Uscita dall’unipolarismo

Il discorso dell’unipolarismo mi e’ tornato in mente oggi, mentre leggevo dei dati ancora catastrofici dell’economia americana: sebbene Obama abbia detto che gli USA stavano uscendo dalla crisi, e’ abbastanza evidente che si tratta di palle belle e buone, perche’ se almeno il manufatturiero europeo sta iniziando a spingere, per quello USA non si vede la luce alla fine del tunnel. Ma vorrei fare un discorso piu’ ampio.


Ci stanno raccontando che con il crollo dell’unione sovietica il mondo abbia iniziato a diventare unipolare, il che potrebbe essere vero se vedessimo le cose in termini esclusivamente politici. Il problema pero’ andrebbe affrontato in maniera differente, e cioe’ sul piano economico. Si’, sul piano economico, nel senso che il mondo , economicamente parlando, era praticamente unipolare da 300 anni.
Dalla creazione dei grandi imperi commerciali (non li chiamo coloniali perche’ lo erano in minima parte sul totale) , il mondo occidentale (e in particolare anglosassone) ha avuto il ruolo di polo economico unico. Non c’e’ dubbio sul fatto che il polo borsistico fosse Londa-NewYork, e che piano piano l’occidente abbia costruito una serie di nazioni che da sole facevano il 90% del PIL mondiale.
In queste condizioni, parlare di mondo bipolare USA/URSS e’ del tutto miope : nonostante l’imponente apparato industriale militare, il blocco sovietico non ha mai superato piccole percentuali del PIL mondiale. Se il mondo ci appariva politicamente bipolare, era economicamente unipolare.
Il vero cambiamento verso il quale stiamo andando non e’ ancora iniziato: se ci siamo illusi di vivere in un mondo unipolare dopo la caduta dell’ URSS, dovremo ricrederci, ed accettare la piu’ grande rivoluzione economica degli ultimi 300 anni, ovvero l’arrivo di un mondo economicamente multipolare.
Le nazioni emergenti crescono molto velocemente, e nel farlo producono nuovi poli, come sta diventando il brasile in sudamerica, come diventeranno nel tempo alcuni stati africani , dall’ Egitto al SudaFrica, come il Kenya, e come diverse nazioni asiatiche che conosciamo bene.
Se un tempo eravamo quattro amici piu’ i Giapponesi, che essendo soli tra occidentali tentavano di copiarci, oggi non siamo piu’ soli, e quello che stiamo vedendo e’ il primo vento del cambiamento. Non credo in una catastrofe, ma credo che il mondo stia andando verso un nuovo equilibrio.
Per capire come sara’ il nuovo equilibrio, bisogna porsi diverse domande.
Abbiamo davvero avuto un mercato aperto alla concorrenza?
Per secoli ci siamo illusi di concorrenza, di creativita’ e di fantasia. Dico che ci siamo illusi perche’ se da un lato e’ sicuramente possibile distinguere un design italiano da un design nordico , dall’altro bisogna capire una cosa: che allargando un pochino l’orizzonte, stiamo parlando di sfumature.
Voi direte: ma non e’ vero, le idee erano in competizione. Aha. Davvero? Prendiamo per esempio un’auto. Se negli anni ’70 avevate auto molto diverse, oggi le auto si assomigliano un pochino tutte, e andiamo a discutere di classi di auto, di standard, di ottimizzazione. Tutto vero, ma siamo sicuri che sia l’unica idea di estetica dell’auto possibile?
Supponiamo per un istante che qualcuno un giorno producesse un’autobus cosi’:
Voi direte: ma che schifo. Ci appare cacofonico, in qualche modo kitsch, una cosa che potra’ piacere alla working class indiana. MA quelli ignoranti, perche’ poi quando studiano gli indiani vogliono un’auto come la nostra. Aha. Va bene. Siamo quindi ad un prodotto che piace al 20% dei consumatori indiani.
Saranno 300 milioni di persone. Il che significa che potremmo davvero produrne tanti e se la working class indiana avesse i soldi, li comprerebbe. Allora, torniamo a chiederci: siamo sicuri che il fatto che la working class indiana non abbia i soldi che servono a scegliere cosa comprare non ci abbia tolto, come dire, un pochino di concorrenza di torno?
Se immaginiamo un’india con un PIL procapite simile a quello europeo, dal momento che i gusti rimangono gusti, probabilmente avremmo venduto milioni di camion e di autobus come questi. E avremmo dovuto fare i conti con un’idea completamente diversa di estetica.
Cosi’ come, per dire, se negli ultimi 50 anni il medioriente avesse potuto comprare molte piu’ auto, e quindi dettare le regole del gusto, probabilmente avremmo dovuto scendere a qualche compromesso per soddisfare i nostri clienti asiatici, e avremmo dovuto produrre una cosa di questo genere:
Che probabilmente non ha alcuna probabilita’ di diffondersi in europa, ma non sarei del tutto convinto che non piaccia a molti asiatici e mediorientali, diciamo quelli non ancora condizionati al design “cool”.
Qui e’ il primo punto: ce la siamo sempre giocata tra di noi. Certo, il vino italiano e il vino francese. Ma vi siete mai chiesti che cazzo bevano nei paesi islamici? Ora, se dovessimo immaginare un mondo islamico con delle abitudini consumiste simili alle nostre, potremmo immaginare che nascano, che so io, delle multinazionali stile Coca-Cola , le quali fanno principalmente the, spremute, e altri infusi che sono nelle abitudini di questa gente.
Mediamente ci siamo convinti del fatto che la CocaCola si sia diffusa perche’ e’ piu’ buona, e che non possiamo paragonare un vino italiano con uno stupido the. A parte che gli intenditori di the vi daranno addosso, il vero problema e’ che in occidente c’era  il PIL per far crescere la CocaCola al punto ove si trova. Se lo stesso PIL lo avessero avuto altri, probabilmente avremmo una multinazionale del the, e probabilmente oltre ai vini pregiati avremmo anche un’industria alimentare del the pregiato, diciamo a livello del vino.
Cosi’, se avessimo dovuto davvero competere, probabilmente avremmo anche un corrispondente di McDonalds che vende che so io serpenti in umido, o altre cose. Che dopotutto mangia quasi un miliardo di persone: ipotizziamo che domani abbiano i soldi, e vogliano ancora mangiare serpente, il mercato per un McDonald’s dei serpenti in umido probabilmente ci entra tutto.
Insomma, il concetto e’ che di concorrenza, di vera concorrenza ne abbiamo avuta poca. Siamo stati, cioe’, un mercato chiuso e controllato.
Protetti dal fatto di poter imporre i nostri gusti: nessun altro mercato poteva, internamente, creare dei giganti economici di portata equivalente alla nostra.
Possiamo pensare per esempio a Doner Kebap. Doner Kebap ha creato una multinazionale (tedesca)  enorme, la quale distribuisce il Kebap a mezza europa. Sebbene lentamente, esso e’ entrato nelle abitudini di tutti, e ogni tanto ci finiamo dentro. Il problema e’ che si tratta di un prodotto di facile stoccaggio, facile preparazione, che si presta al fast food. E il concetto e’ che questa multinazionale e’ nata in europa perche’ il modello di consumi era sufficiente a mantenerla solo in Europa. Se fosse nata nel mondo islamico , ipotizzando un PIL analogo, e si fosse diffusa di conseguenza, adesso sarebbe piu’ grande di McDonald’s.
Se 40 anni fa ci fosse stata la concorrenza di una rete di kebabbari, McDonald’s sarebbe cresciuto cosi’ tanto?
Questa e’ la domanda, e la risposta e’ che probabilmente non sarebbe successo: l’hamburger era estraneo ai costumi italiani forse piu’ del Kebap (che almeno vediamo preparare almeno nella parte finale, e quindi ci torna piu’ di un prodotto industriale) , e non e’ impossibile pensare che se Doner e Mac Donald’s avessero avuto le medesime risorse da dedicare al marketing , forse McDonald’s avrebbe perso.
Se consideriamo la coppia di McDonald’s/Burger King, probabilmente penseremo che si tratti di una concorrenza. Dimentichiamo pero’ che si tratta di due prodotti quasi identici.  Cosi’ come CocaCola e PepsiCola. Cosi’ come i vini francesi e italiani. Cosi’ come Fiat e Renault. Apparentemente si tratta di concorrenza, ma si tratta di concorrenza tra prodotti essenzialmente simili, quando non identici.
Quello che e’ mancato all’occidente negli ultimi 300 anni e’ il confronto con paradigmi estetici , funzionali, progettuali radicalmente diversi. Che pure esistevano, MA non hanno mai avuto un mercato sufficiente a consolidare delle vere aziende capaci di competere e penetrare il nostro mercato.
McDonald’s non ha mai trovato una catena di venditori di serpente bollito nella sua espansione asiatica. Ne’ una grande catena di ristorazione cinese o indiana. Se li avesse incontrati, forse non avrebbe vinto. Se fosse esistita una multinazionale del the in India, e avesse fatto un pochino di marketing, oggi penseremmo davvero che il the delle cinque sia un’usanza inglese?
Quello che si sta realizzando e’ l’arrivo delle prime aziende concorrenti extraoccidentali. Per ora, siccome l’occidente detiene un bel pochino di PIL, si stanno adattando ai nostri gusti. Ma non appena la working class indiana avra’ i soldi, comprera’ un’auto. E potrebbe volerne una cacofonica, decorata e tintinnante di campanelli come piace a loro. E se avranno i soldi che servono per essere un mercato attraente, potete stare sicuri che qualcuno gliene dara’ a milioni. E diventera’ un grande produttore di auto.
Quelli che stiamo per subire sono una serie di choc, diciamo dei forti assalti alla nostra autostima. Davvero potevate pensare che l’ Imperatore cinese mangiasse involtini primavera e maiale alle mandorle ogni giorno? E’ chiaro che esistera’ un’alta cucina cinese. La conosciamo poco, ma non appena i cinesi avranno piu’ soldi, probabilmente inizieranno a voler mangiare tutti cosi’, faranno le certificazioni di CInese DOC, DOGC, e cosi’ via. E si scandalizzeranno per le imitazioni che arrivano dal resto del mondo.
Cosi’, il primo tra gli choc culturali ed economici che stiamo per subire consiste nel fatto che tutte le scale di qualita’ sono concepite secondo i nostri gusti. E tra un pochino qualcuno ci dira’ che il vino e’ solo un liquido marcescente , dal pessimo sapore e dai dubbi effetti sulla salute. Mentre sarebbe meglio andare di succhi di frutta infusi, come fanno in molti paesi islamici e mediorientali. Il prezioso vino italiano? Roba buona per i maiali.
E potremmo scoprire che a pensare diversamente siano 3 miliardi di persone, mentre ad apprezzare il vino italiano sara’ si e no mezzo miliardo. Il che potrebbe anche farci capire quale sia il valore relativo del “Made in Italy” e il perche’ la politica commerciale basata sul parossismo del Made In Italy sia completamente fallita.
Facciamo fatica a comprendere che , se giriamo in molti paesi slavi orientali, l’italiano appaia come un omosessuale, o come un effemminato: “passi allo specchio piu’ tempo di tua sorella”, e’ l’opinione di molti russi riguardo ai pizzetti scolpiti, al capello lungo e curato, eccetera. Finche’ noi siamo i ricchi e loro i poveri, possiamo anche stare tranquilli che tutti i giornali parleranno di latinita’ virile e di stile maschile: uno stereotipo inventato a nostro consumo, e alimentato dalla dominanza del consumo di cinema e media che facciamo.
Probabilmente presto non tutti gli eroi del cinema saranno americani, e non sempre i cattivi saranno russi o arabi. Prima o poi avranno un mercato del cinema , con i fondi adeguati, e inizieranno anche loro. E magari scopriremo degli eroi cinesi o russi che sconfiggono malvagi americani. Ah ah ah, l’agente ศูนย์ศูนย์เจ็ด  al servizio di sua maesta’ Thailandese, che sconfigge i malvagi della สเปกตรัม malvagia organizzazione di scandinavi che vogliono dominare il mondo con il loro piano di cannoneggiare il pianeta a Muesli e Akvavit.
Che cosa ha prodotto, di fatto, la mancanza di concorrenza paradigmatica?
Gli effetti sono diversi. Per esempio, i nostro creativi sono degli esperti di piccole variazioni, e per forza di cose convergono al minimalismo: quando non c’e’ concorrenza si forma un cartello, e il prodotto diviene omogeneo. Poiche’ il potere dei dettagli non e’ altro che il pilastro della tradizione, la verita’ e’ che i nostri “creativi” sono probabilmente la classe di intellettuali piu’ conservatrice della storia.
Gran parte dei nostri “creativi” non sono affatto creativi, sono semplici permutatori di dettagli standardizzati.
Risultato: una buona parte di costoro perdera’ il lavoro.
Lo stesso dicasi della nostra classe di intellettuali. Se provate ad indagare il pensiero filosofico asiatico o islamico, ci trovate un sacco di categorie del pensiero (per noi intraducibili, spesso), delle quali non abbiamo idea. Ovviamente i nostri intellettuali non hanno mai dovuto combattere con assiomi, paradigmi e idiosincrasie diverse dalle nostre, cosi’ sono diventati dei sottili esperti di tetrapiloctomia: non hanno piu’ grandi questioni da dibattere. Non e’ un caso se un Fukuyama si sia inventato la fine della storia per via della fine dei paradigmi: in effetti aveva ragione, perche’ un filosofo occidentale NON ha piu’ niente da dire alla storia. La filosofia e’ nata in Grecia e morta in Germania, fine della discussione. Il resto sono dettagli microscopici, privi del senso delle grandi sfide del pensiero.
In assenza di concorrenza per via della mancata scolarizzazione del resto del mondo, i nostri pensatori non hanno piu’ avuto alcuna vera sfida. Si sono trasformati in custodi dei piccoli dettagli, ovvero in custodi della tradizione. Non c’e’ da meravigliarsi se oggi va di moda il pensiero tradizionale: non siamo in grado di produrre niente che non sia un conservativismo del dettaglio accademico.
In un mondo multipolare, il numero di intellettuali occidentali e’ destinato a scendere. Cosi’ come il numero di artisti. Mucicisti. Registi.
Mano a mano che il reddito si distribuisce, i gusti di persone che prima non potevano comprare diventeranno importanti. Diventeranno “clienti da raggiungere”. E molti dei nostri artisti, musicisti, intellettuali si troveranno senza lavoro.
Questo si puo’ applicare a tutto il mondo del lavoro: finche’ le aziende occidentali formavano un cartello di competenze scientifiche e tecniche, potevamo anche abbassare un pochino gli standard, a patto di farlo in tutto l’occidente.
Potevamo assumere qualche raccomandato, tanto c’era sempre la nicchia “tranquilla” dove non serviva brillare, anzi servivano persone “senza grilli per latesta”. Potevamo pensare, come mi disse un mio collega, che “non puoi fare innovazione per l’innovazione”. Bene, il problema e’ che presto ci troveremo nelle condizioni di fare innovazione solo per sopravvivere.
E questo elimina le “nicchie di mediocrita’” , elimina i posti delle persone che non sanno tanto, ma “in qualche modo se la sfangano”. Sinche’ siamo un cartello e giochiamo sempre in casa, possiamo farlo.
Qualcuno ha notato che le aziende che oggi licenziano di piu’ sono le aziende che in passato hanno assunto per raccomandazione e per voto di scambio? Che le aziende piu’ in crisi sono quelle caratterizzate da maggiore malcostume interno, da maggiore tradizionalismo, da maggiore ottusita’ dei dipendenti “storici”?
Questo e’ il punto: stiamo tornando alla normalita’, la normalita’ che ha preceduto un periodo altamente anormale, i 300 anni di unipolarismo economico dell’occidente.
Il ceto medio, signori, non tornera’ piu’. Non c’e’ mai stato prima dell’espansione mercantile occidentale, e non tornera’ mai piu’. La scolarizzazione universitaria diffusa sparira’. Il numero di intellettuali in percentuale sulla popolazione, in un mondo economicamente bilanciato, e’ bassissimo. Le nicchie di mediocrita’ sono destinate a diventare sacche di poverta’. Il tasso di redistribuzione della ricchezza tornera’ quello che e’ sempre stato prima del 1700, quando l’economia mondiale era bilanciata e multipolare: un vertice sociale di ricchi, e enormi masse di lavoratori che sbarcano il lunario ma niente di piu’. Dite addio al ceto medio: e’ stato un sogno lungo 300 anni.
E’ ovvio che queste trasformazioni si vedano prima in periferia. Cosi’ le masse emigrano verso il centro, cosi’ come agli inizi del crollo dell’ impero romano tutti cercavano rifugio a Roma, che offriva ancora i vantaggi di un’economia egemone.  E oggi la gente emigra verso l’occidente prima, poi adesso si emigra verso il centro piu’ ricco dell’occidente, il nord e l’ovest.
Ma anche li’ arrivera’ l’ondata, e tutto tornera’ alla normalita’. Ed e’ qui il punto:
Questo periodo profondamente anormale dell’economia mondiale, ovvero il periodo multipolare, e’ durato cosi’ tanto che ha creato un’intera cultura, capace di considerare “normalita’” una situazione di consumi, uno stile di vita, che in realta’ sono completamente insostenibili, anormali e per forza di cose temporanei.
Ora che stiamo uscendo da questo periodo di anormalita’ crediamo di piombare nella barbarie, nella “perdita dei diritti acquisiti”, nella “discesa nella scala sociale”, pensiamo di essere noi quelli malati e quelli in declino, ma le cose non stanno esattamente cosi’.
Quello che noi chiamiamo “declino” e’ semplicemente il ritorno alla normalita’ economica. Abbiamo imparato a considerarlo “declino” perche’ per 300 anni ci siamo convinti che il metro di misura fosse il successo del mondo unipolare, ci siamo convinti del fatto che le economie nordeuropee e nordamericane fossero quelle “normali” e “avanzate”, senza renderci conto che ci stavamo lavando il cervello da soli, perche’ queste economie erano anormali , anomale  e deformi, e quello che chiamiamo “declino” e’ semplicemente un lento ritorno alla normalita’ economica che ha caratterizzato il mondo per migliaia di anni, e che probabilmente lo caratterizzera’ in futuro.
Un giorno, diremo che la rivoluzione francese ha iniziato un periodo di declino, e che l’ Ancien Regime fosse un sistema normale, bilanciato e avanzato, schiacciato da una gigantesca anomalia storica , una deviazione o forse una perversione dell’economia, che ora sta rientrando.
Quello che noi chiamiamo declino e’ semplicemente la normalita’ economica mondiale, e quelli che definiamo paesi avanzati e normali sono, in realta’, i veri mostri , deformi, anormali e deviati.
Si tratta solo di allargare lo sguardo e ragionare su millenni di storia economica, anziche’ pochi decenni, per capire quello che e’ successo.
Non c’e’ nessun declino. C’e’ solo il ritorno della normalita’, cioe’ l’uscita da un’anomalia.
Che ci e’ piaciuta, eh.
Ma non tutto quel che piace e’ “normale” o “avanzato”.

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