Secessio plebis.

Il discorso sugli immigrati riporta continuamente alla luce una stanca retorica secondo la quale, in definitiva, e’ il bisogno di schiavi a giustificare il ricorso agli schiavi. Non si tratta di una dialettica nuova, dal momento che nell’ Antica Roma era uso, per gli schiavi e i plebei, effettuare l’equivalente del moderno sciopero generale, praticando la Secessio Plebis, ovvero l’atto di rimanere tutti sull’aventino anziche’ recarsi dentro le mura cittadine a lavorare. La chiusura di tutte le botteghe e il fermo delle attivita’ erano l’equivalente del nostro sciopero generale.

Giusto per menzionare piu’ profondamente il concetto, l’ Aventino era una zona inizialmente destinata alla plebe. Il colle era militarmente indifendibile, tantevvero che quando fu incluso nelle mura romane ne fu il principale punto debole, causando la sconfitta di Gracco da parte dei barbari.
Semplicemente, poiche’ “i plebei puteano”, li si era allontanati dalla citta’, alla merce’ di qualsiasi attacco (in caso di assedio a Roma l’aventino veniva immediatamente occupato, saccheggiato e passato a fil di spada) e solo il fatto che vi nacque l’ Emporium (il porto commerciale ) costrinse Roma ad assorbirlo e proteggerlo.
Successe diverse volte che la plebe facesse una Secessio Plebis, ovvero si limitasse a rimanere sull’ aventino anziche’ recarsi a lavorare a Roma, citta’ che necessitava del lavoro plebeo per via delle ragguardevoli dimensioni: mandare avanti una metropoli con tecnologie dell’eta’ del ferro richiede quantita’ spaventose di ore uomo.
Le secessioni furono sedate in diversi modi, ma la piu’ famosa fu quella (la prima) sedata dall’ apologo di Menenio Agrippa, nel quale si paragona la societa’ ad un organismo. In pratica, la secessione della plebe fu dovuta (come in tutti i casi) alla rabbia legata alla disparita’ legislativa tra plebei e patrizi, non per nulla le secessio finirono quando la Lex Ortensia de Plebiscitis sanci’ chiaramente un regime di parita’ di diritti, l’impossibilita’ di ridurre in schiavitu’ per debiti, e altre cose.
Ed e’ qui il punto chiave della schiavitu’: i diritti. Il trattamento riservato agli schiavi e alla plebe non era, di per se’, inumano quanto ci si potrebbe aspettare , che so io, da una piantagione di cotone americana. Il vero problema non era un problema di umanita’ (grazie all’ Emporium numerosi plebei poterono accumulare ricchezze notevoli, e diventare soci dei padroni(1) )  , bensi’ di dirittu, e tutte e tre le rivolte furono causate sempre dagli stessi motivi, ovvero dalle disparita’ di diritti tra plebei e patrizi.
Per ragionare di questo, pero’, occorre chiarire esattamente che cosa sia, di preciso, uno schiavo.
Un essere umano e’ “schiavo” quando le sue condizioni di lavoro richiedono od implicano la perdita di uno qualsiasi dei diritti associati alla completa cittadinanza.
Se, per un qualsiasi motivo, il fatto di occupare una determinata posizione lavorativa od economica implica o richiede che un qualsiasi diritto previsto dalla legge per altri cittadini sia perso, allora parliamo di schiavo.
Nel caso italiano, si tratta di confrontare tali diritti con la Costituzione. Se, per motivi legati alle condizioni economiche, si mette la persona nelle condizioni di perdere un diritto garantito dalla costituzione, allora si sta praticando la schiavitu’.
La Costituzione italiana prescrive e riconosce, in particolare, la validita’ giuridica dello statuto dei lavoratori e riconosce le controparti sindacali. Possiamo criticare finche’ vogliamo la sostanza del sindacato, e chiedere che il sindacato si modernizzi e/o ridimensioni,  ma NON possiamo impedire al lavoratore il ricorso al sindacato senza privarlo di un diritto sancito dalla legge, ovvero un diritto che appartiene alla galassia della piena cittadinanza.
Se creiamo le condizioni, o si creano le condizioni senza volonta’, per le quali un dato rapporto di lavoro richieda per esempio la perdita del diritto a rivolgersi ad un sindacato, alla polizia, alla pubblica istruzione, alla pubblica amministrazione in genere, alle pensioni , all’assistenza sanitaria, ai tribunali, allora abbiamo a che fare con schiavi.
Sono uno schiavo io, in GErmania? La risposta e’ “no”: ho accesso a pari merito a tutti i diritti  costituzionali dei cittadini tedeschi.  Posso rivolgermi alla polizia, citare in causa un tedesco, in teoria iscrivermi ad un sindacato tedesco e protestare per le condizioni di lavoro (se ce ne fosse bisogno) , finire in un ospedale tedesco, usufruire dell’amministrazione pubblica tedesca. Per questa ragione, ovvero per l’eguaglianza dei diritti associati alla cittadinanza, NON sono uno schiavo.
L’immigrato in Italia e’ uno schiavo? Sicuramente. Cosi’ come lo e’ il “lavoratore in nero”. Se accettiamo che la costituzione sia la carta fondamentale del paese, e i diritti ivi sanciti siano diritti di cittadinanza (come e’), l’immigrato (cosi’ come il lavoratore “in nero”) perde numerosi diritti.
  1. Salute, assistenza in caso di infortunio, ricorso alle parti sociali. Si tratta di cose prescritte dal diritto del lavoro, la cui validita’ e’ sancita dalla Costituzione ergo diritti associati alla cittadinanza.
  2. Ricorso ai tribunali. Il lavoratore in nero , o l’immigrato,  privo di un regolare contratto, perde di fatto divenendo ricattabile la possibilita’ , diritto di cittadinanza, di far valere le proprie ragioni in un tribunale.
  3. Ricorso alla polizia , alla sanita’, al sistema pensionistico, al sistema scolastico. Le condizioni di lavoro dell’immigrato gli impediscono, nei fatti e spesso anche sul piano giuridico, di accedere a diritti sanciti dalla costituzione.
Sia chiaro: non si tratta di un problema giuridico: se anche modificassimo il diritto del lavoro o la costituzione, se non esiste un contratto di lavoro qualsiasi ricorso ad un tribunale NON produrra’ alcun effetto. Se non esiste alcun versamento fiscale, non sara’ possibile nei fatti garantire prestazioni sanitarie.(2) Se non esiste alcuna traccia della persona nei registri anagrafici, produrre documenti per lui e’ materialmente impossibile.
La cittadinanza e’ la somma di condizioni materiali e giuridiche, e il godimento di diritti riconosciuti giuridicamente puo’ essere reso impossibile dalle condizioni materiali.
Cosi’, la nostra badante e’ una schiava. Oh, se consideriamo “schiavo” il negro delle piantagioni di cotone sicuramente la nostra badante sta meglio. Ma la schiavitu’ dei negri americani fu una delle schiavitu’ piu’ infami, se non la piu’ mostruosa(3) in assoluto,  quindi e’ difficile riprodurre le condizioni americane (anche se in alcuni casi si e’ arrivati a questo): se usiamo l’abiezione della schiavitu’ americana come metro, sicuramente prima di dire “schiavo” ce ne passa.
Ma , ripeto, le condizioni di schiavitu’ americane erano abnormi persino per il metro della crudelta’ romana,  e usarle come metro per misurare la schiavitu’ non ha senso. La schiavitu’ dei negri americani era una schiavitu’ estrema , e come tale non era la norma della schiavitu’, che nella stragrande maggioranza dei casi e’ molto piu’ morbida, almeno sul piano dei rapporti umani.
Anche in america, del resto, fuori dalle grandi piantagioni c’erano milioni di situazioni di famiglie con uno-due schiavi, nelle quali si stava un poco meglio, o semplicemente le condizioni dei padroni somigliavano di piu’ a quelle degli schiavi, arrivando a migliori rapporti umani. Ma questo non cambiava un semplice fatto: il negro era schiavo, perche’ non godeva dei diritti associati alla piena cittadinanza.
Qui torniamo al discorso di Agrippa. In che modo Roma giustificava la schiavitu’?
La metafora e’ la metafora organicista, nella quale Agrippa racconta una favola. Nella favola il corpo sociale viene rappresentato come un organismo, e quindi ricondotto allo stato di fisiologia naturale. In questa situazione “naturale” , le mani e lo stomaco litigano perche’ le mani rifiutano di servire lo stomaco. Ma nel fare questo esse stesse si privano del nutrimento, poiche’ e’ lo stomaco che nutre le mani.(4)
Al di la’ della metafora, quali sono i punti salienti di questo discorso?
  • La realta’ naturale delle cose, rappresentata dalla metafora organicista, e’ che le mani e lo stomaco dividano la propria esistenza su ruoli diversi, decisi dall’ordine naturale che informa l’organismo. Il fatto che qualcuno sia schiavo e qualcun altro padrone deriva dallo stato naturale delle cose, il quale deve essere accettato cosi’ com’e’, in quanto tale.
  • Il bisogno che lo stomaco ha delle mani produce il dovere delle mani di lavorare per lo stomaco.
  • Il bisogno che le mani hanno dello stomaco produce il dovere delle mani di lavorare per lo stomaco.
  • In fondo, poiche’ lo stomaco e le mani fanno parte dello stesso organismo, non e’ interesse di nessuno che un’altra parte dell’organismo sia vessata o deperisca, e questo produrra’ per forza un limite naturale alla vessazione , che non potra’ venire oltrepassato senza deperire l’organismo intero. Non c’e’ quindi da aver paura.
  • L’ordine naturale delle cose, essendo ordine naturale, e’ insito nelle cose e non puo’ venire modificato.
  • Trattandosi di un ordine naturale e’ anche un fatto, ed e’ quindi irrealistico contestarne la validita’.
Questa dialettica, sotto altre forme, e’ identica a quella con cui  si giustifica la schiavitu’ oggi. Per prima cosa , si nega che sia schiavitu’, con una abile operazione di trasformismo. Siccome essa non assomiglia alla forma di schiavitu’ piu’ infame della storia, quella basata sulla pelle, e non ne ricalca le forme, allora non e’ veramente schiavitu’.
In pratica, se non e’ schiavitu’ come gli americani definiscono il termine, allora non e’ schiavitu’. Beh, mi spiace, ma se chiamiamo schiavitu’ SOLO cio’ che e’ avvenuto ai negri d’america, ne’ a Roma ne’ in Grecia vi sono mai stati schiavi.
Una volta affermato che non sei uno schiavo se non assomigli ad uno schiavo negro nelle piantagioni americane, il resto del discorso di Agrippa viene da se’:
  • E’ un fatto, e dunque e’ nell’ordine naturale delle cose, che qualcuno sia nelle condizioni di accettare determinate condizoni di lavoro. Si dice, cioe’, che alla fine “gli facciamo un favore” perche’ sono persone disperate che vengono da situazioni terribili. E’ nell’ordne delle cose, cioe’ un evento naturale, che verranno qui a fare “i lavori che non vogliamo fare”.
  • Abbiamo bisogno di loro, come nella metafora di Agrippa. Siccome Roma ha bisogno di schiavi, e’ chiaro che si giustifica il fatto che a Roma ci siano gli schiavi. Siccome Wal Mart non puo’ andare avanti senza schiavi e io non posso tener pulita la casa senza schiavi, allora evidentemente non possiamo rinunciare agli schiavi senza rinunciare a Wal Mart e alla colf; ergo la schiavitu’ e’ giustificata.
  • Poiche’ queste persone hanno bisogno di vivere, cioe’ dei soldi (pochi) che paghiamo allora loro stessi non possono rinunciare alla schiavitu’; ancora una volta e’ un fatto nell’ordine “naturale” delle cose a giustificare la schiavitu’.
  • In ogni caso siamo umani con loro, e dal momento che sono le nostre colf e i nostri magazzinieri di Wal Mart, non possiamo trattarli male piu’ di tanto. Questo, a detta degli apologeti, creerebbe un limite “naturale” alla vessazione possibile. Insomma, Wal MArt non potra’ certo uccidere i suoi magazzinieri, perche’ gli servono vivi, quindi i magazzinieri messicani di Wal Mart possono dormire tranquilli. Tanto disumani , con loro, non potremo essere.
  • Non c’e’ nulla da fare, se il Messico e’ povero e’ povero, quindi invece di frignare e’ meglio farsene una ragione. E’ l’ordine naturale delle cose, e non cambiera’ certo perche’ lo vogliamo.
  • Su, guarda in faccia alla realta’, le cose stanno cosi’.
L’errore logico sta nell’antistoricita’ di questa cosa. In alcune citta’ emiliane , come nel reggiano, sta iniziando ad avvenire un curioso fenomeno di inversione sociale.
Gli immigrati sono arrivati e hanno iniziato a lavorare come muratori, idraulici, elettricisti, principalmente nelle porcilaie , nelle fabbriche di ceramica, e in tutti i posti dove “se hudi spusi”. Alcuni sono arrivati, facendo i turni, al traguardo dei 1500/2000 euro , con un contratto a tempo indeterminato.
In quella fase gli indigeni li snobbavano e li disprezzavano. I figli degli indigeni studiavano: “mio figlio in fabbrica non ce lo mando”, “mio figlio nella merda dei maiali non lo mando”, “mio figlio in cantiere non ce lo mando”, “mio figlio a caricare piastrelle non ce lo mando”.
Oggi, il risultato e’ che questi immigrati hanno ancora i loro lavori di merda, ma riescono a raggiungere la situazione di reddito che i figli laureati delle persone del luogo non riescono a raggiungere. Con il risultato che oggi i ragazzini 30 enni mantenuti da mamma con la paghetta in tasca guardano con invidia il negro che lavora nel porcile ma si porta a casa il suo stipendio e vive da solo, e su questo blog i laureati della situazione  con la loro camicia bianca e la loro cravattina rimangono  a bocca aperta quando arriva l’idraulico con la sua tuta sporca a dire che guadagna 6000 euro/mese. Sapete da quale paese viene, il vostro idraulico, nella stragrande maggioranza dei casi?
Morale della storia: non si tratta dell’ordine “naturale” delle cose. Non trattandosi dell’ordine naturale delle cose, non e’ affatto “un dato”, ma semplicemente una situazione transitoria.

 

Inoltre, anche ammesso di aver bisogno di schiavi per far andare avanti Wal Mart, il vero problema e’: i nostri bisogni sono cosi’ importanti da giustificare la schiavitu’? Se domani avessimo bisogno di organi umani, potremmo anche macellare i poveri?
La metafora organicista di Menenio Agrippa, a Roma , falli’. Falli’ in tre fasi successive.
  1. Con Menenio Agrippa fu istituito il tribuno della Plebe (Lex Sacrata), cioe’ un istituto che poteva dare peso politico alle istanze della plebe. Venne data, per  la prima volta, dignita’ politica alle istanze della plebe. Il problema, come volevasi dimostrare, e’ un problema DI DIRITTI.
  2. Con la seconda secessione del 449 (a.c), la soluzione fu di garantire ai tribuni (e quindi alla plebe) altri diritti politici , come l’inviolabilita’ dei tribuni , il diritto di appello ai tribuni e l’eleggibilita’ del tribuno da parte della plebe stessa. (Lex Valeriae Horatiae) Il problema era, tanto per cambiare, un problema DI DIRITTI.
  3. Coon la terza secessione, nel 289 a.c, ancora una volta la soluzione fu di garantire altri diritti. Con la legge Hortensia de Plebiscitiis, si sanci’ la parita’ giuridica completa tra patrizi e plebei, ovvero quella che oggi chiameremmo “rule of law”, “la legge e’ uguale per tutti”, ovvero il fatto che come i plebei anche i patrizi fossero immediatamente soggetti alla legge romana. E ancora una volta, il problema erano I DIRITTI.
Il motivo per il quale sottolineo che il problema siano i diritti e che la condizione dello schiavo si misuri coi diritti e’ che dagli USA sta arrivando una pericolosissima dialettica secondo la quale se sei “umano” con lo schiavo , cioe’ se la condizione di schiavitu’ non somiglia a quella delle piantagioni di cotone americane, allora non si tratta di schiavitu’.
Secondo questa ottica, poiche’ gli USA sono il metro di paragone, la storia americana e’ il metro della storia, dunque la schiavitu’ e’ SOLO  quello che e’ stato negli USA, e sotto quei livelli non possiamo parlare propriamente di schiavitu’.  Questo potrebbe essere interessante nel senso che  se accettiamo questo allora in Europa non c’e’ mai stata schiavitu’ , neanche al tempo dei romani e dei greci, ma le cose non stanno cosi’: la storia americana e’ cosi’ violenta ed abnorme che l’idea di usarla come metro di giudizio portera’ solo ad altre violenze e ad altre abnormita’.
Quello che manca a questa dialettica, cioe’, e’ un giudizio non americano della cosa. Sul piano storico la schiavitu’ dei negri e’ stata una delle peggiori forme di schiavitu’; lo schiavo che scappasse dalle piantagioni era facilmente riconoscibile per il colore della pelle, lo schiavo che si emancipasse rimaneva marchiato dal suo colore della pelle, nelle piantagioni erano pratica comune lo stupro, la marchiatura a fuoco, la mutilazione, le punizioni corporali, l’esecuzione sommaria a fini esemplari, e la teoria giuridica che giustificava la cosa era fondata su un dato biologico , cioe’ il colore della pelle, cosa che non accadeva a Roma o in Grecia.
Se usciamo dalla gabbia americana e consideriamo la schiavitu’ secondo un criterio piu’ logico e piu’ materiale, che non tiri in ballo concetti astratti (e quindi volutamente non misurabili: che cos’e’ l’ “umanita’” del padrone?) , tutto l’impianto casca miseramente, e le argomentazioni rimangono senza peso.
Del resto, anche la storia dell’umanita’, se si volesse discutere, reggerebbe molto. Supponiamo anche di essere “umani” con la nostra colf. Che cos’e’ l’umanita’? Fin dove arriva? Se si ammala e non viene a pulirci la casa, le paghiamo lo stesso il dovuto come fa INPS con noi? Se ha un infortunio, le paghiamo il dovuto come fa INAIL? No, semplicemente le facciamo gli auguri di pronta guarigione.
Fantastico.
E quando invecchiera’ e andra’ in pensione, o meglio quando NON ci andra’, la nostra umanita’ compensera’ il diritto perduto? Certo che no: se lo schiavo invecchia, se ne prende uno piu’ giovane. Tutto qui. Tutta qui la nostra “umanita’”.
Del resto, anche nell’ottica di Marx le cose non cambiano molto. Una famiglia ove i redditi siano “working class” non potrebbe permettersi un lavoratore italiano che faccia le pulizie o badi ai bambini. Non e’ che non ne esistono, basta prendere un elenco del telefono e ci saranno migliaia di agenzie di pulizie che saranno felici di pulirvi la casa.
Il guaio e’ che trattandosi di lavoratori che hanno piena cittadinanza, avranno un prezzo adeguato alla loro piena cittadinanza, che comprendera’ i costi sociali del lavoro. E quindi non ce la possiamo permettere.
Lo schiavo, cioe’, permette una cosa molto semplice: permette alla working class di avere dei dipendenti come hanno le classi piu’ alte, e ovviamente il servo della working class non puo’ che avere uno status INFERIORE a quello di working class, che e’ di per se’ lo status piu’ basso. E sotto “working class” , mi spiace, ma c’e’ solo “schiavo”. Punto.
Cosi’ come Wal MArt permette un livello di consumi tipico del ceto medio alla working class, abbassando i prezzi: senza gli schiavi probabilmente Wal Mart sopravviverebbe; chi ne verrebbe impattato e’ l’uomo della working class, che non potra’ piu’ permettersi Wal Mart.
Il vero punto della situazione e’ che l’esistenza degli schiavi e’ cio’ che permette alla working class alcuni comportamenti che prima erano del ceto medio-alto; grazie agli schiavi chiunque puo’ avere una colf, una donna delle pulizie, una badante; mentre prima questo era riservato ai ceti piu’ alti. Grazie allo schiavo chiunque puo’ fare il consumista ed entrare dentro Wal Mart , che abbassa i prezzi e rende accessibili ai prolet dei beni e dei livelli di consumo che normalmente sono tipici dei ceti alti.
In definitiva, Marx direbbe che il problema e’ che con la crisi il ceto medio occidentale sta scivolando indietro, ed e’ tornato ad essere working class. Ma non vuole perdere le abitudini ed i privilegi del ceto medio. Cosi’, poiche’ adesso l’ex ceto medio NON riesce piu’ ad assumere un lavoratore regolare per fargli da colf o da magazziniere, per mantenere lo stesso stile di vita ha bisogno di schiavi.
L’importazione di manodopera non segue i bisogni delle classi alte, ma delle classi medie decadute, oggi working class, le quali vogliono ancora  qualcuno che pulisca il loro cesso ma non hanno piu’ i soldi per pagare un cittadino a pieno titolo che lo faccia. Cosi’, si rivolgono ad un cittadino di serie B, cioe’ uno schiavo, l’unico disposto a lavorare al solo prezzo che l’ex ceto medio possa permettersi.
Il vero guaio e’ che le vecchie classi medie non vogliono solo mantenere il privilegio ad essere servite; vogliono mantenere anche un altro privilegio che e’ quello di sentirsi dire “grazie” dal mantenuto. E quindi si inventano una retorica per la quale il mantenuto dovrebbe essere grato loro per qualcosa, che non essendo il trattamento da cittadino di serie B sara’ l’ “umanita’” (che non costa niente) , umanita’ con la quale permettiamo loro di lasciarci vivere ancora come se fossimo ceto medio e potessimo permetterci una colf.
Lo stato “naturale” delle cose e’ molto piu’ semplice, ed e’ la vera normalita’:
  1. Caro ex ceto medio, sei working class. Quindi non ti puoi permettere un regime di consumi come quello che avevi un tempo. Noi rifiutiamo di assumere schiavi solo per darti accesso ai consumi, sei TU che devi darti da fare e alzare il tuo reddito.
  2. Caro ex ceto medio, adesso sei working class. Non ti puoi permettere un lavoratore al tuo servizio perche’ esso, essendo working class come te, guadagnera’ come te. Ergo, ti sporcherai le manine e rinuncerai alla tua colf.
Invece, si preferisce la soluzione innaturale di drogare i consumi usando manodopera di schiavi, al solo scopo di non ferire troppo l’orgoglio del ceto medio, che non dovra’ piu’ ammettere “sono troppo povero, oggi, per potermi permettere una colf”, oppure “sono diventato troppo povero per permettermi le cose di Wal Mart”.
Si preferisce la colf schiava e lo schiavo da Wal Mart solo per soddisfare il narcisismo della ex classe media, oggi working class.
Perche’, detto come va detto, siamo disposti ad essere in basso nella scala sociale, ma non ad essere gli ultimi. E per risolvere questo problema, la soluzione piu’ economica e’ aggiungere qualcuno in coda.
Cioe’, lo schiavo.
Uriel
(1) Non era impossibile. Lo stato di schiavitu’ non impediva la societa’ commerciale con il padrone, nel primo equivalente di “public company”  previsto dal diritto romano, e i tribuni della plebe svolgevano un lavoro (quando non eccedevano) di un certo valore sul piano del trattamento e della rappresentanza.
(2) Se ho diritto alla sanita’ in GErmania e’ perche’ poi la Regione Emilia Romagna paghera’ una fattura al governo tedesco. Ovvero perche’ in Italia pago delle tasse. In assenza di questi accordi internazionali, come capita ad alcuni miei colleghi di altre nazioni, vieni curato solo in caso di emergenza assoluta, e vieni gentilmente invitato a rivolgerti ad un medico privato per tutto il resto.
(3)Quasi tutti i regimi di schiavitu’ prevedono l’affrancamento dello schiavo, dal momento che non e’ possibile riconoscere lo schiavo dal cittadino se non contando i suoi diritti. Legare la schiavitu’ al colore della pelle produce un segno tangibile dello status inerente, e rende impossibile un reale affrancamento. Se gli schiavi fossero stati bianchi, una volta affrancati sarebbero stati indistinguibili ai fini sociali dagli altri cittadini. Inoltre, ad un certo punto sia in Grecia che a Roma divenne reato uccidere o mutilare gli schiavi , mentre fino alla fine del regime di schiavitu’ negli USA gli schiavi NON godevano del diritto all’inviolabilita’ fisica.
(4) Si tratta di un discorso illogico. Se da un lato lo stomaco nutre le mani, e’ vero che le mani riempiono lo stomaco. Si potrebbe rifare lo stesso discorso invertendo l’ordine dei protagonisti, e dimostrare la tesi opposta. Inoltre, il fatto che sia necessario fare questo discorso dimostra che si e’ rotto l’equilibrio di solidarieta’, dal momento che le mani protestano perche’ si sentono maltrattate dallo stomaco. In grecia una simile orazione aveva poche chances di passare all’esame di un filosofo.
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