Qualcosa si muove.

Finalmente qualcosa si sta muovendo sul fronte politico, riguardo alle decisioni da prendere sul credit crunch. Certo, sarebbe stato meglio decidere piu’ in fretta, per non trovarsi con un nuovo equilibrio da scalzare adesso, ma come si dice e’ sempre meglio questo di un pugno in un occhio. Le notizie interessanti vengono da tre fronti.

Il primo fronte e’ quello dei paesi europei, che finalmente hanno deciso di andare tutti insieme a dire che vogliono regolamenti comuni per i mercati finanziari.

Questa mossa e’ stata dettata da diverse necessita’. Innanzitutto, c’era la possibilita’ che i paesi meno impattati da questa crisi tentassero di consolidare la loro posizione mediante una legislazione ad hoc: contrariamente a quanto si pensa, i “protezionismi” temuti da Brown erano quelli finanziari. Quello che Brown temeva era che i paesi meno impattati si limitassero a tenere fuori le banche piu’ impattate (in Europa, quelle inglesi ) con legislazioni ad hoc: dopotutto, se non sei ancora sfiorato da un incendio, la paratia tagliafuoco puo’ essere un ottimo metodo.

Di contro, c’era il periocolo che alcuni paesi impattati, come la Germania, si dotassero di legislazioni ad hoc per proteggersi da ulteriori impatti, e per mettere “al sicuro” l’economia reale dagli impatti della crisi: il che significa blindare la finanza ad un sistema di controlli statali, e costringere le zone piu’ colonizzate dagli investimenti tedeschi a varare leggi simili. Questo avrebbe significato una legislazione in tutto il blocco della “grande Germania” che sarebbe dipeso da un sistema di controlli statali tedesco, il che avrebbe di fatto tenuto il capitale straniero fuori dal gioco.

Si temeva anche che l’ Italia avrebbe varato un durissimo provvedimento contro la finanza infetta, per via delle posizioni durissime di Tremonti nei riguardi del venture capital, e delle sue posizioni draconiane rispetto agli aiuti alle banche: in caso di aiuti, le banche diventano proprieta’ dello stato in misura delle cifre fornite.

Questo approccio draconiano e’ dovuto a due fattori. In primis, il complesso di inferiorita’ di Tremonti nei confronti dei finanzieri “storici” del nostro paese, che lo hanno soprannominato “il ragioniere” e rifiutano di considerarlo una controparte di buon rango; Tremonti si e’ tolto la soddisfazione di bastonare le banche con la sua posizione durissima circa gli aiuti , e mediante una legislazione ad hoc avrebbe la possibilita’ di togliersi qualche sassolino dalle scarpe.

Lo stesso dicasi di Berlusconi, che e’ a tutt’oggi considerato il parvenue della finanza ed e’ tutt’ora escluso dai “Salotti Buoni”, tranne quelli nei quali ha fatto irruzione con la forza bruta dei soldi.Anche in questo caso, una legislazione ad hoc che sottomettesse le banche a controlli piu’ severi da parte di Bankitalia, Consob e company e’ piuttosto temuta. Tantopiu’ che presto occorrera’ ridiscutere l’assetto societario di Bankitalia, riguardo alla partecipazione delle banche private al suo capitale. La legge che rendeva possibile questo assetto scade quest’anno, e il mondo bancario internazionale teme che una legislazione “made in Italy”, creando un ente disegnato ad HOC per controllare la presenza di titoli tossici nelle banche, possa di fatto venire usato per tenere fuori il capitale straniero: difficilmente una banca straniera accettera’ di fornire a Bankitalia le informazioni richieste riguardo ai rischi.

Tutte queste paure hanno spinto persino la riluttante UK ad un tavolo di legiferazione comune: una legiferazione comune su base UE, infatti, nella peggiore delle ipotesi terrebbe fuori il capitale straniero dalla UE, ma non taglierebbe fuori le aziende britanniche dall’investire nel continente. Il che e’ il “protezionismo” che Brown dice di temere tre volte al giorno, manco fosse un mussulmano che prega.

Il concetto di base e’ che una legislazione nazionale che imponga un controllo sul rischio e’ una barriera protezionista: le banche locali si limiteranno a partecipare indirettamente a venture capital stranieri, mentre i venture capital non entreranno piu’ nel paese perche’ non sono felici di mostrare i rischi a nessuno. A questo si riferisce Brown quando dice di temere “protezionismi”: una legislazione che obblighi la finanza a pubblicare la qualita’ dei crediti ed i relativi rischi, cosa che di fatto escluderebbe una finanza come quella inglese, composta moltissimo di venture capital e derivati.

Sull’altro versante, Citigroup sta tentando di farsi aiutare dal governo USA, chiedendo una cifra cheva dal 25% al 40% del valore azionistico complessivo, per non crollare. Si tratta di un salvataggio di proporzioni gigantesche, il quale mostra che genere di merdone si stia sviluppando negli USA. Bisogna tenere conto del fatto che Citigroup e’ stata la capostipite di serie di banche, un modello particolare di fusione tra assicurazione e banca che in Europa e’ stato imitato da giganti come ING e in Italia e’ stata la strada intrapresa da Unipol Banca.

Il motivo per cui Citigroup e’ cosi’ impattata e’ che il mix di assicurazioni e di banca ha permesso di usare le assicurazioni con capitali tipici delle banche : questo significa che la riassicurazione di operazioni finanziarie a rischio e’ stata il pane quotidiano di questa azienda. Si puo’ capire, dalla sua crisi, che oltre a cercare i titoli infetti bisognera’ scavare nel mondo dei Lloyd per capire quanta di questa merda sia stata riassicurata presso una di queste aziende: non solo quindi bisognera’ andare alla ricerca di titoli infetti, ma dei settori d’impresa riassicurati.

Questo e’ un fattore che non va sottovalutato, perche’ impatta il settore assicurativo in maniera importante: se avvenisse un crollo del genere, sicuramente si alzerebbero i riflettori sulle finanziarie che hanno riassicurato operazioni a rischio, e un incendio del genere potrebbe veramente divorare molte tra le banche-assicurazioni piu’ famose. Si potrebbe ordinare un controllo anche in Italia, ma dubito che qualcuno voglia/possa ficcare le mani nel calderone iperpolitico di Unipol o di Reale.

In ogni caso, le difficolta’ di Citigroup sono sintomatiche: il settore del bank-insurance e’ colpito in maniera significativa, e presto dovremo fare i conti con le perdite delle operazioni di riassicurazione. Le borse sono avvisate.

Infine, la guerra tra finanza svizzera e fisco USA si appresta alle battute finali. Banche svizzere come la UBS sono sull’orlo del lastrico , e la svizzera non ha il PIL sufficiente a salvarle, perche’ il buco supera le dimensioni del prodotto nazionale. Questo le rende debolissime, e con una semplice minaccia di sanzioni (o di ispezione fiscale da parte dell’ IRS sulle filiali americane) e’ possibile piegarne le resistenze.

Cosi’, il fisco americano chiede alla UBS (ma se cede la UBS anche alle altre banche svizzere) l’elenco dei conti correnti americani che sfuggono ai controlli fiscali USA: se tale elenco fosse fornito al governo americano, probabilmente una serie di scandali colpirebbe l’estabilishment economico americano, e verrebbe meno il principale tra i motivi che rendono le banche svizzere cosi’ attraenti per i correntisti stranieri.

Se la situazione e’ cosi’ evidente dal lato svizzero, rimane da chiedersi per quale ragione sia cosi’ urgente dal lato americano. E’ vero che bisogna colpire l’avversario finche’ appare debole, ma non e’ chiaro come acconsentire alle richieste americane potrebbe aiutare UBS: se e’ vero che esiste una minaccia, e’ altrettanto vero che per UBS non cambia molto essere con l’acqua alla gola in un modo o nell’altro.

Sinora, inoltre, il governo USA non aveva mai esagerato con queste richieste: una lista completa dei clienti americani di banche svizzere (per ilfisco USA la Svizzera e’ una off-shore, il che significa che c’e’ il carcere se hai un conto li’) e’ sempre stata chiesta solo formalmente, senza troppe convinzioni, perche’ le stime davano diversi milioni di contribuenti, e quindi nessuno avrebbe potuto stimare gli impatti politici e sociali di una simile inchiesta.

Oggi, sotto il governo di Obama, tale disvelamento e’ richiesto con particolare veemenza, approfittando di condizioni estremamente favorevoli: e’ vero che questo significherebbe maggiori entrate fiscali, ma e’ anche dubbio che questo sia rilevante nel balletto delle gigantesche cifre della crisi di entrate che il governo americano sta subendo.

Perche’ allora qualcuno vuole piombare come una mietitrebbia sul mondo dei ricchi americani? L’unica risposta che mi sembra plausibile e’ che Obama voglia ridimensionare le lobbies che ne condizionano l’operato,e una spada di damocle del genere e’ una minaccia spaventosa: i crimini fiscali negli USA vanno in prescrizione 10 anni dopo, e quindi UBS dovrebbe fornire lo storico dei conti negli ultimi 10 anni. Qualcosa che potrebbe colpire chiunque faccia parte dell’estabilishment, specialmente chi ha commesso operazioni “sporche”. Persino il partito di Obama avrebbe molto da temere da una simile operazione, che avrebbe risvolti giuridici molto piu’ devastanti rispetto a Mani Pulite in Italia.

Non si capisce davvero perche’ il governo americano abbia scelto questo momento per scatenare un simile armageddon; di certo e’ il momento piu’ propizio per riuscire ad infrangere la fortezza svizzera, d’altro canto e’ il momento meno propizio per una devastante serie di inchieste sui ricchi americani, lobbisti, politici o semplici parvenue che siano.

Questa operazione potrebbe avere risvolti anche per noi? Dipende: se il governo svizzero cambiera’ globalmente la legge sul segreto bancario (come sembra si appresti a fare) anziche’ consentire una singola operazione una-tantum, il risultato effettivo sarebbe che tutte le banche svizzere dovrebbero esporre definitivamente i conti di tutti i correntisti europei  per fini semplicemente fiscali(1), e questo effettivamente si’, potrebbe produrre una serie “a catena” di scandali in tutta europa.

Quindi, sembra che con 6 mesi di ritardo qualcosa inizi a muoversi. Alcune delle mosse sono ancora poco chiare nei loro scopi, ma chi vivra’ vedra’.

Uriel Fanelli, 24 febbraio 2009

(1) per fini penali la Svizzera obbedisce abbastanza alle rogatorie.

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