massimo svantaggio di alcuni paesi) , e’ assai piu’ preoccupante la portata delle ritorsioni che esso preannuncia: nel fare questo discorso Wen Jiabao si e’ in pratica liberato le mani da tutti quei vincoli internazionali che potevano trattenere la Cina dal ritorcere contro gli USA per la politica protezionista che hanno annunciato.

Il concetto, in pratica, e’ che il trucco di essere globalizzatori quando ci sono vacche grasse e diventare protezionisti nei periodi di crisi non e’ piu’ applicabile, e non verra’ accettato. Obama ha un bel dire che vuole rendere gli USA indipendenti sul piano energetico; i fatti pero’ dicono che l’ 8.5% del petrolio arriva loro dai russi, e tutte le smargiassate di Bush adesso gli presenteranno il conto.

La politica di reazione a questa crisi di Putin e’ stata ancora piu’ protezionista di quella di Obama: le aziende russe che hanno sedi all’estero e devono licenziare devono PRIMA farlo all’estero, se devono chiudere una sede devono PRIMA chiudere quelle all’estero, i commerci sono regolati da dazi che seguono il livello di “amicizia” della Russia col paese in questione, il che significa che ad un raffreddamento politico segue immediatamente una ritorsione doganiera.

Nel caso dei cinesi, la tentazione di passare con la mietitrebbia a raccogliere quanto resta degli investimenti stranieri, nazionalizzandoli di fatto (2), e di recedere da molti obblighi del WTO, e’ fortissima. Cosi’ com’e’ fortissima la tentazione di sfruttare la crisi in atto ad Hong Kong (colpita durissimamente dal crollo della City) per aumentare la propria ingerenza sull’ex protettorato. E infine, c’e’ una grossa voglia di allungare le mani su Taiwan.

Ma quello che e’ peggio, e’ che il governo cinese vorrebbe mettere mani sulla moneta. E con ogni probabilita’, una volta chiarito che la Cina sta pagando costi altissimi per colpa degli USA, con ogni probabilita’ non ci saranno scuse per contrastare le eventuali svalutazioni cinesi: adesso il petrolio costa poco, non c’e’ ragione di una moneta forte.

In ultimo, ci si sono messi anche i Pakistani, che hanno approfittato del palcoscenico per battere cassa, rifiutando il concetto dell’amministrazione USA di aiuti in cambio di risultati nella lotta al terrorismo: di fatto il pakistan sta battendo cassa, e se non gli verra’ dato quanto chiede l’unica base USA nella zona sara’ in una ex repubblica sovietica, per intercessione di Putin.

Infine, un’altra cosa terribile che entrambi hanno sottolineato e’ che dubitano del dollaro come moneta di riserva. Forse Obama non ha idea di cosa significhi: Cina e Russia sono i detentori della prima e della terza riserva di dollari del mondo. Qualsiasi tipo di riforma valutaria abbiano in mente, entrambi i discorsi hanno lasciato intendere che i due paesi intendono iniziare una politica multipolare sul piano valutario, cioe’ intendono parlare in euro con chi usa l’euro, in yen con chi usa lo yen, in dollari con chi usa i dollari, eccetera. Questa diversificazione ovviamente rende inferiori i rischi, con un solo piccolo problema: che se anche una piccola parte del mostruoso indice M3 americano tornasse in patria, l’inflazione devasterebbe l’economia americana riducendola all’economia di un paese del terzo mondo, con effetti simili a quelli dell’inflazione tedesca nel primo dopoguerra del secolo scorso: cento milioni di dollari per un hamburger.

I due fatti, cioe’ il fatto che sia Cina che Russia contemporaneamente puntino il dito sulla causa della crisi (anche giustamente, volendo) e subito dopo vadano a nominare le riserve forex di dollari e’ enormemente preoccupante: se altri paesi , come quelli arabi, si unissero a questa fronda, potremmo trovarci ad inviare aiuti alimentari a Washington.

E la cosa pazzesca e’ che non e’ uno scherzo. Ovviamente, l’enormita’ del problema costringera’ l’amministrazione americana a trattare, quindi non si arrivera’ a questo punto. C’e’ pero’ da dire che il prezzo sara’ salatissimo, e del “new american century” restera’ assai poco: con ogni probabilita’, stiamo assistendo al declino definitivo dell’ impero. Che non e’ neanche durato tanto, btw.

(1) In effetti ritirare investimenti dalla borsa di Mosca perche’ c’e’ un problema in Georgia e’ come ritirarsi dalla Borsa di Milano perche’ in Somalia c’e’ cattivo tempo. E’ un atto politico in tipico stile Bush, che l’opinione pubblica russa considera un segno di ostilita’.

(2) Chi ha aperto in Cina ha dovuto formare una Joint con un’azienda locale, controllata di fatto da un funzionario del PCC. Il che significa che, avendo queste joint il 51% di capitale (formale) cinese, il governo cinese le puo’ nazionalizzare quando vuole. Per la precisione, gli appartengono gia’, quindi deve solo regolare i flussi di capitale delle aziende.

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