Il problemone fiscale.

C’e’ una dialettica sull’evasione fiscale che comincia a seccarmi. Ogni volta che si menziona il bilancio dello stato (fermo rimanendo che io sono un grosso sostenitore del default verso i buoni del tesoro venduti all’estero) , immediatamente si finisce col parlare di evasione fiscale.
Personalmente non credo nelle stime che vengono effettuate, secondo le quali l’evasione fiscale sarebbe al 40% del PIL. Del resto, anche se lo fosse, il fatto che l’evasione fiscale sia al 40% non significa che sia un 40% utile. Nel senso che non e’ detto che sia possibile rientrare sotto, diciamo, il 10-15%.
Ma il vero problema non e’ questo. Il vero problema e’ che la storia dell’evasione fiscale viene tirata fuori in maniera ostinata da chi ama la persecuzione fiscale (principalmente i feticisti dell’avviso di garanzia , quelli che si masturbano  al solo pensare la gente in carcere) , ma sta ricoprendo interamente la discussione sul bilancio.
Se ci fate caso, ogni volta che si parla di bilancio pubblico, si menzionano sempre le stesse due cose: l’evasione e gli sprechi. Il messaggio sottinteso da questo modo di affrontare il problema e’ sempre quello. E cioe’, che se togliamo le spese inutili e l’evasione fiscale, allora il resto della spesa pubblica va benone cosi’ com’e’.
Siamo certi di questa affermazione?
Attualmente la pressione fiscale si aggira attorno al 45% del PIL. Poiche’ questi sono i soldi a disposizione del governo, possiamo immaginare che questa sia la spesa , cioe’ il ritorno , che quei soldi hanno. Anche ammettendo che gli sprechi siano cosi’ estesi, e di recuperare un 25% del PIL in pressione fiscale (cosa che farebbe immediatamente levitare il computo del PIL, ma lasciamo perdere) rimarrebbe ancora un problema.
E cio’, quanta di questa spesa torna effettivamente al cittadino. Ovvero, non tanto il “come” vengono spesi i soldi, questione che consente di individuare lo spreco, ma il perche’ vengono spesi.
Facciamo un esempio improbabile, supponiamo di azzerare gli sprechi e di recuperare tutta l’evasione fiscale. Dopodiche’, andiamo a spendere i soldi che il governo ricava dalle tasse. Come li spendiamo? Beh, costruiamo una flotta navale grande come quella degli USA, cosa che non puo’ essere definita spreco visti gli innegabili vantaggi in termini geopolitici e tecnologici, e che avrebbe indubbie ricadute positive sull’industria nazionale, poi rifacciamo l’aspetto a tutte le citta’ , rifacciamo l’assetto idrogeologico completamente, e iniziamo un programma spaziale ambiziosissimo.
Tutto bene? No, perche’ porterebbe la nazione alla rovina.
Tutti quelli che hanno vissuto all’estero, nei paesi europei, hanno dovuto fare i conti col fisco locale. Se vivete in Germania o nei paesi nordici, avrete notato come la pressione fiscale sia “altina”, per usare un eufemismo. Credo siano quattro o cinque punti in piu’.
Qual’e’ la cosa che la rende accettabile? La cosa che rende accettabile e’ che gran parte di questi soldi tornano al cittadino sotto forma di spesa sociale. Pagare buone pensioni ha un effetto molto superiore , sull’economia, di un possente programma spaziale, o della costruzione di opifici o di grossi eserciti.
Cosi’ come una buona sanita’ puo’ erogare servizi per svariate decine di miliardi di euro al mese, sostenendo un benessere generalizzato.
Morale della storia: non tutta la spesa pubblica e’ spesa sociale. Il problema degli sprechi, a questo punto, e’ secondario. Se esaminiamo la composizione della spesa pubblica italiana, e la confrontiamo con la dimensione dei presunti sprechi, scopriamo che il vero problema non sia tanto negli sprechi, ma nella scomposizione della spesa pubblica, che e’ mal sbilanciata , penalizzando la spesa sociale.
Non si tratta di un problema di sprechi ne’ di un problema di efficienza : potremmo spendere meta’ del bilancio dello stato in una flotta navale senza il minimo spreco, e ottenerne un ritorno per il paese. Ma non per la popolazione: l’ URSS e’ un esempio, di un’industria degli armamenti molto efficace , dall’impatto geopolitico enorme, che non portava quasi nulla.
Morale della storia: e’ necessario un discorso sulla rimodulazione della spesa pubblica. Ovviamente va benissimo discutere di evasione e di sprechi, ma non illudetevi che basti. Se anche eliminassimo l’evasione e gli sprechi, il cittadino non se ne accorgerebbe. Nemmeno se dovessimo pagare (o meno) il debito pubblico , per una semplice ragione, ovvero che la spesa pubblica oggi e’ orientata pochissimo alla spesa sociale.
Il problema quindi non e’ come spendiamo i soldi, cioe’ spesa o non spesa, ne’ se tutti pagano le tasse; il problema e’ per che cosa spendiamo i soldi.
Che cosa sta succedendo nel paese? Che ogni volta che si mettono le mani sul bilancio arrivano gli squallidi ragioneri come Visco e Draghi, i quali pensano che tutto sia un problema di sprechi e di entrate. Secondo questi squallidi ragionieri, il problema del bilancio e’ un problema di entrate e di uscite, e non discutono l’impianto della spesa ne’ i suoi effetti sociali, con il risultato e’ che appena si parla di bilancio siamo sommersi dalle grida di queste fazioni mainstream che pensano di risolvere i problemi di bilancio eliminando gli sprechi e combattendo l’evasione.
Essi dimenticano che il bilancio non e’ una questione squisitamente tecnica, ma e’ un problema politico e sociale. La grande funzione del bilancio non e’ di soddisfare Maastricht o qualche professore di ragioneria, ma di produrre gli effetti sociali che vogliamo sulla nazione. Se domani abolissimo la sanita’ pubblica, probabilmente il bilancio sarebbe molto migliorato, ma l’effetto sarebbe devastante del paese. Priva di un unico centro di spesa, la sanita’ privata sprecherebbe quasi la meta’ delle proprie risorse solo per colpa della frammentazione, e il risultato sarebbe un bilancio migliore a fronte di un impoverimento del paese.
In generale, possiamo pensare che la spesa sociale di per se’ finisca direttamente nelle tasche del cittadino in maniera statisticamente uniforme , mentre il resto della spesa , che pure impatta sull’economia, finisca nelle tasche di una specifica classe di cittadini senza toccare le altre. Per esempio, una detassazione del lavoro che costi X miliardi di euro e un programma di sussidi alla disoccupazione che costi X miliardi di euro sono due programmi dagli effetti molto differenti, dagli effetti molto differenti.
In un caso si alza la capacita’ di spesa del cittadino dando al cittadino che recepisce il sussidio di disoccupazione una capacita’ di spesa superiore e un tasso di fiducia maggiore; nell’altro si spinge l’industria , ma a beneficio principale dell’imprenditoria, cioe’ di una precisa classe di persone, che non necessariamente distribuirebbe le risorse.(1)
Ogni volta che si parla di bilancio, arrivano immediatamente i soloni a spiegarci come sia il problema dell’evasione. E va bene, supponiamo anche di prenderci il 40% del PIL che ci manca. Immediatamente abbiamo tolto dal circolo commerciale il 40% del PIL, che finisce nelle tasche dello stato.
Di questo 40%, meno della meta’ finisce sotto forma di spese sociali. Il resto arricchisce classi specifiche di persone, senza distribuirsi. Morale della storia: il 20% ritorna al circolo della spesa privata, dal quale lo abbiamo tolto. Il resto viene speso in armi, diplomazia , e tutte le attivita’ del governo che non sono spesa sociale in se’.
Cosi’, eliminando l’evasione SENZA rimodulare la spesa verso una maggiore spesa sociale il risultato sara’ che abbiamo tolto un 20% del PIL al circolo delle spese dei privati cittadini.
Ovviamente si tratta di un modello estremo, ma e’ l’effetto principale del modello di pensiero di Visco: aumentare le entrate fiscali a suon di finanza, senza rimodulare la spesa pubblica. Con il risultato che ogni governo di sinistra inevitabilmente promette solo sacrifici: paradossalmente, combattendo l’evasione fiscale rende piu’ poveri i cittadini. Sfila dalle loro tasche i soldi (2) in maniera “spalmata” sul paese, ma poi li restituisce in maniera disomogenea, qual’e’ la spesa pubblica non strettamente sociale, che ha un ritorno soltanto indiretto.
Il fallimento e l’obsolescenza (se non l’incompetenza) del modello di Visco e’ dovuto proprio a questo: a fronte di massivi interventi sul prelievo fiscale (che si per se’ sarebbero legittimi) non impone una rimodulazione della spesa pubblica ne’ un aumento della spesa sociale. L’idea di combattere l’evasione che ha Visco comporta solo sacrifici.
Lo stesso dicasi di Di Pietro, che addirittura non si occupa nemmeno di come spendere i soldi ; per lui la lotta all’evasione fiscale consiste e si ferma all’evidente libidine che lui e i suoi seguaci provano nel vedere la gente in galera; questa setta di adoratori delle manette che si chiama IDV continua a parlare di sprechi e di evasione fiscale, proponendo come modello le manette , senza discutere mai una rimodulazione della spesa, come se bastasse incassare i soldi.
Ovviamente discutere una rimodulazione della spesa pubblica e’ proprio cio’ che di pietro teme; poiche’ la magistratura non e’ un servizio sociale inteso come ammortizzatore economico diretto ed indiretto, egli teme che uno spostamento della spesa pubblica verso il sociale possa inficiare il suo partito (cioe’ il business della giustizia) e si guarda bene dall’affrontare l’argomento in maniera sistematica.
Lo stesso dicasi della sinistra, che essendo basata ormai solo sul mondo legato alla spesa pubblica e su alcuni  pensionati, teme che uno spostamento della spesa pubblica verso il sociale possa alleviare le sofferenze dei pensionati (che magari andrebbero piu’ volentieri in vacanza piuttosto che ad una manifestazione della CGIL, avendo i soldi) e che possa sottrarre ricchezza alle proprie clientele nel mondo degli appalti pubblici.
Il risultato finale e’ che il dibattito sul bilancio pubblico e’ falsato da queste due chimere: quella delle manette , portata avanti dalla setta di Di Pietro, e quella delle maggiori entrate come panacea, portata avanti dai seguaci della chiesa di Visco. Entrambi perseguono una sciocca superstizione. Come tutte le superstizioni, essa e’ di difficile confutazione perche’ si fonda sull’evanescenza dei termini e sulla mancanza di definizioni chiare, e come se non bastasse definisce falsa ogni prova che la confuti.
Mi spiace, ma se continueremo a perseguire i miglioramenti di bilancio agendo semplicemente sul volume delle entrate e sull’ottimizzazione quantitativa delle uscite (il taglio degli sprechi), il paese si impoverira’. Se queste sono le ricette, allora ha ragione Tremonti quando dice che l’evasione sia una risorsa: di fronte ad una lotta all’evasione basata solo sul recupero dei crediti, e’ meglio per il paese che i soldi rimangano nelle mani degli evasori, dove almeno si trasformano in spese dei singoli privati.
Intendo dire che la lotta all’evasione e il taglio degli sprechi sono un’ottima strategia anticiclica in un periodo di crisi, a patto di essere finalizzate -per intero o quasi- all’aumento della spesa sociale. Se questo non avviene, sia la lotta all’evasione che quella agli sprechi diventano, paradossalmente, uno strumento di impoverimento del paese.
Per quanto legittime e per quanto giustificate siano.
Uriel
(1) A questo scopo vorrei far notare la ferocia con la quale la stampa entra nel merito degli sprechi nella pubblica amministrazione, ma non indaga mai sugli sprechi che avvengono nell’impresa. Molto buffo, perche’ quando l’impresa paga chiudendo tali sprechi, il danno ricade su tutti. La risposta e’ che l’impresa mantiene la stampa mediante la pubblicita’ , per cui non farebbe mai simili inchieste. Suggerisco allo stato un modello venezuelano, cioe’ un massiccio programma di pubblicita’ dei propri ministeri a mezzo stampa: in questo modo la stampa , temendo di perdere le commesse, inizierebbe a parlare bene dello stato.
(2) Le tasse il commerciante le paga coi miei soldi. Di fronte ad un aumento statisticamente distribuito di esazione fiscale, si ottiene un aumento statisticamente distribuito dei prezzi al consumo.

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