Il mito del valore aggiunto

Ogni volta che si arriva a proporre soluzioni per uscire dalle crisi, e’ possibile dividere le soluzioni in tre grandi filoni. I politici e le associazioni proporranno soluzioni “sistemiche”, e aggiungeranno “strutturali”. Chi produce il reddito effettivamente chiedera’ semplicemente meno burocrazia, e i parassiti ci metteranno il “valore aggiunto”. Sulla prima categoria c’e’ poco da dire: si tratta di liturgia, che la cosa abbia senso o meno. 
La Marcegaglia, per esempio, sulla finanziaria di tremonti (che e’ prima di tutto strutturale, visto che tutti i provvedimenti sono permanenti) , insistera’ chiedendo una riforma piu’ strutturale. Aver abolito nove province, dunque , non e’ “strutturale”. Che cosa e’ “strutturale”, allora? Cosa possiamo fare ancora? Mandare il veterinario della ASL ad abbattere i consiglieri provinciali? La verita’ e’ che si sono cosi’ abituati a pronunciare la parola “strutturale” che la pronunciano sempre. Immagino la scena al bar di Confindustria, con il barista che dice al garzone “sue decaffeinati, un macchiato e sei strutturali, ma uno allungato”.

Qualcuno dovrebbe spiegare alla Marcegaglia che il dizionario italiano e’ molto piu’ ampio, e anziche’ ripetere sempre la litania dei cambiamenti “strutturali” potrebbe chiedere, almeno per una volta, “cambiamenti catarifrangenti”, o che so io “cambiamenti palindromi(1)”. Non chiedo mica effetti speciali e colori ultravivaci.

La fuffa piu’ grande e’, puntualmente, quella del valore aggiunto.

Sul valore si sono scritte e si scriveranno molte cose, ma c’e’ qualcosa di cui nessuno dubita: essendo una cardinalita’ (comunque prodotta), essa e’ contenuta in se’ stessa. Potete attribuire valore, crearlo, distruggerlo, sommarlo, ma l’unica cosa che NON potete fare e’ aggiungerlo.

Non esiste niente come il “valore aggiunto”.

e no, non c’e’ modo di sfuggire a questa regola: essendo il valore  una cardinalita’,(2) non esiste alcuna “cardinalita’ aggiunta”. Possiamo sommarle, possiamo costruire tutte le strutture che costruiamo sui numeri cardinali,  possiamo farci se vogliamo dei gruppi o dei campi, tutto quel che vi pare: ma non esiste niente come “valore aggiunto” se il valore e’ una cardinalita’.

Nelle intenzioni di chi ha inventato l’espressione, “valore aggiunto” doveva essere qualcosa come i numeri immaginari del campo dei complessi. L’idea era che se una merce oppure un servizio valgono A, allora si doveva avere A + iB , dove “B” era una presunta componente “aggiunta” .

L’idiozia del discorso e’ evidente: se supponiamo di stare aggiungendo una cardinalita’ ad un’altra, ovvero di aggiungere valore a valore, basterebbe fare la somma di A + B. Del resto, quando andiamo a pagare non diamo tot euro + i euro. Diamo proprio la somma.

Se andiamo nel dettaglio, vediamo questo: se vendiamo un componente per l’informatica, e poi offriamo un certo supporto tecnico, allora diamo “valore aggiunto”. E quindi dobbiamo far si’ che il costo del prodotto salga, perche’ il cliente compra “valore aggiunto”. Palle.

In questo discorso, il cliente sta semplicemente comprando due prodotti, ognuno col proprio valore. La semplice verita’ e’ che non potra’ piu’ scegliere il fornitore del secondo prodotto. Dietro il vostro “valore aggiunto” non si nasconde proprio alcuna aggiunta: avete offerto allo stesso prezzo una scatola di mangime per gatti a chi compra la sabbia per la lettiera. E se io avessi voluto comprare il mangime altrove?

In definitiva, chi mi vende il “prodotto informatico” con il valore aggiunto del “supporto” mi sta solo togliendo la possibilita’ di scegliere dove comprare il supporto: quello che sta facendo e’ vendermi DUE cose, il prodotto ed il supporto.

Si dira’: ma non sempre avresti potuto scegliere. Se per esempio parliamo di turismo, e un albergo ti offre un servizio , diciamo un bagno piu’ grande, allora e’ valore aggiunto. No: e’ semplicemente piu’ valore della stessa cosa.

Perche’ si e’ diffusa la storia del “valore aggiunto”? Si e’ aggiunta perche’ in genere il valore aggiunto pesa sul mondo del lavoro, mentre di solito il valore primario di un oggetto o di un servizio sono figli di investimento strutturale.

Prendiamo il classico caso di valore aggiunto, che e’ il supporto: se noi vendiamo una componente informatica, abbiamo da qualche parte una fabbrica che la produce. Se pretendiamo di avere “valore aggiunto” per via del supporto che offriamo, invece stiamo parlando di lavoro.

Se io volessi aggiungere il 30% del valore alla componente informatica, dovrei mettere in piedi un nuovo prodotto e una nuova catena produttiva. I costi sarebbero altissimi. Se voglio fare un 30% di margine in piu’ sul “valore aggiunto”, devo solo trovare degli schiavi piu’ a buon mercato.

Il mito del “valore aggiunto”, valore che nell’ 80% dei casi proveniva da lavoro umano  aggregato al prodotto acquistato, nasce proprio dal fatto che ad un certo punto arriva una categoria di lavoratori sottopagati. Da quel momento in poi, poiche’ disponiamo dello schiavo, allora possiamo mettere “valore aggiunto” ovunque: vuoi l’auto? Ti diamo il valore aggiunto di un controllo periodico gratuito: tanto, quello e’ lavoro, non prodotto. E il lavoro e’ a buon mercato.

In pratica, chi prima offriva il prodotto X, ci ha aggiunto il lavoro Y. Ha preteso che il cliente pagasse Y+X. Ma poi ha potuto “tirare” sul costo del lavoro. E anziche’ dover migliorare il “core business” ha semplicemente schiavizzato chi produceva il lavoro  “valore aggiunto”.

Questa cosa e’ esplosa, per esempio, nel mondo delle telco. La maggior parte dell’investimento delle telco e’ nella rete di trasmissione. Essa e’ costosissima, ma da questo “core business” deriva la gran parte degli incassi. Poi ad un certo punto hanno iniziato con il “valore aggiunto”, che consiste nel mandarvi che so io l’oroscopo erotico via MMS o qualsiasi altra cosa tipo le novita’ della vostra pizzeria preferita su MMS. Risultato: campare su questo portfolio e’ stato possibile grazie a torme di sviluppatori sottopagati: se non potete costringere il cartello dei venditori di dispositivi e antenne a calare i prezzi, potere comprare “servizi a valore aggiunto” a costi sempre minori, perche’ quasi sempre il “valore aggiunto” e’ lavoro umano, e il lavoro umano ultimamente si trova a costi inferiori.

Sapete perche’ si straparla tanto di turismo come settore “a valore aggiunto”? Perche’ nel turismo alcuni operatori (cuochi, pizzaioli, etc) guadagnano ancora molto. C’e’, insomma, molto da tagliare sul costo del lavoro. Se confrontate gia’ lo stipendio di un cuoco nel mondo del catering , ove i pasti giornalieri si contano a migliaia, con quello di un ristorante, troverete uno sbilanciamento enorme.

Quando vi dicono che “c’e’ ancora spazio nel turismo per il valore aggiunto” vi stanno dicendo che ci sono molti stipendi da tagliare, e molte persone che oggi vivono dignitosamente e che potrebbero essere precarizzate e schiavizzate. Oggi gli stagionali del turismo hanno dei trattamenti pensionistici piuttosto buoni , e guadagnano (se non prendiamo i ruoli piu’ infimi) ancora decentemente. Per questo si straparla di “valore aggiunto”: questo termine indica semplicemente la possibilita’ di costringere il cliente a comprare un “bundle” che contiene molte ore-uomo di lavoro. Dopodiche’, i guadagni verranno… tagliando il costo del lavoro.

Lo stesso dicasi per la “grande distribuzione”: hanno iniziato a blaterare di “valore aggiunto” parlando di logistica, di supporto al cliente, di disponibilita’ del prodotto. Ma che cosa e’ successo, sotto?

E’ successo che il lavoratore della logistica e’, guarda caso, diventato un precario sottopagato. Che il supporto al cliente e’ diventato call-center, precario e sottopagato. Che la disponibilita’ del prodotto e’ garantita da commesse e commessi che lavorano anche la domenica e si alternano per tenere aperti i centri commerciali per 12,14 ore al giorno.

Ovunque, OVUNQUE , si parli di “valore aggiunto”, si intende usare la medesima strategia: prendere il prodotto X, venderlo insieme ad un certo numero di ore di lavoro (supporto tecnico, customer care, logistica, orari di apertura) , e poi puntualmente si va a ridurre il reddito di chi fornisce queste ore di lavoro.

Personalmente, quando sento parlare di valore aggiunto, la mano mi corre alla pistola.

E fareste bene a seguire il mio esempio.

(1)Rendere palindromo qualcosa e’ facilissimo, basta una macro che aggiunga ,alla fine delle parole, le stesse parole al contrario. Un cambiamento palindromo e’ semplicemente un “cambiamentotnemaibmac”.

(2) Dovendo, per forza di cose, il valore essere una quantita’.

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