Bavagli silenziosi.

Nel dibattito che circonda la diffusione di Internet in Italia manca sempre una concausa alla scarsa penetrazione del mezzo, ed e’ il ruolo della stampa. Perche’ in definitiva la stampa dei paesi che hanno internet “piu’ diffuso” si e’ comportata in maniera molto differente rispetto a quella italiana. E c’e’ una ragione.

L’americano e’ entrato su Internet con grande entusiarmo. Verissimo. E’ vero che il presidente Clinton abbia spinto molto per le nuove tecnologie, verissimo. Tuttavia, il divario italiano non e’ dovuto ne’ alla diffusione geografica ne’ ai prezzi.
Dico che non e’ dovuto alla diffusione geografica perche’, essenzialmente, l’uso di internet (percentualmente) non e’ diffuso quanto la disponibilita’ effettiva sul territorio (il rapporto tra quelli che ce l’hanno e quelli che potrebbero averla e’ ancora alto) , e dico che non c’e’ bisogno dei prezzi perche’ quando ci fu il primo boom della New Economy gli abbonamenti costavano (direttamente o indirettamente, come costi in bolletta) MOLTO piu’ di oggi.
Il vero problema e’ stato diverso: la stampa americana ha spiegato agli americani che cosa potevano fare con internet. E lo ha spiegato sul mezzo cartacero.
Molti di quelli che leggono questo blog pensano che Repubblica, il Corriere, eccetera, facciano una grande pubblicita’ ad internet e a tutti i suoi derivati.Sapete perche’ lo pensate? Perche’ leggete il SITO WEB: parlano di Internet e chi ce l’ha gia’.
Se compraste l’edizione cartacea, scoprireste una realta’ molto diversa: la stampa italiana, quella tradizionale, non ha MAI detto agli utenti che cosa possano fare con Internet. E c’e’ una ragione precisa per questo.
La cosa che potete fare meglio e piu’ con Internet, (oltre ad usare servizi online), e’ di informarvi. Conoscere le ultime tendenze sociali, osservare che cosa fanno i ragazzini adolescenti, conoscere (almeno per vie riflesse) che cosa fa la societa’ attorno a voi, almeno quella che sta su internet.
Nel bene o nel male, gli americani prima e molti europei dopo hanno saputo quasi subito una semplice cosa: che Internet poteva servire al cittadino comune, innanzitutto, per informarsi ed essere piu’ informato.
Che questa sia stata una tattica suicida o meno, il concetto e’ molto semplice: negli USA si e’ parlato di internet sui media tradizionali, e specialmente si e’ spiegato alla nonnetta settantenne (1) che usando Internet non solo poteva avere servizi, ma poteva arrivare a forum, chat, qualsiasi cosa ove qualcuno potesse dare delle risposte, dal “ma come faccio a convincere la mia assicurazione sanitaria a fare la tal cosa”, (2). Cioe’, per essere piu’ informati.
Del resto, questo fa la rete. Trasporta informazioni. Non trasporta “democrazia”, non trasporta “valore”, non trasporta “liberta’”, non trasporta “diritti”. Trasporta bit. Informazione.
Che cosa ha detto agli italiani , riguardo ad internet, la stampa NON digitale? Niente. Se i giornali vantano di essersi “modernizzati” e Repubblica straccia la minchia con secondlife prima e facebook dopo (ovviamente nella sua versione digitale), per gli utenti che ancora NON hanno internet, di spiegazioni ce ne sono poche, davvero poche.
La verita’ e’ che la stampa italiana divide i lettori in due categorie: quelli che hanno internet, e quelli che NON ce l’hanno. A quelli che hanno internet, parla tantissimo di internet. A quelli che NON hanno Internet, non ne parla quasi per nulla. E lo stesso fanno le TV mainstream: se hai internet, c’e’ il servizio via web e blablabla. Se non hai internet, non ti dicono nemmeno che cosa sia, lo fanno in maniera confusionaria, e spesso solo per fatti di cronaca.
Questa differenza , molto spiccata, tra la stampa straniera e quella italiana e’ tra le concause. E’ vero che i ceti alti e i professionisti useranno internet, ma … ma? I professionisti che lavorano in azienda non distinguono tra “posta elettronica” e “Outlook”. Sanno lavorare in aziende che usano internet, ma moltissimi di loro non conoscono nemmeno i grandi mainstream, non sanno usare un MSN, eccetera.
Dall’altro lato, chi non ha internet non sa per quale motivo ne dovrebbe aver bisogno. Non sa che tipo di vantaggi potrebbe dargli.
Direte voi: ma cosi’ facendo, i giornali USA si sono suicidati, e lo stesso vale per le TV. Mentre quelli italiani, secondo voi, no?
Vi vorrei solo far notare alcuni dati, che potete trovare CLICCANDO QUI.
Stando a questi dati la stampa Italiana e’ conciata molto peggio di quella americana, Repubblica ha perso il 25% degli utenti nell’ultimo anno, il Corriere si e’ limitato al 20% , ma e’ successo che ha intercettato i lettori moderati in fuga da una Repubblica che sta diventando una copia dell’ Unita’.
Il resto della stampa non sta meglio, e senza gli aiuti di stato e senza il truffaldino meccanismo del rimborso sulla carta, nessun giornale italiano ha, nel 2010, la capacita’ di sopravvivere con le proprie forze. Si tratta di entita’ dentro un polmone d’acciaio finanziato dal pubblico.
Lo stesso dicasi della televisione: i TG hanno perso, in media, quasi un milione di telespettatori nell’ultimo anno. E non e’ una questione di politica, perche’ anche i TG “alternativi”, o quelli “di sinistra” stanno molto bene.
Che cosa hanno salvato, dunque, i giornali italiani osteggiando la diffusione di Internet? Praticamente, nulla. Stanno morendo, e stanno morendo sempre piu’ velocemente. Stanno stampando copie da distribuire sui treni e da mettere gratis nei locali , come “invito alla lettura”, solo per poter dire ai loro inserzionisti che “distribuiamo tot migliaia di copie”.
La Repubblica sta facendo una campagna fortissima per non subire “il bavaglio” di Berlusconi: ma il bavaglio piu’ forte, nell’ultimo anno, glielo hanno messo i lettori. Non comprando il giornale.
Qui c’e’ il punto: poniamo anche il caso che Berlusconi non faccia passare questa legge. Ha pur sempre varato una finanziaria. Con questo crollo, oggi, per imbavagliare i giornali gli basta togliere i soldi, chiudere il rubinetto. Con il 2010 si e’ raggiunto e’ superato un punto di non ritorno, per il quale NESSUN giornale, neanche i piu’ grandi, ha i mezzi per sostenersi.
La domanda e’: una stampa che dipende totalmente dal governo per sopravvivere, puo’ davvero lamentarsi di essere imbavagliata dallo stesso? Non c’e’ davvero nessun conflitto di interessi nel fatto che TUTTA la stampa italiana, e buona parte delle TV, possano ormai vivere SOLO se il governo le aiuta? (3)
Questo e’ il punto: puo’ una stampa che porta il guinzaglio attorno al collo lamentarsi per un bavaglio?
Come ho scritto qualche post fa, vedo nella dialettica contro Berlusconi il satrapo dei media un romanzo. La struttura narrativa del romanzo e’ fatta, circa, di tre fasi:
  1. Si menziona o si mostra una normalita’, un equilibrio iniziale, presente o passato, e si presentano i personaggi.
  2. Arriva un evento che spezza l’equilibrio esistente e causa la catena di eventi oggetto del romanzo.
  3. Gli eventi arrivano a compimento e si crea un altro equilibrio.
Cosi’, il romanzo su berlusconi satrapo dei media racconta di un mondo inesistente, pre-berlusconi, nel quale la stampa e le TV erano “libere”. E’ arrivato poi Berlusconi che le ha asservite ed imbavagliate, e adesso siamo nel mezzo del romanzo.
Davvero?
Le cose non stanno esattamente cosi’. Innanzitutto la TV “libera” non e’ mai esistita. Sino al pre-berlusconi, la RAI veniva spartita in tre parti: Rai Uno alla DC, Rai2 al PSI, Rai3 al PCI. Secondo voi, era una TV libera?
Il semplice fatto che a decidere la verita’ da rappresentare ai cittadini fosse un sistema consociativo PCI-DC-PSI la rendeva una televisione “libera”? Pensate davvero che i cittadini all’epoca fossero piu’ informati, o meglio?
Ecco la prima incongruenza nel romanzetto: non e’ mai esistito lostato di “equilibrio” precedente, perche’ non esisteva la televisione libera che Berlusconi avrebbe ucciso. Certo, il cittadino militante aveva, nell’80% dei casi (PCI-DC-PSI) una TV di riferimento, che gli diceva quel che voleva sentirsi dire. Ma questa e’ convivenza di propagande, non liberta’ di informazione.
Non e’ mai esistita, in realta’, l’informazione libera che si sarebbe perturbata. Quindi non c’e’ stata la rottura da parte del satrapo dei media, ma una semplice lottizzazione sgradita. Che non e’ affatto una rottura dell’equilibrio, ma una continuazione: i media sono divisi, a tutt’oggi, a seconda del potere relativo dei partiti. Semmai, e’ il PCI che ha perso potere : e questo si rispecchia nella distribuzione dei media.
Le TV continuano ad essere divise tra i partiti a seconda del loro potere, esattamente come prima. Il problema non e’ che e’ cambiato il metodo di spartizione, il problema e’ che e’ cambiato l’equilibrio tra i partiti. Ma il metodo e’ ancora lo stesso: se hai il potere in parlamento, prendi le TV.
La stampa pre-mondadori era una stampa libera? Assolutamente no, era una stampa partitica.I socialisti leggevano l’ Avanti, i comunisti l’ Unita’, i democristiani Avvenire, e cosi’ via. Ognuno sceglieva la propaganda che preferiva, ma in nessun caso si poteva dire che vi fossero giornali senza padrini politici (e si’, anche Montanelli ne aveva, solo che ha avuto un impeto di paraculaggine senile e adesso e’ un santo , il santo di chi ha la memoria corta) .
In definitiva, una stampa da sempre lottizzata e lottizzata come sempre sta morendo. Per vivere ha gia’ bisogno dei soldi del governo, il che significa che il governo potrebbe chiudere il rubinetto e mettere fine alla baracca. La situazione economica della stampa italiana e’ tale che essa porta gia’ il guinzaglio del governo: non si capisce come si inalberino per il “bavaglio”. Siete gia’ servi, che cosa cambia se il padrone di ordina di tacere?
Non so che cosa cambierebbe, se Tremonti decidesse di tagliare completamente i finanziamenti alla stampa. Probabilmente sarebbe l’assalto dei giornali gratuiti, quelli che si distribuiscono nelle metropolitane. E se un governo decidesse di privatizzare RAI e di essere terzo rispetto a FIninvest, che televisione ne uscirebbe?
Probabilmente sarebbe la riscossa delle migliaia di TV private , locali, che vivono invece coi propri mezzi.
Ora, se il governo decidesse di tagliare i contributi, verrebbe accusato di voler zittire la stampa, e ci sarebbe una vera e propria rivolta mediatica. Cosi’, qualcuno si illude che questo non succedera’ mai.
E invece sta succedendo, perche’ a tagliare sono i cittadini. Quel 25% in meno di Repubblica e quel 20% in meno del Corriere, agli inserzionisti pubblicitari non piacera’. E piano piano, tutti i giornali entreranno (se non l’anno prossimo , tra due anni) nello stato comatoso di Liberazione, o nello stato di Hobby per ricchi mecenate che e’ l’ Unita’.
Il bavaglio, signori, non ve lo sta mettendo Berlusconi. Ve lo stanno mettendo i lettori, al ritmo di 20/25% annuo. Avete uno-due anni davanti a voi, poi sarete ridotti al silenzio.
Non sarebbe meglio, anziche’ protestare contro la legge-bavaglio, che provaste a fare qualcosa di diverso dalle consuete, inutili 20 pagine di politica piu’ 10 di cronaca e il resto poco e male?
Tornando a bomba, questi giornali hanno sempre taciuto, per paura, che cosa si potesse fare con Internet: essere piu’ informati , meglio informati. Avevano paura che questo fosse un’ammissione di fallimento. Ma cosi’ facendo si sono condannati all’obsolescenza, ed alla morte.
Anche i giornali americani e stranieri, che pure hanno informato, sono rimasti nella loro forma statica. Sapevano che esistesse qualcosa di meglio, ma non lo hanno assorbito.In Italia, poi, questa cosa arriva al parossismo.
  • I giornali online non linkano siti esterni senza avere un rapporto commerciale con loro. Il mio prezioso traffico e’ mio, e guai a chi me lo tocca. Se avessero fornito loro le prime directory di siti interessanti (dopotutto e’ sempre informazione), forse Yahoo e google non esisterebbero neppure.Perche’, dopotutto, un giornale online (che ha lo scopo di informarmi) non potrebbe essere un motore di ricerca, che ha lo scopo di cercare le informazioni?
Diciamolo apertamente: il giornale non e’ che un’azienda che manda le persone in giro a raccogliere le informazioni e te le presenta. Concettualmente, non e’ altro che un motore di ricerca  di informazioni che lavora nel mondo materiale. Quello che avrebbero dovuto fare e’ fare lo stesso lavoro su internet. Ma non lo hanno fatto, e altre aziende hanno preso il loro posto.
Con l’arrivo dei blog, avrebbero dovuto inglobarli dentro la loro struttura, anziche’ emarginarli in un ghetto per distinguere i giornalisti “veri” da quelli che volevano scrivere delle cose.
Invece tra un pochino saranno quelli “veri” a morire per primi.
E frignano per il “bavaglio”….
Uriel
(1) ne ho trovata una simpaticissima in una chat su Linux, mi sono fatto una sera a ghignare mentre le spiegavo come abilitare la sua wireless. Come tante americane, dirle “Linuxe’ troppo difficile” non era accettabile: non accettava che ci fosse qualcosa che lei non potesse fare, lavorando sodo. Gli americani working class devono essere delle persone incredibili.
(2) Vi sembrera’ strano , ma Yahoo Answers e servizi simili sono nati apposta per “dare risposte”.
(3) Se vivessero di mercato, ne’ RAI ne’ Fininvest potrebbero vivere. Se da un lato una tassazione particolarmente favorevole sostiene Fininvest, dall’altra  una raccolta di fondi mediante canone compensa un bilancio che altrimenti sarebbe catastrofico.
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