Il mito del popolo.

Tutta la dialettica politica di ottocento e novecento, i due secoli delle grandi rivoluzioni, e’ stata infarcita di un mito, quello del popolo. Il mito del “popolo” non e’ soltanto qualcosa di letterario, ma ha impregnato il modo di pensare di ognuno, al punto che si sentono dire cose quali “se il governo fa la tal cosa, e’ un casino, la gente fa un casino”. Andiamo a vedere un attimo come stanno le cose. La rivoluzione francese puo’ essere definita in ogni modo, meno che una rivoluzione popolare. L’illuminismo si diffuse principalmente nel cosiddetto “terzo stato”, ovvero la borghesia soffocata dal sistema di imposizioni del primo e del secondo stato (clero e nobili), piu’ la crescente pressione fiscale dovuta ai nuovi funzionari.

Succedeva che Luigi tentava di modernizzare lo stato francese. Quello che fece fu di affidare a funzionari di stato non nobili moltissime funzioni che prima erano esclusiva dei nobili. Questa esigenza era legata sia a questioni di modernita’ che di oggettiva inefficienza dei nobili. Se prendiamo per esempio il marchese, esso e’ teoricamente un nobile i cui possedimenti sono sul confine. Essendo sul confine, al marchese andranno assicurati i fondi che servono per difendere la preziosa riga, ovvero soldi per ponti e fortificazioni di vario genere, dai terrapieni ai balzi artificiali. I fondi derivano, in genere , da una parte dei dazi doganali a veri e propri finanziamenti della corona.
Che cosa succede a quel punto? Succede che i marchesi hanno , si direbbe oggi, un bel budget, e oggettivamente non mantengono grandissimi eserciti (cosa che produce spese continue) ma fortificazioni e castelli, che hanno costi fissi minori. Cosi’, il titolo di marchese inizia a venire richiesto, e le famiglie iniziano ad organizzare matrimoni strategicamente concepiti per produrre marchesi, anche fuori dalla linea di confine, il che significa che vanno finanziati direttamente perche’ mancano le riscossioni confinarie.
Morale: Luigi decide che ormai i nobili si sono riprodotti troppo, e che sono venuti meno alle loro funzioni principali. Affida tutto il potere a dei funzionari civili, e per soddisfare il narcisismo di questi personaggi istituisce una “etichetta” di corte, nella quale ogni cosa (anche la distanza dal Re) e’ legata al titolo nobiliare, col che i nobili si sentono fichissimi. Il guaio e’ che contemporaneamente taglia i fondi ai nobili, e il risultato e’ che i nobili per vivere al livello richiesto (una singola festa di matrimonio poteva divorare il PIL di 6-7 mesi della marca nobiliare) dovettero ricorrere ai piu’ obsoleti privilegi nobiliari: tassa sulla raccolta della legna, tassa sui pascoli, richiami alla corvee(1), eccetera.
Quest’opera di modernizzazione produsse un gigantesco malcontento popolare, e contemporaneamente il RE doveva soddisfare il narcisismo dei nobili dando loro la possibilita’ di sfoggiare la loro nobilta’ mediante feste, incontri , un palazzo sontuosissimo, nel quale l’etichetta sostituisse la reale consistenza dei privilegi nobiliari. Insomma, ti tolgo i fondi ma ti do’ l’ iPhone da sfoggiare.
Mentre si verifica  questa situazione si producono in Francia due borghesie: una mercantile, fatta di piccoli imprenditori, i quali vorrebbero crescere ma non possono perche’ appena provano arriva un nobile e si pappa tutto, oppure una nuova piccola borghesia di funzionari dello stato, creati dal RE, con retribuzione adeguata. ma incapaci di andare oltre perche’ oltre un certo punto trovano ancora nobili e preti a gestire tutto.  Una borghesia mista decide , molto semplicemente, di poter fare a meno dei nobili.
Con la rivoluzione francese, infatti, si abbattono i nobili e il clero, ma rimane al potere quasi tutto l’apparato di funzionari non nobili voluti dal Re. Erano parte di quel “terzo stato” .
La rivoluzione, ovviamente, nacque dalle masse affamate, ma qui siamo al punto di prima: le rivolte sono sempre avvenute. Il popolo, alla fame, ha sempre dato luogo ai tumulti. La differenza tra una semplice rivolta per il pane ed una rivoluzione e’ che esiste una borghesia relativamente colta capace di dare visione e strategia alla rivoluzione stessa.
I rivoluzionari francesi , il popolo che si batteva sulle strade per fame, non avrebbe ottenuto altro che una rivolta sedata nel sangue, se non ci fosse stata alla loro testa una borghesia colta capace di partorire e diffondere i valori che oggi chiamiamo “illuminismo”, e una borghesia di nuovi funzionari di stato capaci di ricreare le istituzioni in brevissimo tempo, senza l’appoggio dei nobili.
Lo stesso dicasi della rivoluzione americana: sicuramente vi parteciparono gli americani, ma non certo i piu’ poveri. Gli schiavi neri, per dire, non ne ebbero alcun beneficio. A condurla fu una borghesia che mal soffriva le tasse inglesi, capace di scrivere una costituzione, capace di gestire la colonia (in quanto lo facevano gia’) , eccetera.
Lo stesso dicasi per le rivoluzioni bolsceviche: checche’ se ne dica, alla guida c’erano un gruppo di borghesi, abbastanza colti da capire l’ideologia che stava sotto (saper leggere , Marx o altro, e scrivere  non era cosi’ comune all’epoca) , i quali hanno guidato il popolo.
Se il “popolo” si ribella, tutto quello che otterrete sara’ un tumulto, una stupida rivolta. Il governo mandera’ la polizia a sedarla, e non succedera’ nulla. Perche’ la rivolta si trasformi in rivoluzione occorre l’appoggio di una classe borghese ed alfabetizzata capace di dare alla rivolta una direzione , un’organizzazione, una strategia ed uno spessore ideale.
Qui c’e’ il punto: anche durante l’ Impero romano ci furono rivolte di schiavi. Heliopolis, la rivolta in Sicilia , furono rivolte durissime, che pero’ non fecero alcuna rivoluzione. Lo stato fu capacissimo di reprimerle nel sangue.  Mancava loro uno strato di borghesi capaci di trasformare in rivoluzione una semplice rivolta.
E non occorre nemmeno una borghesia qualsiasi: occorre una borghesia estremamente connessa, capace di comunicare , dotata di un network su scala nazionale. In parole povere, una borghesia mercantile. Inoltre, poiche’ dovra’ immediatamente ricostruire lo stato, occorre anche l’appoggio della borghesia dei funzionari pubblici. Li chiameremo, per tradizione, “terzo stato”. Oggi li chiameremmo “ceto medio”, PMI, “professionisti”, “commercianti”.
La prima cosa che uno stato deve fare, se vuole assicurarsi di non venire abbattuto da una rivoluzione, e’ di eliminare il ceto medio e la piccola borghesia, e se non puo’ farlo, deve ridurre questa borghesia in una componente funzionale del governo stesso. Perche’ lo strato sociale depositario delle aspirazioni piu’ illuminate e democratiche non e’ la classe operaia, ma il ceto medio. Il nemico del dittatore non e’ il proletariato, ma il ceto medio. Il difensore della democrazia e dei diritti non e’ il proletariato, ma il ceto medio.
Se un governo ha l’appoggio della borghesia , puo’ fare qualsiasi cosa. Se anche il popolo si ribellasse, otterrebbe soltanto uno stupido tumulto che le forze armate possono reprimere facilmente, se necessario col sangue, senza che nessuno ci trovi niente da dire.
Quando arrivano delle notizie tipo “il 10% della popolazione possiede il 50% delle risorse”, e presumibilmente che il 20% ne possieda l’ 80%, tutti coloro che sono intrisi del mito del popolo penseranno “un simile stato di cose non puo’ durare”.
Beh, mi spiace: “simili stati di cose” sono durati, in passato, secoli se non millenni. E se il sistema delle caste indiano non fosse stato abbattuto dagli inglesi sarebbe ancora li’: la casta dei guerrieri  e dei bramini, e quella dei piccoli borghesi erano quelle piu’ funzionali  al sistema. Una stragrande maggioranza della popolazione ridotta in condizioni disumane non aveva la piu’ pallida possibilita’ di fare una “rivoluzione”, perche’ la casta che avrebbe dovuto guidarla era funzionale al sistema stesso.
Anche il popolo affamato non puo’ essere un popolo qualsiasi. Il “popolo” che faceva la rivoluzione non era solo affamato. Era anche un popolo che poteva lasciare casa senza rimpianti per andare a combattere, ovvero un popolo di persone che non avevano un gravame di impegni economici tali da DOVER andare a lavorare piuttosto che a combattere. Il precario non scioperera’ mai, proprio perche’ e’ precario. Per scioperare dovete avere la garanzia di ritrovare il lavoro domani. Occorre quindi un tipo particolare di popolo, ovvero qualcuno che puo’ lasciare le proprie faccende per qualche tempo. Occorre una particolare classe di lavoratori, fatta normalmente di contadini (che ritroveranno la terra al ritorno) e di subordinati  stabili,  ovvero di persone che confidano di poter ritrovare un posto nell’economia al ritorno.
Occorre anche un terzo requisito, ovvero delle forze armate e delle forze di polizia che ad un certo punto voltano faccia al governo perche’, in ultima analisi, simpatizzano coi dimostranti o almeno con le loro istanze.
E’ possibile concepire una rivoluzione oggi? Quali sarebbero i requisiti?
Il nostro movimento dovrebbe essere guidato, circa, da
  1. Commercianti e professionisti.
  2. Dirigenti della pubblica amministrazione.
A queste due categorie dovrebbe andare la creazione dell’ideale e la visione necessaria per gestire la rivoluzione sul piano strategico e politico, nonche’ per ricostruire le istituzioni subito dopo evitando il collasso totale dello stato.
Ma entrambe le due classi oggi sono funzionali al governo. I dirigenti vivono quasi tutti negli enti locali e nelle loro figlie “municipalizzate”, e col “federalismo” la cosa aumentera’. Commercianti e professionisti , quelli capaci di concepire un’ideologia , sono tutti funzionali al governo e non concepiscono ne’ recepiscono un bel nulla.
La forza violenta dovrebbe venire dal popolo di cui parlavo sopra, ovvero da
  1. Contadini
  2. Lavoratori dipendenti.

Qui la penetrazione della Lega e’ fortissima tra i contadini al nord, mentre al sud i contadini sono un feudo dei sindacati cattolici e di destra (Alemanno docet)  e tra i bistrattati di questa societa’ ci sono dei precari, non dei dipendenti. I dipendenti oggi devono andare al lavoro, non hanno tempo di andare in piazza.

Forze armate e polizia sono schiarati esplicitamente a destra, e i pochi che si dichiarano “di sinistra” sono isolati e privi di potere. Il loro voltafaccia e’ improbabile.
Morale: non e’ possibile alcuna fottuta rivoluzione in Italia. Al massimo possono esistere delle rivolte, ma la polizia e’ con le destre, e lo rimarra’.Il che significa che le rivolte saranno sedate.
Un sistema economico puo’ rimanere stabile anche in condizioni di estrema disuguaglianza, come e’ successo per MILLENNI in tutto il mondo.
Non c’e’ nulla, quindi, che il governo “non possa fare” perche’ altrimenti “la gente fa un casino”.
La gente non fara’ proprio nulla, e quindi il governo ha, essenzialmente,  mano libera. Se pensate che non possa togliervi alcuni diritti “altrimenti succede un casino” oppure non possa fare alcuni tagli “altrimenti succede un casino” vi sbagliate di grosso.
Senza una borghesia capace di guidare, al massimo otterrete delle rivolte come nelle banlieues. Prontamente represse dal governo, che e’ ancora li’, senza alcun risultato se non eccitare qualche fotografo pittoresco e qualche fesso da centro sociale.
Ogni secolo produce i propri miti. Il novecento ci ha dato il mito del “popolo” e della “rivoluzione”.
Il novecento e’ finito.
Uriel
(1) Mediante la corvee il nobile precettava i contadini ad andare a lavorare, gratis, nelle sue terre. In pratica, i nobili facevano raccolto gratis. Ovviamente, spesso i raccolti dei contadini  e dei possessori di terre  (non nobili e non ecclesiastici) marcivano per mancanza di raccolta.
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