Il mito di io.

Quando si discute di nazioni, e si menziona il confronto tra l’occidente ed il mondo esterno, oppure il confronto fra Italia e paesi esteri, immediatamente ci si scontra con un mito. E’ il mito che definisco “il mito di io”, dal momento che in questi miti “io” diventa un’identita’ esterna alla persona, un concetto collettivo, un concetto che entra di buon diritto nella mitologia e nella superstizione.

Ogni popolo che abbia un qualche successo storico costruisce qualche mitologia che giustifichi il proprio stesso successo. Di solito il successo di un popolo dipende principalmente da fattori circostanziali, nel senso che l’opportunita’ di successo arriva quasi sempre da tali fattori. Se i romani fossero vissuti , che so io, in Ungheria, non ci sarebbe stato nessun impero romano. Come Roma non se la passava poi tanto bene quando i cartaginesi la sfidavano nel Mediterraneo, per dire.
Voi direte: ma i romani parlavano una lingua razionale come il latino, ma i romani avevano una mentalita’ razionale, ma i romani questo e quello. Vero. Ma di popoli che parlano lingue razionali e che hanno la mentalita’ dell’ottimizzazione ne incontrerete moltissimi: se non si trovano ad avere la risorsa giusta nel posto giusto e nel momento giusto, non avranno mai l’opportunita’ di crescere.
Quando capita l’opportunita’, poi, occorre che capiti la persona adatta e che non ci siano accidenti che la fermino.Per esempio, il prezioso governo di roma era un mix di tribu’ spiritiste, e la cittadinanza romana era concessa secondo regole tribali (come in pakistan, o in afghanistan) e la prima riforma davvero in senso “moderno” fu quella di Cesare, che di fatto fece un colpo di stato. Senza questo, Roma sarebbe affogata nell’obsolescenza di un mix di figure religiose e di tribu’ spiritiste(1), del tutto incapaci di generare una classe dirigente capace di reggere l’ Impero o di guidarne l’espansione.
Incidente che del resto capito’ a Napoleone. Non ho alcun dubbio circa il fatto che se Napoleone avesse vinto oggi l’Europa sarebbe un luogo di gran lunga migliore: tutti gli avversari di Napoleone rappresentavano forme di governo obsolete, primitive, chauviniste , e la loro somma ideale ha portato alla carneficina della prima guerra mondiale prima, e alla seconda carneficina della seconda guerra mondiale dopo: sarebbe bastato che l’idea di stato che Napoleone portava nei paesi satelliti si fosse imposta un minimo di piu’, e per piu’ tempo, e l’ Europa avrebbe evitato una quantita’ enorme di errori ed orrori. Non so se quella di Napoleone fu vera gloria o meno: di sicuro fu una vera sfortuna.
Queste tuttavia sono valutazioni a posteriori, e specialmente non sono arrivato al dunque: ad un certo punto, il vincitore attribuisce sempre alle proprie virtu’ la vittoria, quando un’analisi della storia economica potrebbe spiegare ogni cosa , riconducendo ad incidenti geografici o storici tutta la loro fortuna.
I tedeschi attribuiscono il proprio successo economico alla propria etica del lavoro e alla propria organizzazione: venite pure qui, e fatemi vedere un solo esempio concreto. Non ci riuscirete. E sapete perche’? Perche’ storicamente la fortuna della Germania fu dovuta al fatto di essere vicina al Regno di Svezia prima e a quello di Olanda poi, dai quali ereditarono le conoscenze tecniche, e dal fatto di avere gran quantita’ di carbone (e quindi di ferro) proprio nel momento giusto. Una volta avuto il budget, anche il sistema piu’ malfunzionante del mondo diventa favoloso, e a tutt’ora definirei “efficace” il sistema tedesco, ma rido in faccia a chi lo considera “efficiente”: con budget simili a quelli italiani, non riuscirebbero a fare un decimo di quel che facciamo in Italia.
E qui siamo al punto: il tedesco sa che la propria fortuna economica deriva principalmente da un incidente della geografia? La risposta e’: NO. Come ogni popolo, si e’ creato “il mito di io”, cioe’ si e’ attribuito una serie di proprieta’ magiche (cioe’ non misurabili se non mediante la convinzione che esistano) , le quali proprieta’ spiegherebbero il proprio successo.
Questa cosa e’ avvenuta anche all’ Italia, per dirne una: negli anni ’80 abbiamo conosciuto un grosso boom economico, e per la prima volta la scolarizzazione ci permetteva di percepire l’esistenza dei concorrenti, ovvero la presenza economica (diretta o meno) di altre nazioni nella nostra economia.
Il risultato fu che ci siamo dovuti spiegare il nostro successo, e ci siamo attribuiti due qualita’ “magiche”, ovvero due qualita’ che non esistono a meno che l’osservatore non sia convinto che esistano: la “tradizione” e la “fantasia”, a volte detta “creativita’”.
Il paese negli anni ’80 conosce due boom: inizia una speculazione immobiliare che portera’ l’ 82% dei cittadini a possedere una casa col mutuo, perche’ gli immobiliaristi diventano coproprietari delle banche. Questo segue il trend americano, che va oltre e usa la casa come fonte di credito: in italia ci si ferma un gradino prima, ma tant’e’. Il secondo boom e’ una serie di governi che aumentano la spesa pubblica, nella speranza di recuperare in seguito , per costruire grandi opere e modernizzare un minimo le infrastrutture. Infine, su scala globale abbiamo una generazione di artigiani che possono mettere su piccole imprese ed esportare la propria manualita’ su scala maggiore.
Nessuna di queste tre cose deriva da fattori puramente italiani: la speculazione immobiliare fu frutto del fatto che un obsoleto sistema di tassazione e di affitti (ricordate l’equo canone?) rendeva poco conveniente affittare rispetto a costruire, mentre gli immobiliaristi diventavano parti importanti del mondo bancario ed entravano nei salotti buoni.
La tradizione artigiana non era altro che l’arretratezza del paese: mentre nel resto del mondo la rivoluzione industriale aveva spazzato via gli artigiani, da noi una rivoluzione tardiva e incompleta aveva lasciato una serie di artigiani “leggeri” (principalmente tessili e piccole officine) , i quali improvvisamente poterono crescere di poco. Il sarto divenne un piccolo industriale, perche’ ancora avevamo i sarti: laddove esisteva un’industria tessile vera essi erano scomparsi da tempo. Una sola generazione dopo, cioe’ oggi, i sarti non esistono quasi piu’, e se esistono conviene loro lavorare per i ricchissimi anziche’ fondare una PMI: il prodotto tessile italiano oggi e’ paragonabile a quello cinese, non perche’ i cinesi ci abbiano copiato, ma perche’ non sapremmo riconoscere uno straccio da un vestito Haute Couture, e questo principalmente perche’ non esiste piu’ una sarta per famiglia, ovvero la donna italiana vecchio stile, che sapeva cucire e al tatto riconosceva una cucitura di merda da una buona. Oggi, la casalingua italiana compra tranquillamente una cucitura fatta con una macchina per il nylon da serra, senza notare la differenza.(2)
Insomma , quello che abbiamo venduto non era ne’ fantasia ne’ creativita’, molto semplicemente era una tecnica di lavoro obsoleta, resuscitata dalla possibilita’ del piccolo di comprare tecnologie produttive, e poi mediata da una continua svalutazione della moneta. I vestiti italiani non erano ne’ sono mai stati particolarmente migliori di altri; questo e’ il “mito di io” che ci siamo costruiti: semplicemente in Italia c’erano ancora sarti che dirigevano industrie tessili, mentre altrove erano manager.  Finita quella generazione, anche da noi ci sono manager, e ovviamente scopriamo che il tocco di obsolescenza e’ sparito.
Ma non c’entrava niente la fantasia, ne’ la tradizione: semplicemente il paese si trovo’ nel mezzo di un boom economico occidentale con una serie di artigiani che potevano produrre su scala , annegando la propria inefficienza (figlia inevitabile dell’obsoleto modello artigianale) nella svalutazione della moneta.
Poiche’ all’epoca l’occidente se la giocava in casa e nessun altro aveva voglia di competere nella moda, e i francesi avevano altri piani, il posto vuoto venne preso dall’ Italia. Ma non perche’ i vestiti italiani fossero i migliori: semplicemente perche’ tanta gente anziche’ fare altro (come all’estero) faceva vestiti. Non appena sono arrivati i concorrenti, come e’ successo con i primi stilisti giapponesi, la nostra moda ha avuto una brutta esperienza , la mitica fantasia e la mitica creativita’ sono affondate nella volgarita’ della moda italiana attuale, e le case di moda italiane oggi sono a capitale straniero.
Cosa e’ rimasto? Il mito.
Il mito e’ comodo perche’ non e’ possibile misurarlo. Cioe’, io posso misurare la produttivita’, e potrei anche misurare la qualita’ dei vestiti: le forze armate giudicano la qualita’ delle divise, per dire, quando si parla di corpi d’elite. Esistono le tecniche. Tuttavia, non lo facciamo, perche’ preferiamo attribuire ai nostri ormai mediocri vestiti delle caratteristiche mitologiche. L’uomo italiano si veste con un vestito ad un petto che sembra un’uniforme ogni volta che cerca di essere elegante, i colori spaziano da pochi toni del grigio a qualche tono del blu, le scarpe ormai sono nere anche di giorno, come fossimo tutti becchini, eppure si blatera di “creativita’” della moda italiana.
Le gamma delle uniformi delle forze armate ha piu’ variazioni rispetto al concetto di “giacca e cravatta” che oggi caratterizzerebbero lo ‘stile” italiano. I nostri vestiti mostrano meno fantasia delle uniformi delle forze armate. Ma noi diciamo che c’e’ “fantasia”.
Perche’ diciamo che nella moda italiana ci sia “fantasia”? Perche’ come tutti i miti la “fantasia” non puo’ essere misurata. Spostare la competizione nel campo della fantasia e’ come spostare la competizione nel campo della magia: la mia auto e’ migliore della tua perche’ ha l’energia cosmica. LA tua auto senza rei-ki fa schifo. Come contestare una simile affermazione?
Lo stesso avvenne con l’alimentare. Le casalinghe italiane stavano a casa anziche’ lavorare. Ne risultavano 30 milioni di esseri umani che dedicavano 1-2 ore al giorno a cucinare, e 1-2 ore al giorno a scegliere le materie prime. Con 60 milioni di ore uomo/giorno dedicate al catering , lo standard non poteva che essere alto, ma attenzione: poteva essere anche piu’ alto, volendo.
Negli anni 80, quindi, nasce il mito della cucina mediterranea: le casaliunghe italiane, che prima cucinavano un mix povero e assai poco vario di piatti (principalmente pasta col sugo) iniziano a diversificare molto la dieta (che prima era assai monotona) e con 60 milioni di ore-uomo/giorno a disposizione , ovviamente si ottiene una cucina di qualita’ medio-alta. Questo non ha nulla a che fare con la creativita’ o la tradizione: tutte le nazioni hanno un certo numero di piatti ottimi; quasi nessuna nazione moderna puo’ dedicare 60 milioni di ore-uomo/giorno alla cucina.
Dico puo’, perche’ oggi c’e’ anche l’ Italia in mezzo: l’italiano di oggi mangia merda. Non sto scherzando: poiche’ la casalinga italiana lavora piu’ spesso, quello che l’italiano mangia a casa e’ calato di qualita’. Poiche’ non c’e’ piu’ il tempo (non 60 milioni di ore uomo al giorno, intendo) per scegliere le materie prime, la qualita’ e’ diventata standard.
Certo, in Italia piu’ donne fanno le casalinghe, cioe’ c’e’ ancora una certa qualita’ , pero’ non siamo piu’ ai livelli che precedevano gli anni ’80, quando le famiglie erano monoreddito e la nazione disponeva di 60 milioni di ore-uomo/giorno per il catering familiare.
Ma e’ nato il mito della cucina italiana, e siccome c’erano imprenditori capaci di approfittarne, allora abbiamo una discreta industria alimentare. Ovviamente, mano a mano che cala la possibilita’ di dedicare il 50% della popolazione al catering familiare per 4 ore al giorno , cala la qualita’ media del pranzo degli italiani, e quindi cala la capacita’ di distinguere un piatto decente da uno scadente. Risultato: non solo l’italiano mangia merda, ma e’ convinto di mangiare chissa’ quale sopraffino manicaretto.
Abbiamo casalinghe che chiedono prosciutto “dolce e magro”, chiedendo automaticamente un prosciutto stracolmo di conservanti, e quando ci danno un prosciutto senza sale e con poco grasso, ergo un prosciutto che si conserva chimicamente, siamo convinti che la nostra casalinga ignorante abbia scelto bene. In realta’ stiamo mangiando merda.
Lo stesso dicasi del Parmesan. Sono convinto che un formaggio parmigiano ben fatto sia superiore al parmesan industriale. Del resto, molti formaggi fatti in Germania sono visibilmente superiori al formaggio industriale italiano, cosi’ come e’ superiore la qualita’ della carne.
Ma abbiamo creato un mito, cioe’ il mito di una qualita’ non misurabile del cibo, che chiamiamo “Made in Italy”.
Il made in italy e’ la capacita’ magica e non misurabile di rendere migliore qualcosa semplicemente perche’ crediamo sia migliore. Ma appena qualcuno va a misurare effettivamente la qualita’ delle cose, si scopre che non solo tale ineffabile qualita’ non esiste, ma spesso abbiamo a che fare con un prodotto scadente.
Ho girato molti “ristoranti italiani” qui in Germania, e nella stragrande quantita’ dei casi vendono merda.  Poiche’ gli stranieri , figli di generazioni di casalinghe che non avevano 4 ore al giorno da dedicare al catering familiare, non capiscono la differenza, allora possono ancora funzionare. Ma quel che e’ peggio, e’ che ho girato moltissimi ristoranti italiani IN ITALIA, e nella stragrande maggioranza dei casi vendono merda.
L’esperienza che sto avendo nell’acquistare vestiti qui in Germania potrebbe essere riassunta cosi’: “i vestiti italiani si rompono in fretta e si sciolgono in lavatrice”.
Nel dire questo, ovviamente , mi staro’ meritando la scomunica di qualche tribunale religioso, e dico religioso perche’in realta’ sto dicendo qualcosa che ormai il mondo conosce molto bene ma in Italia si considera blasfemo: il Made in Italy e’ una cagata pazzesca.
Certo, se vendete un vestito da sera ad una persona che lo indossera’ 3-4 volte in un anno (quando va bene) e che l’anno prossimo non lo usera’ piu’ perche’ fuori moda, allora nessuno si accorgera’ del fatto che gli avete rifilato tessuti che non reggono il lavaggio e un design di merda.
Il cappello e’ un crimine contro l’umanita’, il vestito si scioglie dopo 3 lavaggi ed e’ una stupida sottoveste color merda di cammello, le cuciture a vista sono orribili, e l’orlo e’ cucito in modo che sembra la signora abbia indossato il vestito rivoltato, la collana non c’entra un cazzo con la scollatura, non c’e’ niente di peggiore di una finta bionda coi boccoli. Finche’ la signora indossera’ questa roba  una sola volta, non si accorgera’ di quanto scadenti siano cuciture , di quanto penoso sia il taglio del vestito all’attaccatura delle maniche e sulle spalle, del fatto che le cuciture raggrinziscano la stoffa. Bene, quella merda e’ Made in Italy.
La signora non si accorgera’ di quanto poco sia creativo quell’abito perche’ non avra’ modo di confrontarlio con un milione di abiti uguali che qualsiasi stronzo puo’ fare in cantina con una macchina per cucire teloni industriali e una stoffa pessima per imballaggi. Cosi’ come nessuno fara’ mai caso al fatto che il “creativo” cappello non sia altro che una mappa di De Jong prodotta con un qualsiasi fottuto programma di visualizzazione.
Ovviamente sto calcando la mano, ma il concetto e’ questo: ogni nazione attraversi un periodo di espansione o benessere produce la mitologia delle magiche proprieta’ del popolo stesso, proprieta’ magiche del popolo (o del suolo) che lo rendono migliore e quindi meritevole di quel successo che sta avendo.
E’ possibile che il Parmigiano sia per un qualche motivo diverso dal parmesan, o meglio che lo sia stato. Ma la roba che comprate non ha nulla di diverso. Imporre “Made in Italy” su qualcosa puo’ servire quando solo l’italia fa quella cosa; puo’ servire se riuscite ad imporre queste regole, come succede dentro la UE dove i prodotti italiani sono protetti contro imitazioni che non sono reali imitazioni, ma semplici prodotti identici, identicamente buoni, che qualcuno potrebbe spacciarvi per originali e non ve ne accorgereste.
L’italiano vende vino agli stranieri senza sapere che anche loro producano vino; vende vino ai tedeschi senza sapere che il tedesco produce molti vini ed anche buoni. Si comporta, cioe’, come se vendesse perline ai selvaggi.
Questo ovviamente e’ vero per tutto l’occidente: durante gli anni del boom, ci siamo raccontati che l’occidente avesse chissa’ quali qualita’ speciali e uniche, le quali secondo l’ideologia nazimaoista di Freda dovevano garantire sempre e comunque all’occidente un posto privilegiato e immutabile nell’ordine mondiale.
Cosi’ come il Made in Italy non e’ altro che un mito col quale attribuiamo chissa’ quali caratteristiche non misurabili alle cose che facciamo, ma non sapremmo spiegare come misuriamo tali qualita’ perche’ non esistono davvero, anche le altre nazioni si attribuiscono miti simili. Quale mito sopravvive? E’ ovvio: sopravvive il mito della nazione che effettivamente e’ vincente nello scenario.
Il popolo statunitense aveva a disposizione tutte le risorse intoccate di un intero continente , con una densita’ di popolazione inferiore , e per questo e’ divenuto dominante. PEr questo gli USA si sono attribuiti tutta una serie di miti (il liberismo, la multiculturalita’, la democrazia, l’amore per il rischio) che dovevano giustificare la loro grandezza attribuendo dei meriti al popolo, quando il merito consisteva principalmente nella quantita’ di risorse a disposizione.
Ovviamente ora si trovano in pieno declino quando nazioni con quantita’ enormi di risorse naturali (Brasile e Cina) o risorse umane si gettano allo sbaraglio. E scoprono che la “naturale capacita’ di fare affari” degli americani non esiste, che la loro democrazia va in merda per un attacco terroristico quando quella inglese ha resistito alle V2 di Hitler, per fare un confronto, che l’amore per il rischio si traduce in una nazione senza protezione civile quando serve, e che la multiculturalita’ si ferma di fronte ad una destra bigotta di teocon.
Basta solo scavare sotto i miti per capire che non c’e’ nulla. Ma il concetto e’ che ogni popolo goda di un periodo di sviluppo produce uno di questi miti. L’ Italia ha prodotto il mito della fantasia e della creativita’ e della moda e di tutto quanto, la Germania si e’ prodotta il mito del sistema efficiente (quando e’ si e no puntuale, e l’efficienza e’ dovuta alle scarse aspettative dei tedeschi(3) ), l’ Inghilterra si e’ prodotta il mito della capacita’ di gestire la diplomazia e la politica estera, eccetera.
Finche’ tutto questo rimane un mito, ripeto, e fino a quando fattori circostanziali rendono grande la nazione, tutto va bene. L’inghilterra e’ la nazione con la diplomazia migliore di tutte, se dimentichiamo che hanno fatto una guerra per uno scoglio come le Falkland, gli USA sono la nazione dove non esiste conflitto di interessi , se solo dimentichiamo che le lobby sono legali, la Germania e’ il paese della qualita’, se solo non pretendiamo di avere dei diritti e accettiamo la definizione di qualita’ di una apposita commissione,  e cosi’ via.
Non c’e’ niente di male in questo, se non fosse che diventa una palla al piede quando si tratta di reagire ad una crisi. Diventa una palla al piede perche’ ci si affida al mito, e il mito ovviamente e’ una palla.
Se esaminiamo per esempio gli ultimi 50 anni di storia dell’esercito statunitense, ci troviamo un esercito che ha la capacita’ di schiacciare qualsiasi nazione non superi i 30 milioni di abitanti e che non abbia una contraerea decente. Non ci sovvengono (se non via Hollywood) le gesta eroiche di questo mirabolante esercito, nel senso che vedere una superpotenza in difficolta’ nel gestire paesi come l’ Iraq o l’ Afghanistan non testimonia decisamente a loro favore. E’ vero che in Afghanistan i russi si sono ritirati, ma si sono ritirati per via del crollo del loro sistema politico, non certo perche’ sono stati battuti militarmente: gli stessi ceceni stanno sperimentando la cura russa, e non si puo’ dire che cantino vittoria quanto i Talebani.
Abbiamo tuttavia un mito della forza delle forze armate statunitensi, e finche’ il mito basta a spaventare i nemici, allora va tutto bene. Quando il nemico non crede al mito e ti sfida, iniziano le difficolta’. Allo stesso modo, possiamo raccontarci che il MAde in Italy di qui e di la’. FInche’ sei in un paese occidentale che crede al mito di Armani che fabbrica i vestiti nei conventi di clausura di suore , va tutto bene. Ma quando in un paese hai la vecchietta che tasta le cuciture del tuo vestito, quella ci sputa sopra e compra un vestito cucito come si deve.(4)
Il vero problema cioe’ non e’ che il marketing pompi un prodotto che vende. Il marketing puo’ e deve cavalcare l’idea di Made in Italy. Il problema viene quando arriva un periodo di crisi , e tutti dicono “Affidiamoci al made in Italy.” Cosi’ come gli USA hanno detto “invadiamo l’afghanistan” e quando si e’ fatto presente che in quel terreno i loro palestrati cialtroni non sanno combattere perche’ la superiorita’ aerea conta poco, hanno risposto col mito “siamo l’esercito piu’ forte del mondo”. I tedeschi hanno risposto alle sfide dicendo “qualita’ ed organizzazione”, che non sarebbe male se nella Germania di oggi ci fosse traccia di queste due cose. Ma la loro qualita’ e’ l’aderenza a standard degli anni ’80, mai aggiornati, e la loro organizzazione e’ l’attitudine a creare processi enormi, ridondanti e sovradimensionati: nella misura nella quale la spesa rimane in Germania(5) questa inefficienza alimenta aziende locali; nella misura in cui i fornitori sono stranieri, l’inefficienza alimenta business straniero e svuota il sistema di liquidi.
Ma questi miti hanno preso il posto della tecnica, della scienza gestionale. Sono diventati delle religioni, per cui in caso di crisi ci si affida al mito come ci si affida al santo.
Di fronte alla maggiore concorrenza, l’ Italia si sta affidando al Mito del Made in Italy cosi’ come in passato si affidava al santo contro le inondazioni. Affermare che il Made in Italy non possa aiutarti contro la concorrenza e’ come affermare che San Giuliano non possa fermare una frana: chi ci vuole credere, ci credera’ ugualmente.
Il problema viene quando il POLITICO prende decisioni assumendo che questo mito sia vero. Se una citta’ crede di essere ricca perche’ e’ protetta da un certo patrono, di per se’ non e’ un problema. Il problema viene quando in un momento di crisi il sindaco propone una processione che interceda verso il patrono, o addirittura un’ordinanza comunale che obblighi la gente a mettere un santino del patrono su ogni prodotto tipico locale.
Il patrono dell’ italia si chiama Made in Italy. Il patrono dell’ occidente si chiama , a seconda delle nazioni, “Qualita’, Democrazia, Diritti, Illuminismo”, o altro. Sinche’ ci sono i tempi di vacche grasse, allora si potra’ raccontare che la ricchezza sia anche o specialmente merito del patrono.
Ma quando inizia la crisi o il gioco si fa duro, affidarsi al patrono e’ ridicolo, stupido, primitivo.
E il Made in Italy non e’ altro che il patrono dell’ Italia. Potrete fare leggi che scrivono Made in Italy sui prodotti, e solo su quelli, che vengono dall’ Italia, senza cambiare una virgola della vostra crisi, perche’ se il prodotto italiano e’ scadente, Made in Italy diventera’ sinonimo di prodotto scadente: negli USA Bologna e’ sinonimo di un cibo scadente e penoso, perche’ e’ stato propinato loro da molti sudamericani un prodotto di merda. Avete voglia di andare negli USA con la vostra mortadella e puntare sul brand: appena sentono parlare di quella roba, vomitano. E hanno ragione.
Esiste una regola del mondo che dice che non esiste il pasto gratis. Pretendere di guadagnare soldi con un prodotto solo perche’ lo si produce in un posto anziche’ in un altro e’ pura follia, perche’ equivarrebbe ad un pasto gratis.
Ha funzionato in passato perche’ c’era disponibilita’ di molti pasti gratis. Ma quella non era la norma, e sta finendo. Da ora in poi, o fate roba decente, o non ve la comprano neanche se ci scrivete “Made in Italy” sopra a caratteri cubitali.
Chi crede nel Made in Itali e’ come questa persona qui (cliccate per ingrandire e leggere):

per quanto made in Italy voi mettiate, per quanto il governo possa fare, quella lercia idiota non potra’ trovare nessun posto di lavoro. Ammesso che sia umana, nemmeno in un bordello potra’ guardgnarsi da vivere. Poiche’ per fare qualsiasi cosa occorre un minimo di cognizione della societa’ ove si vive, e siccome nessuna universita’ potra’ mai colmare il vuoto assoluto che ha intesta, essa fa parte di quei milioni di italiani che finiranno in un call center nonostante “una laurea”, e che accusera’ il governo di non fare niente per l’economia, senza capire che nemmeno nel bengodi una simile subumana potra’ mai trovare un qualsiasi lavoro. Sino a qualche decennio fa il suo destino era di sposarsi con un uomo che portasse a casa l’unico stipendio di una famiglia monoreddito. Oggi che le famiglie monoreddito non esistono quasi piu’, una generazione di donnine idiote come questa non potra’ MAI trovare un lavoro.

Se fate notare a questa persona che e’ sotto il livello minimo di umanita’ accettabile, vi rispondera’ con altrettanti miti: che puo’ sempre fare la “creativa” per il semplice fatto che e’ italiana, che l’italia ha qualche tradizione nella quale potra’ trovare posto, come si e’ sempre fatto, che se non trova lavoro e’ perche’ il governo non da’ peso al made in Italy: il pessimo prodotto che questa scimmia, qualsiasi lavoro faccia, e’ destinata a produrre, potra’ sempre (a detta sua) essere venduto a peso d’oro scrivendoci sopra “Made in Italy”.
E una processione a San Gennaro, a questo punto, non guasterebbe. Tanto, patrono per patrono….
Uriel
(1) Il culto dei numi talari e’ un culto spiritista a tutti gli effetti. L’inviolabilita’ dello stato rappresentata dalle vestali era una forma di totemismo. I patrizi , inizialmente, non erano altro che una serie di tribu’ cui si attribuiva il mito di essere presenti al momento della fondazione di Roma.
(2) Ho conosciuto una PMI in passato che usava delle cucitrici per nylon comprate ad un fallimento.  Un tempo qualsiasi casalinga avrebbe toccato le cuciture e avrebbe scartato il capo.
(3) Il tedesco subisce senza fiatare disservizi che in Italia finirebbero sui giornali. Potete aprirgli un cantiere sotto casa che lavora tutta la notte e fa tremare il palazzo (come sta avvenendo in Funstenwall), e vi dira’ che “beh, dovranno pur fare la nuova metropolitana”. Poi, risultera’ che Dusseldorf sembra vivibile ai suoi cittadini perche’ c’e’ poco inquinamento acustico. Certo : non considerano “inquinamento acustico” la casa che trema perche’ hanno messo in moto a mezzanotte un maglio da palificazione del terreno. Bisognera’ pur piantare i pali, no?
(4) Anni fa mia nonna segui’ la sacra famiglia dentro un negozio che vendeva camicie di Valentino., per la preparazione al rituale di partecipazione ad un matrimonio parentale.  Tocco’ l’asola del bottone  e profferi’, in dialetto “Valentino l’e’ ‘n can”: Valentino lavora come un cane.
(5) E’ buffo come la notizia del mirabolande +2.2% di crescita tedesco sia stato dato entusiasticamente in tutto il mondo, ma qui e’ stato come “il +1.7% di inflazione si mangia tutta la crescita”. Il reddito procapite tedesco sta calando, e l’offerta di lavoro per nuovi posti si sta assestando su stipendi peggiori, col risultato che il tedesco non beneficia della crescita della propria nazione. La recente fiammata inflazionistica fa il resto.
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