Federalismo fiscale.

Pochi giornali hanno accennato a quello che era  il tema centrale delle scorse amministrative: il federalismo fiscale che verra’ attuato a partire dall’insediamento dalle nuove giunte. Poiche’ io ne ho accennato, mi si chiede di parlarne piu’ in profondita’. Gia’, perche’ il federalismo fiscale che diviene effettivo con queste nuove giunte e’ un cambiamento che pesa qualche cosa come 213 miliardi di euro, ovvero il 12.5% del PIL, lira piu’ lira meno.

Che cosa cambia e perche’. Vediamo cosa succede oggi.
Allo stato attuale le regioni gestiscono gia’ la spesa, ovvero ricevono soldi in forma di trasferimenti, direttamente da Roma. Perche’ un comune riceva dei soldi per un’esigenza straordinaria  occorre che un “amico” a Roma riesca a perorare la causa, di fatto , facendo scrivere due righe su qualche leggina tra le migliaia. I trasferimenti ordinati, invece, sono gestiti  ” pie’ di lista”, e cioe’ considerando che se il servizio che offro ai cittadini e’ 10 e vale effettivamente dieci, io chiedo 10 al governo.
Questo produce, di fatto, un’irresponsabilita’ globale. Non si tratta di un discorso leghista di “dare soldi ai terroni”, ma di un discorso molto piu’ ampio.
Esaminiamo la stranezza di base: il 70% del PIL viene prodotto in cinque o sei regioni del paese. Poiche’ le attivita’ produttive richiedono PIU’ servizi, mi aspetto che queste regioni RICEVANO piu’ soldi dallo stato. Voglio dire: una regione  che ha un capannone per ogni abitante, dovra’ provvedere strade adeguate, fognature, burocrazia, catasto, in maniera MAGGIORE che una regione scarsamente industrializzata.
Di conseguenza, il dato che vede le regioni del nord versare piu’ di quanto ricevano non e’ un dato malato sul piano etnico o sul piano strettamente polico; e’un assurdo in termini di politica economica. Nei paesi con una gestione pubblica piu’ efficiente, le zone piu’ industrializzate e produttive RICEVONO piu’ soldi di quelli che danno. Per una ragione molto semplice: la struttura pubblica, avendo piu’ attivita’ sul territorio, deve spendere piu’ soldi.
Certo, se diciamo “i piu’ ricchi danno ai piu’ poveri” sembra una cosa sensata, ma non tutto cio’ che suona bene e’ anche una buona programmazione economica: togliere risorse all’amministrazione pubblica laddove un privato piu’ potente e complesso necessita di un supporto migliore e superiore e’ follia pura.
La situazione ragionevole e’ che, semmai, siano le regioni ch devono fare meno (perche’ hanno meno attivita’ economiche) a “snellirsi” (quando hai gli sessi tre capannoni delle stesse tre aziende da 25 anni, il catasto puo’ anche farlo il fiorista del paese, part time, il sabato pomeriggio) e semmai trasferire soldi.
Il discorso, cioe’, dovrebbe essere “cara regione calabria, con il PIL che hai, tredici euro al mese ti bastano (e avanzano) per tutta l’amministrazione pubblica: che ci devi fare, alla fine?”.
Il fatto che il dato economico sia stato malato sino ad ora, con i soldi che andavano dalle amministrazioni pubbliche che ne avevano bisogno per sostenere un’economia forte alle regioni che non ne avevano alcun bisogno avendo economie deboli, (unico paese al mondo, l’ Italia, ad operare una simile idiozia) fa capire l’impatto economico di questo provvedimento anche senza scendere nei dettagli. 
La riforma si snoda su diversi punti.
Innanzitutto, la compartecipazione all’ IVA. Aboliti i trasferimenti statali diretti, le regioni potranno prelevare direttamente l’ IVA. E qui sorge il primo cambiamento: se vogliono la ciccia, le amministrazioni devono spingere l’economia. Prima, il ritorno dei soldi dell’ IVA veniva calcolato con un accrocchio assurdo che teneva conto dei dati istat nazionali, con il risultato che se il veneto aveva molto IVA, la Basilicata riceveva piu’ soldi. Da queste nuove amministrazioni in poi, le regioni andranno a pescare dall’ IVA locale, il che significa che le regioni che aiutano di piu’ il PIL (poi vedremo come possano farlo adesso) otterranno piu’ gettito.
Per agevolare il PIL, le regioni possono fare due cose. La prima e’ modulare l’addizionale Irpef che hanno a disposizione. Una regione vastamente industriale come l’ Emilia , con una componente turistica di riviera, potrebbe decidere di privilegiare i settori che “tirano” di piu’ , sgravando, per applicare addizionali a tutti gli altri settori dell’economia.
Questo ha due effetti: innanzitutto, la possibilita’ di una politica economica locale, svincolata dalle decisioni di Roma e dal rigido controllo UE, la seconda e’ che inizia una vera e propria concorrenza fiscale.
Avrete sentito dire che le nostre aziende “non fanno sistema”: del resto, e’ impossibile fare sistema se non si creano dei forti comparti industriali con un’economia di scala. Ora, supponiamo che una regione con molto commercio e molta moda e servizi avanzati (Lombardia) decida di sgravare questi settori: lentamente ci sara’ una migrazione di queste aziende verso Milano, e le altre aziende (gravate) si muoveranno verso un’altra regione, che magari ha un trattamento fiscale migliore.
Questo produrra’ innanzitutto i comparti geografici, e in secondo luogo una razionalizzazione delle PMI.
Il secondo punto, molto simile, e’ la regionalizzazione dell’ IRAP, che potra’ essere modulato allo stesso modo per favorire un settore che magari e’ un settore di punta, oppure per dare qualche respiro a qualche settore in crisi.
Ragionare in termini di bilancio (ricevo piu’ soldi o meno) non serve a molto: il problema non e’ quanto ricevi e come (anche se, come dico, spogliare le amministrazioni pubbliche delle regioni piu’ performanti NON e’ stata una genialata) , ma il meccanismo fiscale e distributivo attraverso il quale ricevi.
In secondo luogo, cambia anche l’atribuzione dei versamenti. Sinora si sono versati seguendo la regola del costo storico, ovvero tenendo in considerazione il fatto che se una regione consuma molto quest’anno, deve ricevere molto anche l’anno prossimo. Da questa riforma in poi, il costo del rimborso viene calcolato sulla base di un costo standard.
Costo standard significa che si assume che i servizi costino allo stesso modo su tutto il territorio, e le regioni vengono finanziate in ragione del costo standard a seconda della quantita’ di servizi che erogano. Questo fa si’ che le regioni abbiano tutto l’interesse a fare efficienza, e a lasciare che nasca quel comparto economico di aziende specializzate in servizi agli enti pubblici, che e’ tipico di tutti gli altri paesi.
Ultima novita’ e’ il finanziamento dei comuni. I comuni dovranno colpire, e colpire molto, le rendite immobiliari. L’ipotesi piu’ diffusa a riguardo del loro finanziamento e’ la cedolare sugli affitti. Essa va a sostituire la fine dell’ ICI sulla prima casa (un assurdo, la prima casa e’ un diritto) e colpisce le case in affitto. Si tratta, cioe’, di mettere i comuni nella necessita’ di censire le case in affitto e le case sfitte : oggi questa cedolare e’ affidata allo stato, che non puo’ fare una vera e propria lotta al nero, ne’ gli conviene farlo. I comuni, invece, le cui casse sono in crisi gia’ oggi, avranno tutta la convenienza a farlo.
Quando avverra’ questo?
A giugno 2010 si dovra’ presentare la prima relazione al parlamento con l’esito delle simulazioni al calcolatore, in modo da evitare che ci siano effetti catastrofici legati a situazioni particolari (immaginate Venezia e il problema degli affitti). A novembre si saranno i decreti attuativi veri e proprio.
E’ uguale per tutti? No. Dipende anche da quanti settori le regioni chiedono di “deregolare”.La regione Lombardia ha chiesto di deregolare quasi tutto, probabilmente seguiranno il veneto e il piemonte. Probabilmente, per facilitare ruberie, la regione emilia chiedera’ meno, ma probabilmente dovra’ cambiare idea in fretta per via del discorso della concorrenza fiscale.
Probabilmente alcune regioni del sud (dipende quali: Vendola e’ tra i primi a volere piu’ autonomia) non richiederanno subito la deregulation, perche’ essenzialmente sono carenti delle infrastrutture elettroniche per gestirla. La riforma del catasto, per esempio, richiede un catasto informatizzato. Idem la riforma dell’imposta di registro. Ovviamente, le regioni ed i comuni piu’ informatizzati potranno permettersi di gestire questi settori molto prima. Gli altri rimarranno indietro, come e’ giusto che sia: si premia il primo della classe, si boccia l’ultimo. Sinora invece si sono tassati i primi della classe per premiare gli ultimi.
Insomma, inizia una bella dose di meritocrazia su base regionale: le regioni che fanno di piu’ per il paese in termini di PIL saranno premiate anziche’ punite come avveniva prima, mentre quelle che fanno meno per il paese in termini di PIL inizieranno a venire punite, anziche’ premiate come avveniva prima.
Siccome la cifra totale in ballo e’ di 215 miliardi di euro,di cui circa 20 sonoversamenti diretti stato-regioni, di botto il provvedimento di novembre avra’ l’impatto di una finanziaria abbastanza “corposa”, e nel corso del 2011 arrivera’ l’impatto del resto, anche se per via delle lentezze attuative credo si vedra’ il tutto al lavoro solo nel 2012.
Di certo e’ finita un’era.

Potete essere piu’ o meno critici verso la mia esposizione, ovviamente. Mettiamola cosi’: e’ sempre meglio di quella che ne fa Repubblica. Che fa il suo dovere di informare. Dicendovi un cazzo di niente.

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