Efficienza di sistema.

Una delle cose piu’ importanti, nel passaggio da sistemisti ad architetti di sistemi, se lavorate su grandi sistemi, e’ iniziare a comprendere il concetto di “efficienza di sistema”. Lo dico a riguardo dei problemi della scuola, cosi’ come si sono discussi nei due post precedenti: tutti voi ragionate in termini di individuo, qualcuno anche in termini di classi (imprenditori, giovani, etc) ma nessuno ragiona in termini di sistema. E il risultato catastrofico si vede.
Lo dico perche’ spesso si parla di efficienza produttiva, o di produttivita, senza tener conto dell’efficienza di sistema, concetto che se e’ difficile da vedere dentro un bilancio, ovvero e’ difficile da esplicitare, e’ molto facile vedere nella resa complessiva di una nazione.
Se prendiamo per esempio la Germania, il mondo del privato e’ catastroficamente inefficiente. Le nostre imprese, sia grandi che piccole, sembrano dei fulmini di guerra se confrontate con quelle tedesche; persino il nostro pubblico impiego potrebbe superare un’industria tedesca sul piano della produtivita’.
Perche’ le imprese tedesche rimangono sul mercato? Rimangono sul mercato perche’ beneficiano di una gigantesca efficienza di sistema. Essa e’ dovuta principalmente all’ottimo funzionamento dello stato , e alla razionale pianificazione delle minime risorse d’impiego. Se lo stato tedesco e le relative infrastrutture non fossero cosi’ efficienti, nessuna delle imprese tedesche avrebbe la benche’ minima possibilita’ di sopravvivere altri sei mesi.
Fate bene attenzione a questo termine: minime risorse d’impiego.
Sinora tutti gli analisti italiani continuano a spiegarci che la ragione della delocalizzazione e’ stata dovuta ai costi minori della manodopera, perche’ vogliono ridurre il tutto al problema del social dumping, il che e’ una evidente fesseria. Se notiamo come il prodotto cinese sia meno costoso anche del 50%, affermare che questo sia dovuto alla differenza dei costi di manodopera significa affermare che in Italia il 50% del FATTURATO finirebbe a pagare le maestranze, che e’ un’affermazione cosi’ eretica che non perdo neppure il tempo a rispondervi: nemmeno in URSS succedeva una cosa simile.
Poiche’ paesi come la Cina non hanno ancora raggiunto un livello infrastrutturale paragonabile a quello europeo,  e sicuramente non il livello di paesi come Olanda o Germania, il problema e’: allora perche’ delocalizzano?
Il problema sta proprio in questo sconosciuto concetto, che e’ l’efficienza di sistema, ovvero non il rapporto tra costi e ricavi, ma la distanza tra i costi attuali e i minimi costi teorici.
Tutti i nostri analisti economici, o quasi, continuano a misurare l’efficienza usando dei dati di sintesi che non fanno altro che calcolare il rapporto tra i costi e la resa delle cose; il che e’ giusto, se poi non si mettessero a dire che la maniera migliore di operare sia quella di abbassare i costi o alzare la resa prendendo entrambi i parametri come se fossero sconnessi.
Il problema del ragionare in termini di efficienza di sistema sta nel fatto che se il concetto di rapporto tra i costi ed i ricavi e’ effettivamente corretto, non e’ corretto il ragionamento che ne deriva, ovvero non ci si chiede che cosa succederebbe se per caso i costi ed i ricavi fossero legati tra loro da una funzione non simmetrica. Mi spiego meglio.
Abbiamo un’impresa che ha bisogno di sviluppare gestionali, per semplice contabilita’. Gli servirebbero quindi uno-due ingegneri e una ventina di ragionieri programmatori, cioe’ un ruolo da istituto tecnico.
Prendiamo questi ultimi. Essi entrano a scuola a sei anni, ed escono a 18 anni, per un totale di 12 anni di studi. Lavoreranno circa 35 anni. Il rapporto tra tempo sui banchi e tempo al lavoro  in termini assoluti e’ di 2.91.
Adesso prendiamo un laureato. Aggiungiamo cioe’ altri 4-5 anni di studi. Siamo a 19 anni davanti ai banchi contro 35 anni di lavoro. Il rapporto assoluto e’ di 1.84.
Prendiamo il caso del vecchio IPSIA, che formava persone con minime capacita’ tecniche (ma gia’ sufficienti per un lavoro routinario) con tre anni di istruzione.
Si entra a scuola a 6 anni, si usciva a 16 anni per un totale di 10 anni di scuola. Se ne lavoravano 35. Rapporto: 3.5.
Che cosa si sta affermando, invece, oggi? Si sta affermando che “piu’ si studia meglio e'”. Ma non e’ evidentemente vero, visto che soltanto l’universita’ abbassa l’efficienza di sistema del sistema “scuola-lavoro” da 2.91 a 1.84, con una perdita di efficienza del 37%.
Se portiamo al diploma di maturita’ (18 anni) una persona che prima studiava solo i 3 anni di IPSIA, otteniamo un calo da 3.5 a 2.91, cioe’ un altro calo del 17%.
Se mettiamo un laureato (diciamo in filologia romanza) a fare un lavoro per il quale sarebbe bastato l’ IPSIA otteniamo la peggiore efficienza del sistema scuola-lavoro, ovvero una perdita secca del 47%.
Qui casca l’asino: se consideriamo il sistema scuola-lavoro, la massima efficienza si ha quando si fanno studiare le persone quel minimo che serve ad occupare un determinato posto di lavoro. Se la domanda e’ “quanto dovrebbero rimanere sui banchi i ragazzi”, la risposta e’ “fino al momento in cui non si libera un posto per loro”. Non un secondo di piu’.
Non mi interessa esaminare i modi con i quali la vostra azienda paghera’ in termini di mercato questa efficienza piu’ bassa: il dato di fatto effettivo e’ che un sottosistema nazionale , che ho chiamato “scuola lavoro”, nel produrre laureati in massa spreca dal 47% al 37% dell’efficienza. In qualche modo, che andra’ dalla pressione fiscale sino allo stipendio di ingresso, la pagherete.
Questo non significa che studiare meno sia automaticamente meglio ; significa che il punto ideale di efficienza e’ studiare sino a coprire il forecast del mercato del lavoro. Studiare piu’ del necessario e’ un danno sistemico enorme.
Perche’ parlo di danno sistemico anziche’ come se costasse soldi e sangue? Qual’e’ il legame tra le due cose? Facciamo un esempio.
Se mi diplomo all’ IPSIA a 16 anni e vado a lavorare, e mi paghi 800 euro, vivendo ancora con i miei genitori (a 16 anni nulla di strano) puo’ andarmi bene, e il primo grosso aumento, diciamo a 20 anni, fara’ di me un ventenne con uno stipendio minimo. Il secondo aumento, a 24 anni, mi permettera’ di mettere su casa. Se mi laureo a 26 anni, vado a fare il lavoro di cui prima (per forza di cose pagato 800 euro), saro’ gia’ in “area bamboccione”. Dopo 4 anni al primo aumento ne avro’ 30 e non potro’ mettere su casa, e solo a 34 saro’ pronto. Anche questo e’ un costo, perche’ ovviamente il disagio sociale ed economico di un sedicenne che guadagna 800 euro e’ nullo, quello di un 26 enne che guadagna 800 euro e’ alto.
Adesso il problema inizia ad essere piu’ evidente, vero?
Stiamo portando alla laurea (a spese nostre) una persona. La quale si laurea in una materia che non ha sbocchi, e finisce a fare un lavoro per il quale sarebbero bastati due anni di formazione dopo la terza media.
Ovviamente, visto che la resa di quel lavoro (il customer care, per esempio, un lavoro da call center) e’ bassa, sara’ pagato poco. Ovviamente sara’ non solo insoddisfatto (problema sociale) ma sara’ anche un pessimo consumatore, perche’ non entrera’ nel cosiddetto ceto medio, nel quale entrera’ solo dieci anni dopo.
Se il nostro ragazzo fosse uscito a 16 anni da scuola e fosse andato a lavorare subito, avrebbe avuto 800 euro al mese da spendere a 16 anni, aumentando lo status economico familiare, con tutti i relativi consumi.
Idem se fosse uscito a 18 anni: avrebbe guadagnato 800 euro al mese a 18 anni, vivendo in casa (a 18 anni non e’ ancora patologico) e quindi avrebbe alzato lo status economico familiare.
Considerando uno scatto di carriera (anche dovuta ad  un periodo di formazione serale, mentre il nostro giovane lavora) successiva, aziendale o meno) ogni 4 anni, dopo 8 anni il nostro ragazzo puo’ mettere su casa se si sposa. Al terzo scatto, riesce anche da solo.
Nel caso dell’ingresso a 16 anni , parliamo del secondo scatto a 24 anni e del terzo a 30.
Nel caso dell’ingresso a 18 anni, parliamo del secondo scatto a 26 anni e del terzo a 32.
Se abbiamo portato ad una laurea inutile il ragazzo, parliamo del secondo scatto a 34, e del terzo a 38.
Ma non solo: lo sforzo economico della famiglia , che ha abbattuto i consumi nazionali, e’ stato molto diverso. Il sedicenne che ha lasciato la scuola ha iniziato a portare reddito e a smettere di essere un peso molto presto. Il diciottenne ha pesato due anni di piu’. Il ventiseienne ha pesato DIECI anni di piu’ sulla famiglia per il periodo scolastico, abbassandone inevitabilmente il modello di consumi.
Cosi’, ecco i tre sottosistemi impattati dall’alta scolarizzazione “obbligatoria”.
Il primo e’ “scuola-lavoro”, e se portiamo alla laurea gente che andra’ a fare i lavori di un operaio specializzato ci perde qualcosa che va dal 37% al 47% di efficienza.
Il secondo e’ “famiglia consumi”, perche’ se teniamo dieci anni in piu’ un ragazzo a scuola stiamo deprimendo i consumi familiari per dieci anni di piu’.
Il terzo e’ “stato-tasse”, dal momento che istruire le persone costa.
Cosi’, il concetto e’ che le aziende non delocalizzano per i costi del lavoro; delocalizzano per l’efficienza di sistema.  Sul piano dell’efficienza di sistema, un paese ove si inizia a lavorare a 16 anni o a 18 anni, con una scolarizzazione minima indispensabile, e ci si istruisce mentre si lavora, e’ enormemente superiore.
Anche in Italia sarebbe possibile avere operai da 800 euro al mese. Basterebbe avessero 16 anni e vivessero con la famiglia. Dopodiche’ li si istruirebbe con degli ulteriori corsi professionali (aziendali o meno) garantendo avanzamento di reddito (non necessariamente carriera in termini gerarchici). Il risultato sarebbe di avere famiglie che consumano di piu’, giovani che consumano di piu’, meno spese per lo stato.
Invece si e’ raccontata la palla secondo la quale sarebbe meglio avere tutti laureati, a prescindere dal forecast del mercato. Si dice che l’ Italia abbia meno laureati della media europea, pero’ si dice che se ne assumono sempre meno. Allora, sono troppi, o troppo pochi?
Se confrontiamo il dato con la media europea, sono troppo pochi. Ma se lo confrontiamo col mercato del lavoro, dovremmo dedurne che sono troppi. Quale dei due parametri usare? Secondo me sarebbe corretto usare quello materialmente sensato, ovvero il mercato del lavoro materiale, cioe’ quello con cui si troveranno ad avere  a che fare i giovani.
Il modello di scuola piu’ efficiente dal punto di vista economico , e specialmente dal punto di vista sistemico, e’ questo:
  • E’ basato sul forecast, cioe’ su una previsione di mercato, del fabbisogno futuro. Numeri chiusi con   flessibilita’ legate alla varianza delle previsioni di mercato.
  • Ha il maggior numero possibile di punti di USCITA possibili dalla scuola, ovvero lo studente va a lavorare appena si libera un posto che gli sia possibile riempire.
  • E’ spostato sull’istruzione di chi gia’ lavora, in modo che lo studente sia anche produttivo e consumatore, ovvero l’istruzione si fa poco a scuola e molto nei corsi relativi alle specifiche tecniche produttive.
Se questo e’ l’ideale teorico, si vede subito quanto sia distante dal modo di ragionare delirante che hanno sia coloro che predicano la laurea a tutti i costi sia coloro che predicano il “diritto allo studio” sia coloro che predicano l’ascensore sociale, la leggenda secondo la quale tutti andremo a lavorare nell’eccellenza, nella ricerca avanzata, nel settore del lusso, e via dicendo.
Leggendo i commenti, pero’, scopro che se tutti diranno “si’, hai perfettamente ragione, lo stato dovrebbe modificare la scuola in questo modo”, nessuno ha fatto la scelta di andare a lavorare prima possibile. La valutazione di efficienza sistemica, cioe’, viene apprezzata quando la si espone, ma non fa parte delle valutazioni dell’individuo quando si compiono le scelte fattuali. 
Cosi’, ritengo che questo discorso otterra’ magari qualche applauso, ma sono anche convinto che nessuno , piuttosto di una laurea dagli sbocchi incerti, abbia deciso di buttarsi nel mondo del lavoro.
Io ho scritto che piuttosto che avere 800 euro al mese a 28 anni sia meglio averli a 18, e iniziare giovani a scalare il mondo lavorativo; ma sono convinto che nessuno tra quelli che mi diranno che ho ragione avrebbe accettato 800 euro a 18 anni; avrebbero detto che era una miseria (pur essendo sostenibile vista l’eta’) , con il semplice “piccolo” particolare che oggi si trovano tutti a  doverli accettare a 28 anni.
Questo e’ il punto: nessuno fa le scelte individuali basandosi su considerazioni di sistema. Tutti insieme gli italiani si sono buttati su un’istruzione inutile, dannosa per il mercato perche’ affatica le famiglie, hanno ritardato cosi’ il loro accesso nel mondo del lavoro, e come se non bastasse lo stipendio che costituisce l’entry-point del mondo del lavoro non e’ adatto alle esigenze di un quasi-trentenne.
Perche’ questa e’ poi l’idiozia maggiore: solo perche’ hai una laurea lo stipendio entry-point dovrebbe essere tale da permetterti di avere il pane e anche le rose; un’azienda ovviamente preferira’ alzare lo stipendo solo a coloro che conosce bene, che hanno mostrato in passato la propria validita’, che sono cresciute nel tempo.

Invece no: qualcuno ha raccontato una scemenza secondo la quale le aziende pagherebbero come “senior” una persona di cui non conoscono le capacita’ lavorative, che non hanno mai visto all’opera, e delle quali ignorano le capacita’ di crescita. E perche’? Perche’ “cianno il pezzo di carta”.

Il reddito all’entry-point nel mondo del lavoro sara’ sempre basso. Se non e’ basso, e’ perche’ c’e’ il trucco, (speculazioni finanziarie su vasta scala, di solito) e prima o poi arrivera’ il conto come sta avvenendo oggi in molte wonderland che si stanno rivelando tante fakeland.
L’azienda assume uno sconosciuto, non sa se e quanto possa crescere, non lo ha mai visto all’opera. Perche’ dovrebbe scommettere su di lui? E’ normale che in un sistema efficiente il rischio abbia dei costi, ed e’ normale che l’entry-point sia basso.
Dopodiche’ bisogna vedere quanto cresca il nostro dipendente. Di tutti i master e masteroni che vedo in giro, nessuno e’ stato preso dopo il lavoro.
Il nostro laureato si laurea o si prende il master PRIMA di trovare lavoro, poi lo trova (quando lo trova) e a quel punto smette di studiare. Anche quando si prendono sul lavoro, questo avviene solo dopo i primi 3-4 anni dall’assunzione. Poi piu’ nulla. Aha. Quindi, dal punto di vista aziendale il laureato italiano e’ uno che non cresce piu’: quando lo assumi sa X, dopo dieci anni sa ancora X.
I corsi serali  di avanzamento professionale, i corsi di certificazione, i corsi professionali tecnici sono stracolmi di persone diplomate o senza diploma. Non si vedono laureati. I laureati italiani, dopo l’assunzione, non crescono. Semplicemente. Ritengono di aver terminato gli studi.
Come vedete, adattarsi al concetto di efficienza di mercato non richiede solo che il governo cambi la scuola per fare o non dare percorsi di USCITA praticamente ad ogni anno di studi.
Ma occorre anche scegliere il percorso di studi piu’ BREVE possibile, smettere di andare all’universita’ per il pezzo di carta, smettere di fare ricorso per le bocciature, lasciare l’universita’ quando ci si rende conto che sia inutile. (1) Occorre che chi esce da scuola capisca che da scuola non si esce mai, che una o due certificazioni ogni tot tempo sono necessarie, che bisogna continuare a studiare
Quando si ragiona di efficienza di sistema, nessuno si salva dalle colpe, ed e’ per questo che nessuno vuole ragionare in questi termini. Sinche’ io ho elencato il difetto della scuola nel formare persone adatte al mondo delle imprese, cioe’ a formare il minimo indispensabile, probabilmente sarete stati d’accordo con me.
Non appena pero’ ho fatto notare la parte individuale della colpa, cioe’ il fatto che avreste dovuto evitare di iscrivervi all’universita’ senza un forecast chiaro del mondo del lavoro(2), che se vi rendete conto che la vostra facolta’ e’ piena di baronie, burocrazie e merde varie dovreste ABBANDONARE l’universita’, che se vi rendete conto che state diventanto ingegneri informatici senza conoscere niente di OOP dovreste immediatamente lasciare gli studi , tanto se dovete imparare OOP da voi tantovale iniziare subito, allora casca l’asino.
Casca l’asino perche’ il ragionamento sistemico non viene considerato come parte della decisione, come parte della vita. E cosi’  avete ragionato , e continuerete a ragionare, inseguendo la corrente.
E cosi’ no, le aziende che stanno delocalizzando non cercano solo costi minori , ma cercano anche e specialmente efficienze sistemiche piu’ alte. Tantevvero che dall’italia non si delocalizza solo in Cina, ma anche in Francia e Germania: ovunque ci siano vantaggi di sistema.
L’Italia ha fornito questi vantaggi, anni fa. Per 50 anni la nostra economia e’ andata avanti al minimo di istruzione possibile; con un’eta’ di ingresso nel mondo del lavoro bassa, che permetteva una paga iniziale piccola senza troppe sofferenze per il lavoratore, che viveva ancora in casa.
Poi, i lavoratori crescevano mentre lavoravano.
Oggi, questa efficienza di sistema si e’ persa. E non si e’ persa per decisione del governo o dei partiti; almeno non solo; si e’ persa perche’, detta come va detta, se siete laureati e non trovate lavoro siete delle belle teste di cazzo.
E non perche’ siate incompetenti o stupidi: semplicemente perche’ siete cascati nella macchinetta spennapolli  di coloro che preferivano avere piu’ candidati per colloquio, e nella macchinetta spennapolli di coloro che hanno trasformato la scuola italiana in un diplomificio, non tanto per la bassa qualita’ dei diplomi, ma per il loro INUTILE NUMERO.
Ad uccidervi non e’ la scarsa qualita’ della laurea; ad uccidervi e’ semplicemente il numero eccessivo di lauree. E se mi rispondete che “e’ minore della media europea”, beh,  la mia risposta e’ che in Italia c’e’ piu’ italia che nella media europea. E cioe’ che laurearsi perche’ su marte , in america, in europa, in giappone,  si fa cosi’, e‘ una scelta del cazzo basata su un criterio del cazzo.
Uriel
(1) Di tutti quelli che dicono “l’universita’ che frequento e’ uno schifo, non si impara nulla”, ce ne fosse uno, dico uno, che ha deciso di smettere per questa ragione. Uno.
(2) Nel 1989, quasi il 90% dei laureati in matematica con una tesi applicativa trovava un lavoro entro un anno.
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