Il faccendiere, perche’ e percome II.

Discutere del quotidiano degli anni 70, che non sono poi cosi’ lontani (e che pure conosco per aver visto cambiare le cose negli anni ’80, dei quali ho piu’ memoria diretta), mi sta facendo intuire una cosa: che il paese attuale NON sia cosciente di stare vivendo un’era estremamente diversa dal passato, e che non sia cosciente di quante condizioni abbiano dovuto verificarsi perche’ questo accadesse. Ma specialmente, quasi nessuno ricorda (e questo mi stupisce ) cosa fosse il paese nell’era pre-google.

Sembra che il paese sia ipnotizzato da se’ stesso, e continui a ripetersi che quanto abbiamo ora non solo lo avremo per sempre, ma lo abbiamo avuto. Di questa credenza  capisco l’obiettivo psicologico in senso economico: illudersi che le cose siano sempre andate circa cosi’, o che siano state cosi’ da tempi lunghi e per tempi lunghi, serve a perdere la percezione della fragilita’ dello stato attuale. Serve a perdere la percezione, cioe’ , di quanto fragile ed illusorio sia il benessere italiano.
Se foste vissuti negli anni ’70, probabilmente sareste impazziti. Dico sul serio: la societa’ del periodo era cosi’ opaca e lottizzata che avreste gridato alla prevaricazione ogni 30 secondi, circa. La struttura sociale , e il suo operato normale, poteva essere riassunta in due parole: impedimento e vessazione. Lo stato era inteso, molto piu’ di ora, come un ente sovrano e vessatorio. La stessa idea di “sussidiarieta’ avrebbe prodotto sonore risate in OGNI ambiente”.
Ho aggiunto a “vessazione” la parola impedimento perche’, qualsiasi cosa aveste voluto fare, la risposta era NO. Non si poteva.
Qualcuno ha scritto che le PMI erano importanti anche in quel periodo. Gia’. Peccato che una “PMI” allora avesse qualcosa come 100/500 dipendenti, dal momento che la produttivita’ era circa dieci volte minore di oggi, in termini di ore uomo.
Esistevano, ovviamente, delle miriadi di piccole imprese, che erano chiamate “botteghe” se facevano del manufatturiero generico, “officine” in caso facessero metalmeccanica. Anche se forse non saremmo d’accordo sul concetto di “piccole”, rispetto ai canoni attuali. In ogni caso, niente di simile alle scintillanti PMI di oggi: non erano posti nei quali avreste voluto lavorare.
All’epoca l’economia italiana era retta dai risultati della ricostruzione.
  1. Gigantesche aziende statali e parastatali. SIP, ENEL, ENI,  Alitalia, Alfa Romeo, etc. Piu’ quelle ‘arastatali e patastatali, cioe’ privati con potentissimi aggangi e sinergie nello stato, sotto forma di appalti sostanziosi e impegno di soldi pubblici, come Olivetti, Ansaldo, FIAT stessa, eccetera.
  2. PMI , dai 200 ai 500 addetti, che facevano da fornitori alle prime. Lo status di fornitori era ottenuto con tutto, tranne che con il mercato. Dai faccendieri ai partiti politici ai sindacati, tutti questi erano semplicemente dei “fornitori obbligati” delle grandi aziende di stato.
  3. Ditte e Societa’, (poi spiego il perche’) , con meno addetti. Realta’ familiari, opache, spesso delle vere e proprie capanne dello zio tom. Nessuno le chiamerebbe, oggi, PMI. Il sogno di ogni padre di famiglia era che i propri figli studiassero per NON finirci dentro.
Per capire la realta’ dell’epoca, proviamo a pensare al nostro ragazzotto veneto/lombardo che vuole aprire un’azienda. Oggi e’ una cosa normale , no? Potete diventare una P.IVA in poche ore, giusto? All’epoca le cose non stavano proprio cosi’.
Negli anni ’70, le Camere di commercio erano un ente statale, privo di sussidiarieta’, e tenevano SOLO il “Registro delle Ditte”. Questo perche’ il Registro delle societa’ era tenuto … dal Tribunale. No, non sto scherzando. Per aprire una societa’ dovevate non solo passare dal notaio (che si prendeva una commissione molto piu’ alta di oggi, sull’intero capitale sociale dichiarato al momento) ma poi dovevate registrare la societa’ al tribunale. I tempi medi variavano da zona a zona, ma non erano nulla che voi avreste accettato.  Si misuravano in mesi, piu’ o meno.
Questo se volevate aprire un’impresa, cioe’ un’azienda che oggi definiremmo “artigiana”, cioe’ basata principalmente sul fare delle cose. Perche’ se aveste voluto aprire una “partita IVA” come oggi, avreste avuto una brutta sorpresa. E cioe’ che sareste finiti nella categoria del commercio. Con una piccola problematica: che era obbligatoria l’iscrizione al REC, per qualsiasi categoria.
E l’iscrizione al REC non era affatto banale. I requisiti  sono fatti cosi’:

per potersi iscrivere al REC sono richiesti anche degli specifici requisiti professionali che attestino la capacità di svolgere un’attività commerciale. È necessario perciò concludere positivamente un corso abilitante riconosciuto dalla Regione di residenza, oppure possedere un diploma di una scuola alberghiera o di altra scuola a specifico indirizzo professionale o, in alternativa, superare un esame davanti a un’apposita Commissione istituita presso le Camere di commercio. A quest’ultima prova, però, sono ammessi solo coloro che hanno un titolo di studio universitario o di istruzione secondaria superiore, oppure un’esperienza professionale acquisita con una durata di almeno due anni negli ultimi cinque in un esercizio di somministrazione, come dipendente qualificato addetto al servizio o alla produzione di alimenti e di bevande o in qualità di amministratore dell’esercizio, o come collaboratore familiare dell’imprenditore (dal 1991 non è più riconosciuta la pratica commerciale quale requisito automatico per l’iscrizione nel REC, ma è tuttavia indispensabile per poter sostenere la prova d’esame)

Capite immediatamente la costruzione familista dell’economia dell’epoca: anche oggi esiste l’iscrizione al REC, ma dal 2006 non e’ obbligatoria per tutte le categorie del commercio, come allora.  Si crede che il REC sia qualcosa legato principalmente alla ristorazione, a bevande e alimentari, ma all’epoca non era cosi’:  tutto era ancora regolato dalla LEGGE 11 GIUGNO 1971, n. 426,
la quale prevedeva l’iscrizione per:

1) L’ATTIVITÀ DI COMMERCIO ALL’INGROSSO,CHIUNQUE PROFESSIONALMENTE ACQUISTA MERCI A NOME E PER CONTO PROPRIO E LE RIVENDE O AD ALTRI COMMERCIANTI, GROSSISTI O DETTAGLIANTI,O AD UTILIZZATORI PROFESSIONALI,O AD ALTRI UTILIZZATORI IN GRANDE.TALE ATTIVITÀ PUÒ ASSUMERE LA FORMA DI COMMERCIO INTERNO,DI IMPORTAZIONE O DI ESPORTAZIONE;
2) L’ATTIVITÀ DI COMMERCIO AL MINUTO,CHIUNQUE PROFESSIONALMENTE ACQUISTA MERCI A NOME E PER CONTO PROPRIO E LE RIVENDE,IN SEDE FISSA,O MEDIANTE ALTRE FORME DI DISTRIBUZIONE,DIRETTAMENTE AL CONSUMATORE FINALE;
3) L’ATTIVITÀ DI SOMMINISTRAZIONE AL PUBBLICO DI ALIMENTI O BEVANDE,CHIUNQUE PROFESSIONALMENTE SOMMINISTRA,IN SEDE FISSA O MEDIANTE ALTRA FORMA DI DISTRIBUZIONE,ALIMENTI O BEVANDE AL PUBBLICO.

Come vedete, era necessaria l’iscrizione per quasiasi attivita’ commerciale. Direte voi: ma c’e’ ancora, e poi la Bersani e’ del 2006. Non esattamente. All’epoca, le licenze e l’iscrizione erano concepite in maniera leggermente diversa.
Era facile ottenere l’iscrizione e aprire un’attivita’? No.
Nei grandi comuni, infatti la vostra domanda veniva esaminata da una commissione composta da:

PER I COMUNI CON POPOLAZIONE SUPERIORE AI 50.000 ABITANTI O CAPOLUOGHI DI PROVINCIA,LA COMMISSIONE DI CUI ALL’ARTICOLO 11 È COMPOSTA DA:

  •   IL SINDACO O SUO DELEGATO CHE LA PRESIEDE;
  •   DUE ESPERTI DESIGNATI DALLA GIUNTA COMUNALE COMPETENTI RISPETTIVAMENTE PER L’URBANISTICA ED IL TRAFFICO;
  •   UN RAPPRESENTANTE DELLA CAMERA DI COMMERCIO;
  •   IL DIRETTORE DELL’UPICA;
  •   UN RAPPRESENTANTE DELL’ENTE PROVINCIALE DEL TURISMO O DELL’AZIENDA AUTONOMA DI SOGGIORNO,OVE QUESTA ESISTA;
  •   CINQUE ESPERTI DEI PROBLEMI DELLA DISTRIBUZIONE,DESIGNATI:TRE DALLE ORGANIZZAZIONI SINDACALI DEI COMMERCIANTI A POSTO FISSO DI CUI UNO DALLA GRANDE DISTRIBUZIONE,UNO DALLE ORGANIZZAZIONI DELLA COOPERAZIONE DI CONSUMO,UNO DALLE ORGANIZZAZIONI SINDACALI DEI VENDITORI AMBULANTI;
  •   QUATTRO RAPPRESENTANTI DESIGNATI DALLE CONFEDERAZIONI NAZIONALI DEI LAVORATORI.
Ora, poiche’ aprendo il vostro negozio avreste sicuramente portato piu’ concorrenza a quelli esistenti, ed essendoci gia’ quelli esistenti rappresentati, immaginate quanto facile fosse per voi avere l’iscrizione. Nei piccoli comuni, poi, peggio che peggio:
  • IL SINDACO O UN SUO DELEGATO CHE LA PRESIEDE;
  • DUE ESPERTI DESIGNATI DALLA GIUNTA COMUNALE,COMPETENTI RISPETTIVAMENTE PER L’URBANISTICA E IL TRAFFICO;
  • TRE ESPERTI DEI PROBLEMI DELLA DISTRIBUZIONE DESIGNATI DALLA GIUNTA COMUNALE, SENTITE LE ORGANIZZAZIONI DEI COMMERCIANTI E DELLA COOPERAZIONE DI CONSUMO;
  • TRE RAPPRESENTANTI DEI LAVORATORI DESIGNATI DALLA GIUNTA COMUNALE, SENTITE LE ORGANIZZAZIONI SINDACALI;
  • UN RAPPRESENTANTE DELLA AZIENDA AUTONOMA DI CURA E SOGGIORNO,OVE ESISTA.
Immaginate voi, in un piccolo paese, le probabilita’ che avevate di avere l’iscrizione, dal momento che per avere un negozio dovevate chiedere il permesso alla Coop e agli altri commercianti gia’ esistenti! E non nelle citta’. Nei comuni.
L’iscrizione al REC e’ stata riformata in diversi momenti. Nel 1991 , 1998, nel 2006 da Bersani. Anche le regole fiscali cambiarono di molto: prima si usava la legge Vanoni, nel 1973 arrivo’ l’ IVA. Gli artigiani erano regolati dalla vecchia legge 860 del 1956, che piu’ che regolare li vincolava ad essere ditte, gli dava iscrizione al REC per vendere qualsiasi cosa, e poi lasciava il vuoto: solo nel 1985 nasce la definizione giuridica di impresa artigiana: prima dovevate SEMPRE iscrivervi al REC, perche’ l’artigiano in se’ non esisteva.
Capite quanto fosse distante da noi, anni luce, il concetto di PMI “nata dal nulla e cresciuta a forza di imprenditoria?” Perche’ se dal 56 all’85 dovevate iscrivervi al REC, e dovevate aver gia’ esercitato il mestiere per due anni PRIMA di farlo, quanto familista e chiusa poteva essere la struttura dell’artigianato?
Ma andiamo avanti. Diciamo che miracolosamente avevate un parente che vi potva far accedere al REC, che ereditavate una licenza o che foste figlio del sindaco. Oppure che decideste di aprire un’officina o una bottega artigiana, evitando accuratamente la vendita al dettaglio.
Avrete notato che , essendo aumentata la produttivita’, oggi servano meno persone per fare il prodotto. Cosi’, per fare quello che oggi avreste fatto con 3 dipendenti, all’epoca ve ne servivano, diciamo, 15. Il che richiedeva un certo investimento. Non che oggi sia facile averlo, ma all’epoca non era neanche pensabile.
Dopodiche’, dite voi, dovevate solo aprire un conto in banca. Eh, mica facile. Cioe’, oggi entrate in banca e aprite un conto. Negli anni ’70, “avere un conto in banca” era una cosa diversa. Se in citta’ era una cosa abbastanza comune nei ceti alti e medi, la working class non se lo sognava neppure: usavano i libretti di risparmio postale, e i libretti di risparmio bancari.
In provincia, per dire in Veneto negli anni ’70, il conto in banca era un’operazione paramassonica, nella quale dovevate
  1. Venire presentati al direttore da qualcuno che gia’ aveva il conto.
  2. Dovevate avere una buona ragione per aprire il conto in banca.
Il punto “2” non e’ cosi’ semplice come si poteva pensare: il direttore vi dirottava inesorabilmente verso il libretto di risparmio, non appena le garanzie non fossero state sufficienti, o non fosse abbastanza amico di chi vi presentava.
Occorreva che foste, per dirla oggi, “credibili”. Qualcuno emigrato a Londra mi disse che per avere un conto in una banca in UK bisogna vestirsi bene e prendere un appuntamento, perche’ li’ e’ una cosa seria. Alla fine degli anni ’70, nel 1982, a mio padre occorse venir “presentato” dal suo nuovo socio, per convincere il direttore che non essendo piu’ un operaio adesso poteva avere un agognato conto corrente.
Del resto, lo stesso “mettersi in proprio” era un’operazione coperta da un’aria mistica, come se chi si “era messo in proprio” da quel momento appartenesse ad un’umanita’ diversa, superiore. Vanziniana, quasi. Tornavate coi piedia terra, ovviamente, se avevate aperto un’officinae giravate ancora con la tuta sporca di grasso.
Comunque, diciamo che avete evitato tutto quanto, avete formato una “Premiata Ditta”, evitando anche di registrarvi al Tribunale, avete  il vostro capannone con dentro quei 15 operai che producono. Adesso dovete vendere. Esclusa la vendita ai privati e all’ingrosso ( serve l’iscrizione al REC, ricordate?)
Potete fare come fecero i veneti e vendere all’estero? Eh, mica tanto. Negli anni ’70, l’ “estero” non era quello di oggi. Schengen viene firmato nel 1985, il che significa che le merci iniziano a passare UN SOLO controllo di frontiera in europa (se transitano via treno o TIR) solo dal 1985. L’italia vi aderira’ solo nel 1990, ma prima le leggi sono fatte per un modello di PMI che e’ “specialized-suppliers”, cioe’ la costruzione di manufatti con una certa capacita’ creativa, ma privi di reale innovazione tecnologica.
Insomma, essenzialmente trasformazione e lavorazione di semilavorati o grezzi. Bene. Allora, dobbiamo venderli. I casi sono due.
O trovate delle “PMI” come clienti, cioe’ aziende che lavorano per le grandi industrie italiane, o vendete ad una grande industria italiana. Non potete diventare cosi’ subito. Per limitare agli amici degli amici il giro degli appalti, quasi tutte le grandi aziende italiane degli anni ’70 pretendevano che voi foste una SPA.  Altrimenti, passavate per una delle aziende piu’ piccole, fornitori “paramafiosi” delle aziende statali.
Per farlo dovevate avere:
  • Un faccendiere che vi introducesse.
  • Un partito che premesse.
  • Un sindacato che ricattasse l’azienda per farvi fornitore.
Non c’era altro modo di entrare a far parte della rosa dei fornitori di un’azienda italiana. Potevate anche lavorare come fornitore dello stato, ma le condizioni NON erano molto diverse. Negli anni ’80,e specialmente 90 con le liberalizzazioni, il mercato si apri’ un pochino, ma quello che si era aperto era il commercio estero.
Ma negli anni ’70, quando ancora non esisteva l’Agenzia per le Dogane, dipendevate dalla Guardia di Finanza. La quale NON era affatto meccanizzata.
Supponiamo che voi produceste, che so io, pezzi di macchine meccaniche su richiesta, come accadeva in Emilia. Bene. Per prima cosa , dovevate identificare la categoria doganale del pezzo che volevate spedire. No, perche’ se serviva a far andare una macchina che confeziona sigarette e’ un conto, se e’ un pezzo di un motore navale, il codice e’ diverso.
Allora, siccome non c’e’ NIENTE di automatizzato (siamo negli anni ’70), dovevate avere una specie di dogana interna. Dogana interna significa che dovete chiamare la Finanza. La Guardia di Finanza arrivera’ la prima volta, identifichera’ le cose che dovete spedire, le inscatolera’ o le piombera’, assegnera’ loro un codice doganale a seconda di cosa sia , verifichera’ col ministero che siate dentro il complesso sistema di quote e di licenze che esisteva nel dopoguerra.
Una volta separati e identificati, i colli dovevano essere consevrati in una zona chiusa a chiave, e vi veniva allegata la bolla di accompagnamento (allora obbligatoria e omnicomprensiva), e se era un oggetto composto anche l’eventuale distinta di produzione. E ovviamente la fattura, di cui si controllava fosse numerata e archiviata.
Alla partenza, cioe’ quando vi arrivava il treno (piccole aziende come la Colombani avevano gia’ un paio di binari in casa per la spedizione) , la fonanza doveva tornare. Il TIR (o il vagone ferroviario, ma i vagoni avevano gia’ la loro tara indicata sopra) andava pesato su una pesa pubblica ( o avevate una pesa in fabbrica) e poi caricato, indi piombato. Solo se arrivava alla frontiera con i piombi interi poteva passare, e se la categoria merceologica era giusta allora avevate pagato le tasse di esportazione (oppure non le avevate pagate, a seconda) giuste. Altrimenti, veniva respinta alla frontiera e/o dovevate farvi una corsa in macchina alla frontiera, dove pagavate la differenza per sdoganare le cose.
Prima di schengen, questo poteva avvenire ad ogni frontiera attraversata in Europa.
Durante il ventennio dal 1970 al 1990, si passo’ lentamente alle quote iniziali (poco piu’ che petrolio e carbone) ad un alleggerimento progressivo delle procedure doganali, inoltre la guardia di finanza si era sempre piu’ automatizzata, e negli anni ’80 si era giunti persino a poter avere il cambio e le categorie doganali via telex (wow).

 * Testo Unico della Legge Doganale – DPR n.43 del 23/1/1973 – G.U.n.80 del 28/3/1973
* Regolamento per l’esecuzione della Legge Doganale n.65 del 13/2/1896 – G.U. n.64 del 17/3/1896
* Regolamento CEE del 14/6/1983 (Convenzione Internazionale sul sistema armonizzato di designazione e di codificazione delle merci “TARIC” entrata in vigore il 1° gennaio 1988 vigore.
* DPR 30/12/1969 n.1133 – Attuazione delle direttive CEE adottate dal Consiglio CEE n.69/73/CEE – 69/74/CEE – 69/75/CEE relative all’armonizzazione delle disposizioni legislative, regolamentari ed amministrative riguardanti il regime di perfezionamento attivo, dei depositi doganali e delle zone franche G.U. n.36 dell’ 11/3/1970
* DPR 30/12/69 n.1134 – Attuazione della direttiva CEE n. 68/312 relativa all’armonizzazione delle disposizioni per la presentazione in dogana delle merci stesse – G.U. n.36 dell’11/2/1970
* L. 22/12/1960 n.1612 (Riconoscimento giuridico della professione di spedizioniere doganale) G.U. n.4 del 5/1/1961
* D.M.10/3/1964 (Norme per l’applicazione della L.1612) G.U. n.102 del 24/4/1964
* L.10 ottobre 1989, n. 349. Delega al Governo ad adottare norme per l’aggiornamento la modifica e l’integrazione delle disposizioni legislative in materia doganale, per la riorganizzazione dell’amministrazione delle dogane e imposte indirette, in materia di contrabbando e in materia di ordinamento ed esercizio dei magazzini generali e di applicazione delle discipline doganali ai predetti magazzini generali, nonché delega ad adottare un testo unico in materia doganale e di imposte di fabbricazione e di consumo
* D.L.vo 8 novembre 1990, n.374. Riordinamento degli istituti doganali e revisione delle procedure di accertamento e controllo in attuazione delle direttive n. 79/695/CEE del 24 luglio 1979 e n. 82/57/CEE del 17 dicembre 1981, in tema di procedure di immissione in libera praticadelle merci, e delle direttive n. 81/177/CEE del 24 febbraio 1981 e n. 82/347/CEE del 23 aprile 1982, in tema di procedure di esportazione delle merci comunitarie
* Reg. CEE 12 ottobre 1992, n. 2913. Istituzione del codice doganale comunitario
* Reg. CEE 2 luglio 1993, n. 2454. Disposizioni d’applicazione del regolamento (CEE) n. 2913/92 del Consiglio che istituisce il codice doganale comunitario

* DPR 26/10/72 n.642 (Disciplina dell’imposta bollo) G.U. n. 292 dell’11/11/1972
* DPR 26/10/72 n.641 (Tassa concessioni governative) G.U. n. 292 dell’11/11/1972
* DPR 26/10/72 n.633 (Istituzione e disciplina dell’imposta sul valore aggiunto) G.U. n.292 dell’11/11/1972

Persino i regolamenti di trasporto si fecero sempre piu’ sensati, fino ad avere il moderno concetto di TIR.
* CMR (Convenzione relativa al contratto di trasporto internazionale di merci su strada) Ginevra 19/5/1956

* Direttiva del 23/7/62 modificata da ultimo dalla direttiva 84/647/CEE (Emanazione norme comuni per taluni trasporti di merci su strada) G.U. CEE 6/8/62
* Direttiva del 13/5/65 n.269 del Consiglio come modificata da ultimo dalla direttiva n.505/85/CEE del 14/11/85 (Uniformazione delle norme riguardanti le autorizzazioni dei trasporti su strada tra Stati membri) G.U. CEE 24/5/85
* Decisione Consiglio del 20/12/79 n.80/48/CEE (adattamento della capacità per i trasporti di merci su strada per conto terzi)
* Regolamento CEE n.3164/76 del Consiglio modificato dal regolamento n. 1841/88 del 21/6/88
* Direttiva 75/130/CEE (Fissazione delle norme comuni per taluni trasporti combinati) G.U. n.L.48 del 22/2/76
* Regolamento CEE n.1107/70 così come modificato dal regoalemento n. 1100/89 del 27/4/89 (Aiuti accordati nel settore dei trasporti per ferrovia, su strada e per via navigabile)
* Regolamento CEE n.4058/89 del Consiglio del 21/12/89 relativo alla formazione dei prezzi per i trasporti di merci su strada tra gli Stati membri
* Regolamento CEE n.2831 del 12/12/77 (Formazione dei prezzi per i trasporti di merci su strada tra gli Stati membri) G.U. n. L.344 del 24/12/77
* Regolamento CEE n.1174 del 30 /7/68 (Istituzione di un sistema di tariffe a forcella ) G.U. CEE n.194 del 6/8/68 DPR 29/12/69 n.1128 – G.U. n.75 del 25/3/70
* D.M. n.197 del 14/6/88 (Attuazione della direttiva CEE n. 82/603 relativa alla fissazione di norme comuni per alcuni trasporti di merci combinati strada-ferrovia tra Stati membri) G.U. n.136 dell’11/6/88
* Regolamento CEE n.3820/85 del 20/12/85 relativo all’armonizzazione di alcune disposizioni in materia sociale nel settore dei trasporti su strada (Tipi di guida)
* Regolamento CEE n.3821/85 del 20/12/85 (Apparecchio di controllo nel settore dei trasporti su strada – Cronotachigrafo)
* Regolamento CEE 3118/93 (Condizioni per l’ammissione dei vettori non residenti ai trasporti nazionali di merci su strada in uno stato membro)

Come vedete, le regole sono cambiate molto nel tempo: negli anni ’70, spedire roba all’estero lo facevate solo per volumi (non potevate iniziare per avviare l’attivita’, dovevate PRIMA avere i volumi), spedire un solo pallet di merce lo potevate fare solo se il pallet conteneva cose di valore relativamente alto.
Alla vostra piccola bottega, od officina, per partire doveva affidarsi al trasporto nazionale. Non che il trasporto nazionale fusse piu’ semplice. La bolla di trasporto all’epoca era necessaria e doveva essere omnicomprensiva.
Per uscire da un’azienda che NON facesse commercio , cioe’ da un produttore  industriale  o da un’agricoltore, il camion andava pesato sulla pesa pubblica PRIMA (vedete ancora le pese pubbliche in giro) e poi  caricato all’uscita. Vi serviva, all’uscita dell’azienda, una pesa, oppure prima di lasciare il territorio del comune il camion doveva andare a pesarsi.
La guardia di finanza, infatti, all’epoca faceva i posti di blocco frequentemente quanto la polizia stradale,e  quando incontrava un camion o un furgone non faceva altro che controllare il peso, il contenuto, e verificare che tutto corrispondesse con quanto in bolla.
Solo in seguito la pesatura non fu piu’ obbligatoria, e solo in seguito la bolla di accompagnamento divenne qualcosa che potevate integrare o produrre anche dopo il trasporto.
A che cosa serve questo tuffo nel passato? Serve a capire che la societa’ , e specialmente l’economia che oggi vediamo non e’ un fenomeno che dura da molto. E’ anzi uno stato recente frutto di cambiamenti recenti, e al moderno concetto di PMI, si e’ arrivati solo nel tempo.
Oggi, rispetto agli anni ’70, e’ cambiato che:
  1. E’ piu’ facile avere accesso alle operazioni bancarie. Chiunque ha cittadinanza bancaria molto facilmente.
  2. E’ piu’ facile aprire un’azienda.
  3. E’ ENORMEMENTE piu’ facile ed economico commerciare con l’estero.
  4. E’ enormemente cambiata la dimensione delle aziende, per via della differente produttivita’.
L’ultimo punto e’ qualcosa che non si riesce a spiegare. Per chi maneggia computer, e’ difficile capire il devastante impatto che ebbe non dico l’informatica, ma gia’ l’elettronica sulla produttivita’ delle aziende. Aziende che negli anni ’70 avevano 2000 operai, alla fine dei ’90 producevano le stesse cose con 170.  Quelle che oggi sono delle piccole aziende sotto i 100 operai, all’epoca erano TUTTE sopra i 18 dipendenti, oppure erano delle capanne dello zio tom.
Il sogno di ogni padre era proprio che i figli NON andassero a finire nelle capanne dello zio tom altrui, ma se e’ per questo neanche nella propria: il “pezzo di carta” permetteva ai pargoli di fare domanda nelle grandi aziende di stato, e/o nella pubblica amministrazione, e perlomeno era un vantaggio tra i fornitori dei mastodonti industriali del periodo. Le botteghe e le officine, che oggi avrebbero le dimensioni delle PMI “agili”,  erano viste come luoghi da schiavi.
L’italiano non vuole ricordare questo periodo. Vuole pensare che le cose siano sempre state cosi’. Ma quello e’ il mondo dal quale veniamo, e stiamo vivendo un pezzo di storia molto breve. Non e’ sempre stato cosi’ che le cose sono andate.
Fino agli anni ’70, il faccendiere era una figura molto richiesta perche’ era l’unico capace di sfuggire, lavorando occultamente, alla rigidita’ spaventosa della societa’ e dell’economia italiana.
Un apparato statale terribilmente vessatorio e una societa’ basata su famiglie, unita ad una generazione che aveva creato il boom economico degli anni ’60 e ai loro figli che avevano potuto studiare, necessitava di svincolarsi dai meccanismi del “devi avere almeno due anni di esperienza sul campo  per iniziare a stare sul campo” , che inevitabilmente portavano le attivita’ a trasmettersi per via familiare o parafamiliare.
Con la scarsa produttivita’ degli anni ’70, aziende che oggi avrebbero 20/40 addetti ne avevano spesso 100/150. I fornitori delle grandia ziende statali e parastatali superavano facilmente i 100/200 addetti. Il gigantismo del mondo del lavoro dipendente era ancora il fulcro del benessere nazionale.
Ma quell’era e’ finita, e non puo’ tornare perche’ impianto normativo e’ completamente diverso.
Per ricondurci al mondo dei faccendieri, chiediamoci: che cosa ci insegnano quegli anni?
Ci insegnano che la societa’ italiana reagisce in un modo preciso quando arriva un ente prevaricatore, vessatorio e strapotente.
Quando arriva un’entita’ che , nel nome della legge , dello stato e/o di qualsiasi cosa si arroga un potere enorme sulla societa’ tutta, la societa’ italiana si comporta sempre allo stesso modo: cooptazione e opacita’.
Una storia di invasioni ha creato dei cambiamenti strutturali importanti al modo in cui intendiamo i rapporti, le conoscenze, le amicizie, la famiglia, e relativi doveri. L’idea che un’azienda di famiglia possa essere un forziere chiuso nel quale vedere tutto e’ impossibile dall’esterno  e’ ancora forte in noi. La Public company in un paese occupato non puo’ esistere nel momento in cui qualsiasi trasparenza non fa altro che permettere all’occupante di pretendere la propria fetta.
Nel momento in cui l’economia italiana si e’ resa conto , negli ultimi anni, di essere stata esposta all’occhio dei predatori stranieri, non ha fatto altro che opacizzarsi a dismisura : del resto, tutto quello che di buono c’era da vendere ad uno straniero e’ stato venduto: sono rimaste le PMI, ma solo perche’ lo straniero non riesce a leggerci dentro.
L’impressione che la politica abbia avuto parte attiva nell’esporre le nostre aziende indifese alla fame degli stranieri ha prodotto quell’ostilita’ che caratterizza la Lega nord e gli imprenditori che la seguono. Dice l’imprenditore leghista, “se mi costringi a rendere pubblici i fatti di famiglia, questi prima mi distruggono con una concorrenza sleale e poi mi comprano per uno sputo”. Questo e’ il punto.
C’e’, e non ho bisogno di prove ove basta la logica, al lavoro in Italia una prima ondata di faccendieri, ovvero di persone capaci oggi di gestire la stipula , e la prima ondata di “luoghi ufficiosi ove gestire gli affari e il credito”. Non c’e’ alcuna altra possibilita’, dal momento che oggi a fare un affare sul mercato pubblico e ad annunciarlo prima o durante l’affare si finisce preda dei soliti appetiti.
Il secondo strapotere e’ , oggi, quello della corrente legalista della politica, che se da un lato santifica il cittadino e gli concede una soglia di immunita’ piuttosto corposa per i piccoli reati “che fanno tutti” , dall’altro pretende che la magistratura sia un superpotere con il diritto di ficcare il naso, automaticamente, in qualsiasi affare.
Se esaminate la storia delle intercettazioni degli ultimi anni , vedrete che i magistrati si sono gettati sistematicamente su qualsiasi affare avesse risonanza pubblica, intercettando a strascico tutti i coinvolti. Quale sara’ la reazione della societa’ italiana ad una magistratura che intercetta quando vede qualsiasi cosa muoversi?
Semplice: la reazione sara’ di muoversi nel buio.
Questa situazione non e’ nuova nella storia della nostra cultura. L’ Italia e’ un paese occupato da secoli, e ha acquisito l’abitudine a lavorare in segreto, tenendo la ciccia in segreto, perche’ quando la ciccia e’ pubblica arriva qualcuno e ne vuole un pezzo. E dal momento che il problema e’ analogo, ovvero che quando la ciccia e’ pubblica arriva un magistrato e indaga, tutto quello che succedera’ e’ che la societa’ italiana tornera’ ai livelli di opacita’, familismo e cooptazione che usava in precedenza.
Qual’e’ il problema, dopotutto? Se si sa che esiste un affare, allora possiamo indagare sull’affare. Ma se mesi prima che esista l’affare , quando ancora c’e’ l’ipotesi, un faccendiere bene informato sull’ipotesi inizia gia’ a tessere accordi, quando l’ipotesi diverra’ realta’ e il magistrato andra’ ad intercettare, gli accordi saranno gia’ presi, e al sicuro nel cranio del faccendiere.
Non riesco ad essere cosi’ critico verso la cosa. Ogni volta che lo stato si trasforma in un vessatore, imponendo delle regole commerciali che ha concordato ad muzzum (entrata nel WTO, adesione all’ Euro, quote, eccetera) e che le aziende non riescono a reggere , ovviamente le aziende si attrezzeranno per tenersi il mercato , e lo faranno come sanno fare da sempre: cooptazione, familismo, opacita’.
Allo stesso modo, se una magistratura sempre piu’ impunita mostra la tendenza ad intercettare a strascico tutti i protagonisti di qualsiasi vicenda sia pubblica, il risultato sara’ che il mondo economico italiano rendera’ pubblico meno possibile, e si attrezzera’ perche’ tutto avvenga sottobanco, anche cio’ che di per se’ sarebbe legale.
Non riesco a vedere il male in questo: aderire al WTO e alle regole UE e’ stato come andare da un gruppo di cammelli e dire “ehi, giochiamo a pari condizioni con i pinguini”. Eh, certo, le condizioni sono le stesse per tutti, ma il fatto che il freddo sia lo stesso per tutti non fa diventare leale una gara tra pinguini e cammelli.
Abbiamo trascinato le aziende italiane a competere in un sistema di regole scritte per far prevalere le aziende anglosassoni e mitteleuropee, che e’ leale quanto prendere i cammelli e portarli tra i ghiacci del polo, dicendo che dopotutto la competizione coi pinguini e’ leale perche’ il freddo e’ uguale per tutti.
La magistratura sta mostrando un enorme dilettantismo , nel senso di lavorare non piu’ (almeno) sul fumus criminorum, ma sul fumus e basta, qualsiasi esso sia, mediante la pratica delle intercettazioni a strascico. Nel momento in cui qualsiasi imprenditore sa di essere intercettato per qualsiasi affare sia pubblico, secondo voi non gettera’ via il cellulare chiedendo l’intermediazione di un qualsiasi personaggio, se possibile?
Onestamente, non temo troppo neanche le conseguenze di questo sistema. Perche’ alla fine questo sistema di cose era opaco e ingestibile proprio per coloro che vessano per vedere e gestire.
Negli anni ’70 la magistratura non arrivava quasi mai da nessuna parte. Non ci riusciva perche’ la societa’ era cosi’ opaca da rendere inestricabile qualsiasi reato economico. Il magistrato si trovava di fronte uno o piu’ faccendieri, che avevano tutto in mente. I quali raccontavano quel che volevano, o spesso facevano scena muta, quando non depistavano.
E se anche il magistrato si accorgeva di essere stato depistato, non aveva comunque modo di risalire alla verita’: i grandi misteri del paese sono processi che si sono arenati di fronte ad un muro di persone che hanno tutto in mente e porteranno tutto nella tomba.
L’italia ha iniziato ad assomigliare ad alcune nazioni moderne quando ha allentato il peso vessatorio dello stato, e quando ha alleggerito i carichi investigativi. Ha avuto trasporti piu’ trasparenti TOGLIENDO la guardia di finanza ed eliminando l’obbligo di bolla di accompagnamento: prima , con la bolla, il risultato era semplicemente una incredibile quantita’ di camion carichi di scatole semivuote e pietre, al solo scopo di far uscire gli stessi camion con le stesse scatole piene, e le pietre in qualche fosso.
MA la tendenza giustizialista di oggi vuole fare il contrario. Vuole far tornare le fiamme gialle, vuole far tornare i controlli ovunque, vuole far tornare la vessazione, lo stato grande e grosso, lo stato carabiniere come si diceva un tempo.
Cioe’, lo stato che la cultura italiana sa affrontare (e disarmare) meglio.
Quando so gia’ come terminera’ la partita, e quando so gia’ chi la perdera’, tutto quello che faccio e’ sedermi a guardare lo spettacolo.
Aspetto solo che iniziino a gridare “siamo stati depistati”, e “poteri occulti”, per mettermi a ridere. E aspetto di vedere il Times che inizia a strillare perche’ in Italia gli investitori stranieri sono svantaggiati dalla mancanza di vere public companies.
Uriel
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