L’assedio

Quando discuto di questioni legate alla produzione industriale, spesso sembra sfuggire ai miei interlocutori qualcosa che e’ abbastanza evidente per chi lavora o ha lavorato all’estero, o con aziende straniere. E cioe’ il fatto che il sistema italiano e’ sotto assedio, e l’assediante non e’ altro che…. la modernita’. Moltissimi dei disastri che stanno avvenendo stanno avvenendo nel tentativo (inutile) di alcune forze parassitarie di opporsi a questo processo di trasformazione.

Come avrete letto in molti posti, uno degli obiettivi degli economisti e’ di aumentare l’indice di produttivita’ delle aziende. Per indice di produttivita’ intendiamo un qualcosa che stia ad indicare (c’e’ ancora discussione a riguardo, specialmente per via di questa formula qui) l’efficienza produttiva di un qualsiasi produttore di “cose” e/o servizi. Che si usi una formula dubbia o se ne usi una forma differenziale piu’ credibile come il CES , in ogni caso, il discorso non cambia: e’ in corso una trasformazione dell’economia, la quale tende ad inseguire l’efficienza.

 

Come vedete, rispetto al semplice paragone tra costi e guadagni di strada se n’e’ fatta, se pensate che ancora i nostri piccoli industriali stanno a calcolare il rapporto tra prezzo finale e costo per fare pianificazione dei sistemi produttivi: ma tutto questo non ha nulla a che fare con l’efficienza: ha a che fare , semplicemente , con il margine di contribuzione.
Un’economia basata sull’efficienza NON ha alcun posto nell’ideologia marxista. Nell’ideologia di Marx, l’efficienza della produzione era un falso problema, visto che per marx esisteva un’efficienza “organica” intrinseca al processo e al prodotto, intesa come dato storico e quindi impossibile da ipotizzare come obiettivo. Per questa ragione, da questo mondo il pensiero di Marx e’ semplicemente bandito. Non ha senso, e’ obsoleto, inutile, del tutto fuori posto.
Specialmente nei paesi piu’ industriali del mondo, il computo dell’indice di produttivita’ e’ pratica comune. Poiche’ esso viene fatto prima per l’intera azienda e poi per i singoli pezzi, questa di fatto diventa una metrica per la misura dell’efficacia del lavoro.
Qual’e’ il risultato di questa logica? Che tipo di azienda si disegna?
L’azienda che si disegna e’ un’azienda (ce ne sono anche in Italia, per esempio acune catene di Ducati) che lavora essenzialmente a tempo pieno, producendo il massimo che, con quei mezzi, si possa produrre con quella catena. Ipotizzando una “sostituzione elastica”, infatti, il calcolo di qualsiasi modifica (eccetto gli ammodernamenti) simula una situazione peggiore.
Che cosa richiede , di fatto, questa “rivoluzione”? Supponiamo che un’industria inizi a lavorare basandosi sugli indici di produttivita’, e avvenga il cambio, che cosa succede tutto attorno, in quello che chiamiamo “indotto”?
  1. Ai fornitori di beni e servizi e’ chiesto di essere puntuali.
  2. Ai fornitori di beni e servizi e’ chiesta una policy di qualita’.
  3. Ai lavoratori e’ chiesto un output predefinito in sede di programmazione.
  4. Ai sindacati e’ chiesto di essere cooperativi in termini di produttivita’ e non antagonisti in termini di sciopero.
Questi quattro punti, ovviamente, sono lontani anni luce dalla realta’ italiana, ed e’ il motivo per il quale possiamo pensare che l’ Italia sia “sotto assedio”.
Ma il fatto e’ che sempre piu’ mercati e sempre piu’ clienti delle nostre aziende hanno iniziato a ragionare cosi’, impattando sulle prime (negli anni ’90 e’ iniziato il fenomeno) sulle nostre aziende che lavoravano per commesse straniere. C’e’ stata, cioe’ , una prima fase di urto nel momento in cui alle nostre aziende i clienti stranieri hanno iniziato a chiedere quello che serviva loro: consegne puntuali di materiali di qualita’ predefinita.
Come hanno reagito le nostre aziende?
  • Se anche avessero potuto rispondere in tempi ragionevoli con la propria struttura, i loro fornitori, i contoterzisti a conduzione familiare, i trasportatori, non avrebbero potuto garantire tale puntualita’.
  • Se anche avessero tentato di responsabilizzare le maestranze a lavorare con scadenze fisse, i sindacati si sarebbero opposti, e il risultato sarebbero stati degli scioperi.
Il risultato fu semplicemente questo: negli anni ’90 le aziende italiane hanno clienti che chiedono loro consegne precisissime con qualita’ predeterminate. Il tessuto economico , sindacale e aziendale italiano non permette questo. E cosi’, iniziano a delocalizzare.
Alla richiesta di tempi esatti e qualita’ alta del cliente tedesco, la PMI veneta risponde semplicemente comprando i materiale semilavorato in Croazia, in Cina, in Algeria, ovunque. Il nostro industrialotto non sa come, ma almeno sa che quei signori si sforzeranno di consegnare in tempo.
Che cosa fa il sindacato?
  • Esso dice di no per principio preso a chiunque parli di produttivita’, sostenendo che sia meglio essere disoccupati che perdere il prezioso diritto alla pausa caffe’.
  • Si trova immediatamente a dover gestire i licenziamenti, cioe’ i disoccupati, e la mancanza di lavoro dei giovani. Il rischio e’ che i disoccupati e i giovani inizino a farsi assumere cedendo su alcuni punti.
Cosi’, dal sindacato viene un’idea: lasciare cosi’ com’e’ il lavoratore che ha un lavoro, cosa che mantiene i suoi delegati (e il suo potere), scaricando su disoccupati e giovani il conto di questa fossilizzazione sui contratti di 30 anni fa.
Treu ha l’idea di creare il precariato: in questo modo per chi e’ “dentro” non cambia nulla, fa ancora la tessera del sindacato e il sindacato non perde potere. Chi e’ fuori, invece, non puo’ fare nulla di nulla, e viene abbandonato dai sindacati stessi.(1)
La seconda fase e’ quella del rientro. Che c’e’ stato, ma non come sperato.
Nella seconda fase del rientro, il produttore si rende conto che produrre in Cina dara’ dei risultati se vendi in Cina, ma introduce addirittura ancora piu’ incertezze riguardanti i tempi di consegna, per non parlare della qualita’. Cosi’, inizia un secondo processo di migrazione. Dalla Cina all’europa, ma NON in Italia.
  • Chi aveva prima portato la produzione in luoghi lontanissimi, la riporta in occidente. Ma, attenzione, non in Italia. Nel frattempo sono diventate produttive alcune ex repubbliche Jugoslave nel nord, piu’ diversi paesi dell’est europa.
  • Chi ha bisogno di specialisti arriva a riportare la produzione in Francia, Belgio, Germania, Spagna, ove e’ possibile produrre guardando alla produttivita’. Essendo cosi’ vicine, pero’, fanno concorrenza alle sorelle italiane, distruggendole.
Il sindacato che cosa fa? Nel frattempo  si e’ accorto che per zittire un lavoratore basta trasformarlo in un precario,  e procede con una opposizione ai lavori atipici sempre piu’ formale e meno sostanziale, girandosi dall’altra parte, e lasciando che non ci siano giovani a mettere in pericolo l’obsoleta e gerontocratica struttura del sindacato.
Nei primi anni 2000, inizia la terza fase del processo.Gli stranieri, mediante fusioni, sbarcano in Italia. Siamo ancora in questa fase del processo, nel quale attraverso poche crepe la cultura della produttivita’ sta iniziando a radicarsi.
A questo processo si oppone, sistematicamente, ogni forza oscurantista del paese, ovvero il blocco conservatore di sinistra e il sindacato, nonche’ la massa di parassiti incompetenti cui prima si e’ sempre trovato “un posto” e che oggi vede avvicinarsi la morte.
Ma cio’ che per la zecca e’ lo sterminio, per il cane e’ salute. E’ ovvio che se chiediamo alla zecca, non disinfesteremo mai il cane.
La fase attuale , e FIAT e’ solo un esempio sintomatico, e’ semplicemente la fase dell’assedio che precede il crollo delle difese. Alcune aziende italiane, in seguito a fusioni con aziende straniere, iniziano a produrre guardando all’ indice di produttivita’.
Ma non sono piu’ aziende straniere che hanno italiani come clienti. Sono aziende italiane, che sostengono dei corposi indotti. E qui inizia lo scontro che oggi e’ all’apice con la vicenda di FIAT.
Nei primi anni ’80, moltissime aziende italiane vengono acquistate. La prima cosa che i nuovi padroni fanno al cane che hanno comprato, ovviamente, e’ di togliere le zecche. Ma cio’ che per il cane e’ salute, per le zecche e’ sterminio.
Le aziende che oggi sopravvivono in italia si dividono in due categorie:
  1. Aziende che lavorano in produttivita’. Sono in buona salute, ma sono dei castelli inespugnabili per politici e sindacalisti, che non riescono piu’ a piazzarvi le loro zecche. Sono inespugnabili anche per incompetenti, cialtroni e venditori di buzzword.
  2. Aziende “della vecchia scuola”. Tentano di sfuggire alla morte sfruttando i lavoratori, sono malate e vicine alla chiusura. Nelle piu’ grandi i sindacalisti tentano di infilare gente, a volte riescono ancora, ma il baratro e’ vicino.
Il problema di questo disastro e’ che il sindacato non sa cosa farci: puo’ solo arroccarsi tentando di sopravvivere, divorando la carcassa finche’ c’e’ ancora da divorare.
Il problema, pero’, arriva con eventi come Pomigliano. Chi si illude che il problema di Pomigliano sia lo stabilimento FIAT, si illude. Quello stabilimento ha centinaia di fornitori, molti dei quali sono “indicati” dai sindacati stessi, e ha un indotto enorme. Se Pomigliano iniziasse a lavorare a ciclo continuo su ritmi serrati, tutta la galassia che gli orbita attorno dovrebbe a sua volta espellere le zecche, altrettanto assunte su “indicazione” dei sindacalisti. I quali suggerivano a FIAT il fornitore, e in cambio di questo suggerimento il contoterzista assumeva gente indicata dal sindacato.
Questa e’ l’ultima fase dell’assedio. Se si rompono oggetti di grandi dimensioni come FIAT, ENI, ENEL, TELECOM, si rompe tutto. Se i grandi iniziano a lavorare in qualita’, inevitabilmente e catastroficamente (per il sindacato) dovranno fare lo stesso tutti i fornitori.
Il sindacato ha bisogno, estremamente bisogno, che le grandi aziende rimangano dei baracconi inefficienti, perche’ cosi’ facendo alla loro ombra sopravvivono fornitori altrettanto inefficienti, ottimo terreno di scambio di favori: lavoro in cambio di voti, lavoro in cambio di scioperi a comando.
La seconda categoria di effetti la si avra’ nel mondo degli statali, altro grande feudo dei sindacati. Uno dei settori che e’ chiamato a rispondere in tempi prevedibili con qualita’ prevedibile e’ quello dello stato. Se procede ancora la propagazione della cultura del lavoro per produttivita’, lo stato iniziera’ ad essere sempre piu’ sotto stress perche’ produca risultati sempre piu’ misurabili, e sempre migliori.
Ma questo implica che , essenzialmente, anche lo stato si liberi dalle zecche.
Quali sono i prossimi passaggi? I prossimi passaggi sono , in un certo senso, gia’ scritti. Mano a mano che alcune aziende lavorano con tassi di produttivita’ controllati, anche i loro fornitori devono adattarsi e lavorare allo stesso modo.
Contemporaneamente, questa massa di aziende che ancora NON lavorano cosi’, per quanto tentino di sfruttare lavoro sottopagato, inizieranno a soccombere. Non c’e’ nessun costo del lavoro basso che possa risolvere i problemi di mercato di un’azienda che non guarda all’indice di produttivita’.
Si, intendo proprio ed esattamente problemi di mercato.
L’azienda che lavora con un indice di produttivita’ noto puo’ , in teoria, vendere lo stock che consegnera’ tra un anno. Tra un anno e mezzo. Tra due anni. Avendo un fattore di produttivita’ noto, puo’ calcolare gia’ ora i prezzi finali e fare l’offerta. Se e’ grande puo’ procurarsi anche le materie prime sul mercato dei future. Il cliente ha il vantaggio di fissare il prezzo sin da ora. L’azienda che lavora con gli schiavi, con un basso capitale sociale con cui non puo’ fare scorte di magazzino,non puo’ fare previsioni perche’ ha un giro di cassa scandaloso, e non puo’ prevedere i costi perche’ non conosce il proprio indice di produttivita’. Non possono fare forecast.
Di conseguenza, hanno un problema di mercato. Per quanto si sforzino di fare prezzi bassi, vincera’ sempre piu’ chi riesce a promettere consegne piu’ precise e qualita’ piu’ controllata. Il basso costo NON guida piu’ il mercato.
Ovviamente, TUTTE le forze oscurantiste italiane sono contro. Sono contro tutte quelle forze, dai partiti ai sindacati agli ordini alle associazioni di categoria che hanno sempre trovato il modo di “farci uscire un posto” per il tizio incapace.

E questo e’ lo scenario dell’assedio.La FIAT di Pomigliano e’ un inizio. Se chiude, l’indotto va a puttane. Se riesce ad aprire ai nuovi ritmi, l’indotto deve trasformarsi a tal punto da essere impraticabile per i sindacati e per i partiti. Se rimane e trasforma solo le catene rimanenti, idem.

In definitiva il risultato di questo assedio e’ semplice: rimarranno solo i migliori, e trasformeranno tutto attorno a se’.
La domanda e’: e per i peggiori?
Quel che il cane chiama salute, le zecche lo chiamano sterminio. Presto avremo un paese ricco con un gran numero di disoccupati. E questo paradosso si chiama: buona salute del cane. Ma le zecche la chiamano in un altro modo.
E cosi’, non vi meravigliate se vedete che gli stipendi sono aumentati E contemporaneamente il tasso di disoccupazione e’ alto. Non vi meravigliate se sentite parlare di crisi E di autostrate piene per le ferie estive. Non vi meravigliate se vedete gente che non ha lavoro e gli aereoporti pieni di gente che parte per le vacanze.
E’ gia’ successo altrove, si sono create bolle speculative per dare anche alle zecche l’illusione di poter continuare il loro stile di vita, ma non ha funzionato.
Non credo, onestamente, che la disoccupazione sia destinata a calare nel caso in cui il PIL dovesse crescere l’anno prossimo. Credo semplicemente che si alzeranno gli stipendi di chi li ha.
Per le zecche, vedo sempre meno luce, persone o aziende che siano.
Ma come diceva Esopo , perche’ le formiche dovrebbero avere pieta’ delle cicale?
Uriel
(1) Se vi chiedete come mai i sindacati facciano cosi’ poco per i lavoratori atipici (nonostante potenzialmente siano il bacino ideale per la loro missione, in teoria) , la risposta e’ che li hanno resi atipici per non doverli gestire come iscritti, con tutte le istanze di cambiamento e di rinnovamento che avrebbero chiesto al sindacato. Il sindacato ha preferito fossilizzarsi  su posizioni di rendita, lasciando i pericolosi sovversivi al precariato.
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