Zingaratea

Il gruppo goliardico Sturmo&Drango ha organizzato, poche ore fa, una zingarata virtuale (non e’ ne’ la prima ne’ l’ultima) che si e’ tenuta sul blog di Galatea. Prima di descriverla, tanto per farvi due risate, ci sono due paroline che vorrei dire alla tenutaria del blog. Riguardano la sua reazione quando, finalmente, dopo cinquanta e rotti post, si e’ accorta che “alcuni” erano dei fake. Beh, mi spiace, ma TUTTI erano dei fake. E hai lasciato passare della roba (perche’ i miei commenti erano moderati) che non mi aspettavo potesse davvero passare al vaglio di un’accademica.

Cara Galatea,
come puoi facilmente evincere dallo Statuto, “Sturmo&Drango” e’ un movimento goliardico. Il che significa, essenzialmente, che non c’e’ bisogno di prendersela sul personale quando si viene presi di mira da uno scherzo. Non e’ una cosa personale e non c’e’ odio: se davvero conosci gli ambienti universitari, dovresti sapere cosa sia la goliardia e quale sia lo spirito. Se non lo hai capito, mi spiace: non sei ne’ colta, ne’ intelligente abbastanza da ridere di te stessa. Il che, evidentemente, ti classifica piuttosto male nella scala Voght-Kampf.
E’ risaputo del resto che la goliardia non agisce per astio, rancore oppure odio, ma semplicemente per scherzo: gaudeamus igitur. Chi se la prende e’ chi si prende troppo, davvero troppo, sul serio.
La tua reazione stizzita ti copre, peraltro, di ridicolo: hai addirittura risposto ad alcuni di noi, non ti sei accorta che Flotsam & Jetsam non sia una pubblicazione del MIT ma un vecchio gruppo rock, idem per Celtic Frost e i brasiliani sepultura, e potresti avere sorprese se cercassi su google la “professoressa” Nadine Jansen, che magari insegna pure a Oxford, ma non sarei certo che si tratti delle abitudini degli highlander. Casomai non lo avessi capito , tutti i commenti, ma praticamente tutti, erano i nostri. Che cosa avresti capito, “sin dall’inizio”, se poi ti rimetti a parlare con uno di noi come se non fosse un fake?
La cosa certa e’ che la goliardia o la capisci o non la capisci: chi non la capisce perde molto della vita, e gli si consiglia il matrimonio. Sta di fatto che mi hai fatto passare serenamente la tesi secondo cui gli unni erano immigrati come tutti gli altri, che le imprese coloniali fasciste fossero una forma bellicosa di emigrazione dall’ Italia, e non voglio nominare quello che hanno scritto gli altri per pura pieta’. A Bologna si dice che la merda piu’ la mescoli piu’ puzza, cosi’ il tuo tentativo di non ammettere che ci sei cascata mettera’ in evidenza quanto tu ci sia cascata.
Cosi’ , invece di inacidirti e stizzirti sostenendo di aver sempre saputo, quando non hai capito che un 10% di quanto accaduto, avresti fatto migliore figura se ti fossi messa a ridere , come fanno le persone colte ed intelligenti quando la goliardia le prende di mira. Facendo cosi’ come hai fatto, direi che non sembri ne’ colta ne’ intelligente, e assomigli piuttosto ad una maestrina inviperita, spocchiosa e velleitaria. Sottolineo in verde le tue risposte ad alcuni di noi, che avevi “capito subito” essere uno scherzo. Si vede dalle tue risposte.
A Galate’, non te la prendere, e specialmente non prenderti troppo sul serio. Te lo dice uno che ha vinto il Nerchianera Award. E chi non l’ha vinto?

Detto questo , per chi vuole ridere, posto la zingarata. Partecipanti (spero di non dimenticare nessuno,  la lista e’ comunque incompleta, se lo feci rimedierebbi, e se sbaglio scorreggiatemi):

Uriel Fanelli (Antonia Di Falco)
http://www.wolfstep.c

Bixx

http://vivalafika.wordpress.com/ (Anna W)

Lefttheleft
http://leftheleft.blogspot.com/

L’idiota ignorante
http://idiotaignorante.wordpress.com/

Basta con la droga (Manola)
http://sbarbifuoco.blogspot.com/?zx=fa9b00818ec864b6

Yossarian
http://londonalcatraz.blogspot.com/ (Pino)

Colonia Lunare
http://www.colonialunare.net/

Nadjia Jacur (se stessa)

Late Think (Igor Naveen, non so se Galatea l’abbia passato)
http://latethink.blogspot.com/

Attila
http://azureriver.blogspot.com/

Gree Jizzer (che mi sono perso chi di noi fosse), Beaten Track ,

ed altri che ora non ricordo, ma trovate sulla pagina Facebook dello Sturmo & Drango, tra gli iscritti.


 

Beaten Track
29 settembre 2010 alle 20:28
Ah, Galatea, solitamente preferisco leggerti senza intervenire. Ma quando penso possa essere il caso di intervenire non mi tiro indietro. Pensavo di godermi un bel resoconto della blogfest. Ed invece… qualcosa di molto, molto meglio. Complimenti, sei riuscita a rendere in modo molto leggero lo schiudersi dell’essere di una civiltà mai morta perché vive nelle tracce, in quei resti dai quali riaffiora la vitalità di un passato apparentemente lontano. Sono rimasto molto colpito dal tuo soffermarti proprio su quei manichini, su qualcosa che apparentemente sembrerebbe estraneo ad una esposizione di antichità, ma che invece, in virtù dell’essere qualcosa di moderno, di apparentemente posticcio, si rivelano un’apertura verso un mondo capace di essere ancora nell’esserci oggi. Ancora complimenti.
carlo-brenno
29 settembre 2010 alle 21:02
Se si vuole criticare l’attualità, perché non farlo direttamente? La divulgazione, anche quella storica, è una cosa seria ed esige rigore. E’ scorretto ridurla ad una favoletta edificante con l’intento di piegarla, mistificando i fatti, alla dimostrazione di una tesi attualizzante.
Mi sono dedicato con passione allo studio della romanizzazione della Gallia Cisalpina, anche analizzando reperti analoghi a quelli che vengono qui ricordati.
Il post trova la sua apoteosi in un successivo commento. E’ storicamente deprecabile l’interpretazione, moralisticamente tendenziosa per soprammercato, scodellata alla luce degli sviluppi successivi e poi dell’attualità, con il piglio della maestrina che estrapola e ammannisce, rimasticatolo, il senso di eventi remoti. La Storia a tesi mira a puntare il dito contro gli odierni cattivoni buzzurri? Un po’ invidio chi si compiace di simili rassicuranti semplificazioni. Il senso della complessità delle cose arrovella chi ne è dotato.
Non ci fu alcuna gioiosa epopea. I Celti (o si dovrebbe dire – altra perla – pseudo-Celti rispetto ai Celti veri? Chissà poi perché e su che basi?) “scelsero” come “scelsero” i Sanniti…
I Celti avrebbero “scelto” di far parte dello stato romano? La romanizzazione, che certo fu profonda e si avvalse di molteplici strumenti nel tempo anche pacifici e civili, fu conseguente ad una guerra e alla sottomissione militare.
Del resto, non mi pare che la storia registri casi di sottomissione volontaria o di entusiastica adesione al piano del conquistatore da parte di un aggredito che preconizzi un radioso futuro di pace e di prosperità (sulla pace e sulla prosperità glisso, per evitare di imbastire un pistolotto). Tutti gli assetti evolvono nel tempo, anche per effetto delle guerre.
Mi permetto di suggerire ai neofiti della storia antica di non lasciarsi abbindolare da quelle che appaiono non già semplicemente grossolane banalizzazioni tendenziose ma mistificazioni belle e buone. Esistono vari manuali di discreta qualità da cui ricavare una prima sommaria informazione, per potersi poi accostare alle monografie. In rete non si trova quasi nulla, ma soltanto per avere un’idea: http://www.veleia.it/download/allegati/fn000065.pdf
Riporto alcuni passaggi. “Ma la Cisalpina, e l’Aemilia settentrionale in particolare, sono in quegli anni un unico e solo campo di battaglia, e quindi di guerriglia, e non abbiamo in pratica altre notizie se non di scontri armati, distruzioni e saccheggi, morti infinite, tumultus gallici”. “Ma perché il nord dell’Italia era ormai visto in funzione di conquista totale, imperialistica, o, specie tra i nobiles, perlomeno espansiva a favore di clientele rurali, senza più rispetto né interesse per nazionalità così diverse, temute (per il loro collegamento alla prima, e unica “invasione” subita da Roma, e all’aiuto gallico dato in seguito ad Annibale) e urtanti per la mentalità e il diritto romani [Polibio II, 17, 9 ss.]”
Su Roma investita di una missione pacificatrice e dispensatrice di stabilità e sicurezza, talvolta trapelano, quasi furtive o voci dal sen sfuggite visioni critiche persino dall’interno: il discorso di Critognato o “Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant” o la sallustiana lettera di Mitridate ad Arsace.
Roma(mi riferisco ovviamente a quella antica collocata nella prospettiva storica) fu tante cose ed è arduo dipanare la matassa per chi, astenendosi dall’intrecciare maliziosamente passato e presente allo scopo di discriminare nel panorama odierno bianco e nero, trascurando l’intera gamma dei grigi, cerca di osservare l’intrico, senza giudicare o trarre lezioncine.
Adriano Maini
29 settembre 2010 alle 21:57
Splendida pagina di storia!
William Nessuno
30 settembre 2010 alle 06:14
E’ quello che ho scritto qualche giorno fa in occasione della sparata leghista: quando il gallo Obelix diceva la frase SPQR e prendeva a pugni i “romani”, sicuramente in quell’esercito, tra quei legionari, c’erano anche molti “padani” (qualsiasi cosa voglia dire). Che per i galli erano “romani” a loro volta.
(ormai sono anni che non vado più a convegni di blogger, un po’ mi mancano però).
William Nessuno
30 settembre 2010 alle 06:18
Sui carteli stradali c’è ancora scritto Bressanone Brixen, se non ricordo male.
betty_75
30 settembre 2010 alle 08:14
devo dire che ultimamente vengo qua per imparare delle cose, perchè scrivi molto bene.
io tutta sta cosa di quel simbolo non le sapevo.
grazie.
mosque
30 settembre 2010 alle 12:17
“Io nun me la pijo co’ tte, me la pijo co’ quelli che te stanno vicino e ancora nun t’hanno buttato de sotto”
E’ quello che urlò il grande Petrolini a uno scalmanato che disturbava lo spettacolo dal loggione.
Allo stesso modo, pur con tutti gli insulti e le fesserie che vomita, io non me la prendo con Bossi, ma con quelli che lo votano, lo sostengono e lo appoggiano, fino a farlo diventare il dominus della politica italiana, con sì e no il 10 per cento di voti a livello nazionale.
ilmondodigalatea
30 settembre 2010 alle 12:49
Caro Carlo Brenno, chi usa la storia in maniera distorta è chi se la reinventa per crearsi alle spalle tradizioni in larga parte inesistenti, come fa la Lega Nord con il suo “mito celtico”, un insieme di dati storici mal orecchiati, desunti in massima parte da una lettura frettolosa di Asterix (per il quale, vorrei chiarire, ho il massimo rispetto, in quanto a paragone delle stupidaggini storiche dei comizi leghisti ha l’autorevolezza di un Tacito: il guaio è che i propagandisti della Lega manco Asterix riescono a capire…).
Trovo piuttosto divertente che uno che afferma di essersi dedicato con passione allo studio della romanizzazione della Gallia Cisalpina evidentemente non sia in grado di collocare cronologicamente e di comprendere neppure i testi che mette in link come pezze di appoggio, facendo un gran frullato di diversi secoli, e mischiando passi di Tacito e di Sallustio che parlano di tutt’altre situazioni, e quindi forniscono prove di quanto si sostiene quanto un un kiwi coltivato a Cesena può fornire prove di una presunta colonizzazione neozelandese in Italia.
Il post era incentrato sulle comunità di Riva del Garda e del Benaco, le quali, come attestano i rilevamenti archeologici, non risultano oggetto di alcuna operazione violenta da parte dei Romani (cfr: Cristina Bassi, Il territorio di Riva del Garda in epoca romana, in CatMostr La via delle anime. Sepolture di epoca romana a Riva del Garda,Riva del Garda 2010, 33-39, p.33.
Nella zona la romanizzazione fu volontaria e abbastanza veloce, esattamente come fu spontanea e volontaria la romanizzazione dei Veneti; le popolazioni del comprensorio di Brixia e i Veneti, addirittura, furono solidali con i Romani persino nei momenti più duri e disperati della guerra annibalica e i Romani per questo riconobbero a queste popolazioni sempre una specie di status privilegiato, arrivando persino a inventarsi la storia (per i Veneti) delle comuni origini troiane (I Romani discendenti di Enea e i Veneti discententi di Antenore, Cfr. L.Braccesi, La leggenda di Antenore, Padova 1984). Quindi che non esistano casi di assimilazione spontanea è una bubbola bella e buona.
I buoni rapporti furono così duraturi che persino al tempo della Guerra Sociale le popolazioni di questa parte del Nord parteciparono per nulla o solo di striscio alla rivolta contro Roma. Cosa che è peraltro ricordata persino nell’articolo che lei ha messo in link. Nonostante la vulgata che tende a presentare i Romani come conquistatori militari, in realtà gli interessi romani erano eminetemente commerciali (cfr. M.A. Levi, il mondo dei greci e dei romani 1987, part. 185ss), e quindi essi erano ben felici di inglobare in maniera non violenta le popolazioni autoctone. Cosa che peraltro, come già aveva sottolineato Syme, rese l’impero romano così duraturo: le élite provinciali si sentirono accettate e protette, soprattutto garantite nel loro sviluppo economico; poterono, fra l’altro, continuare a tenere vive tradizioni locali e culti, anche se, con il tempo, spesso gli antichi dei autoctoni si rivestivano di panni “romani” (ma gli stessi Romani avevano rivestito i loro dei di panni “greci), come prova l’epigrafe sulle Iunones citata nel post.
Ha ragione, Roma fu una cosa un po’ più complessa di quello che si pensa. Soprattutto, direi, di quello che pensa lei, che mi sa ha tratto la sua lezioncina dopo aver letto sì e no qualche paginone culturale della Padania.
Beaten Track
30 settembre 2010 alle 13:25
Non posso non stupirmi di fronte alla violenza ontologica di certe posizioni. L’idea di ridurre una narrazione ad una sua maggiore o minore adesione ad una techne ritenuta metro di tutte le cose non è altro che espressione del gestell della contemporaneità, una weltanschauung che, dietro la malafede di un essere-per-sé che cercherebbe una Verità, non fa altro che parlare a nome di un ideologia verticale, una visione nichilista del mondo ridotto a terra, a mera cosa. Esiste una verità storica? Una risposta affermativa non fa altro che parlare per e in nome del significante che sovrasta il soggetto che la enuncia. E’ un paralogismo basato sul risentimento (in senso nietzscheano, ovviamente): la voce di un gregge travestito da lupo. E’ l’aggressione di un imperativo categorico che di fronte ad un testo che (a me è sembrato apertamente) si è concesso delle libertà in funzione di un’idea (opinabilmente, certo) personale, risponde scandendo un secco “tu devi”?
Va bene. “E se non lo faccio?”
Saluti.
Nadja
30 settembre 2010 alle 13:35
Mah, son dubbiosa…
Cosi’, di primo acchito, mi sembra un po’ semplicistico trattare la storia etnografica dell’intera regione come se questa fosse stata popolata da un unico ceppo culturale (celta o semicelta)
(Se faccio errori di scrittura, perdonatemi: parlo benino l’italiano, ma non sono madrelingua)
Dicevo, ho l’avventura di aver sposato un fanatico che legge libri di storia dalla mattina alla sera, li declama in famiglia e, poiche’ non riscuote il successo sperato, talvolta si assenta per pontificare da solo in guardino.
Dunque, secondo lui, parrebbe che il Veneto sia stato popolato da vari ceppi etnici. I Veneti propriaente detti (stanziati lungo la costa, allevatori di cavalli, di dubbia discendenza: paleoitalica, illirica, o ancor piu’ vaga), popolazioni celto-cisalpine stanziate verso l’interno della pianura padana, celti pannoni nell’area nord-orientale e infine varie isole germaniche: cimbri (ma questo dopo la sconfitta dei Campi Raudii)
Ecco, questo e’ solo il melting pot iniziale. Nel calderone si sono poi inseriti bizzantini, longobardi, slavi o “singani” come si dice da queste parti. Insomma, e da questo miscuglio genetico che nasce la “Razza Piave”
Nadja Jacur
green jizzer
30 settembre 2010 alle 13:37
Assolutamente corretta l’analisi storica rispetto alla quale ti voglio fare i complimenti.
La ricostruzione del passato al fine di un utilizzo “politico” contemporaneo non è pratica storiograficamente corretta.
Dai tempi dell’impero romano ad oggi molta acqua è passata sotto i ponti.
Quello che all’epoca fu un impero capace di riunire sotto di sè popoli differenti però ormai non esiste più.
Ciò che un tempo si concretizzò come azione mitigatrice delle differenze crollò e le declinazioni locali ricomparvero sino ad acuirsi in maniera estrema anche nella lingua, con il formarsi dei dialetti neolatini, identificati in maniera filogeneticamente scorretta come dialetti “italiani”.
Si consideri sempre che l’italiano è lingua che diventò di utilizzo popolare diffuso dal secondo dopo guerra in poi, più grazie e mi si perdoni la battuta, a Mike Buongiorno che all’effettiva presenza di una cultura “nazionale”.
Ancora complimenti.
ilmondodigalatea
30 settembre 2010 alle 13:48
@Nadia: in realtà persino parlare di “Celti” come se fossero una unità è azzardato. Le tribù celtiche, persino se afferenti ad un ceppo etnico comune in origine, erano in realtà, appunto, tribù, separate le une dalle altre e spesso e volentieri in guerra fra loro. Prova ne è che la campagna di Cesare in Gallia partì proprio perché alcune tribù, in pratica, lo invitarono a portare ordine nella regione. In Veneto, ad esempio, le infiltrazioni “celtiche” sono abbastanza limitate (nell’area costiera in pratica quasi inesistenti). I Celti stanziatisi in Emilia, poi, e arrivati qua nel IV secolo, non avevano più alcun rapporto diretto e stabile con le popolazioni celtiche d’Oltralpe e pochi e non strutturati con le tribù celtiche del Nord Italia. Il famoso Sole delle Alpi, poi, non è simbolo specifico dei Celti, ed anche in area celtica non è universalmente presente. Insomma, sarebbe come a dire che siccome ho una zia di Cuneo che ha i capelli rossi e ama Bach, allora tutti gli abitanti del Piemonte sono di chioma fulva e ascoltano il Clavicembalo ben temperato.
Firefly
30 settembre 2010 alle 13:56
“Si consideri sempre che l’italiano è lingua che diventò di utilizzo popolare diffuso dal secondo dopo guerra in poi, più grazie e mi si perdoni la battuta, a Mike Buongiorno che all’effettiva presenza di una cultura “nazionale”.”
E in tutta onestà, io continuo a pensare che sia stato un male. La perdita dei dialetti e delle identità regionali, del localismo, ha fatto sparire patrimoni interi. Se non sappiamo molto dei Celti, è perché i Romani li hanno spazzati via. E i Romani, oltre alla violenza, erano un popolo alla resa dei conti dissoluto, amorale, caduto e dissolto nel baratro del vizio. Allo stesso modo, la sovraimposizione di un artificiosa identità nazionale per mezzo della televisione ha cancellato un patrimonio incalcolabile di cultura contadina fatta di antiche sapienze e costumi forse primitivi, ma certo più puri. Solo Pasolini si accorse del problema, ai tempi, ma ormai era troppo tardi. Anni fa c’era la paura della guerra atomica, migliaia di film e libri e fumetti ci hanno dipinto la post-apocalisse. E se fosse quella la soluzione? Se la distruzione quasi totale ci permettesse di riscoprire quei valori semplici ma reali di un tempo? E’ tanto che me lo chiedo. L’ascesa di nazioni teoricamente arretrate come quelle del medio oriente mi dà da pensare ancora di più, e forse mi conforta. Perdonate la lunghezza e l’inconcludenza, prendete questo commento come uno sfogo. Il post, e il commento di Green Jizzer, sono i colpevoli.
Anna W.
30 settembre 2010 alle 13:58
@green jizzer: tu dici “La ricostruzione del passato al fine di un utilizzo “politico” contemporaneo non è pratica storiograficamente corretta.”
Onestamente, non vedo il problema. Ovvio che non e’ storiograficamente corretto. Ma strumentalmente valido.
La storia documentata e quella narrata a fini politici sono due cose diverse.
E non sono soltanto i leghisti a strumentalizzare simboli e modificare fatti storici. Lo si e’ sempre fatto. La storia non si scrive da sola. C’e’ sempre un autore.
La storia e’ sempre servita a dar fondamento e giustificazione alle ideologie. I leghisti hanno l’attenuante di farlo in modo grossolano ed ovvio.
green jizzer
30 settembre 2010 alle 14:02
@ Galatea
Il simbolo solare riportato ad inizio post e definito “sole delle alpi”, è un simbolo diffuso in tutta l’area alpina. Appartiene al gruppo dei simboli solari tra i quali si annovera, ma so che è inutile dirlo, la svastica di origine indiana.
Risulta presente, come fregio, nell’artigianato popolare alpino e viene considerato come derivato dall’ornamento del rosone.
Al proposito consiglio la lettura di “Scultura e intaglio dell’artigianato di tradizione della Valle d’Aosta” pubblicato dai tipi della Priuli e Verlucca Editori, magnifico saggio ricco di illustrazioni dove si dà anche conto delle metodiche di ricerca adottate al fine della raccolta della documentazione.
ilmondodigalatea
30 settembre 2010 alle 14:15
@firefly: Dire che “Se non sappiamo molto sui Celti è perché i Romani li hanno spazzati via” mi pare storiograficamente azzardato, eh. Giulio Cesare, di certo, portò avanti in Gallia, a seguito delle sue campagne di conquista, anche operazioni di pulizia etnica, poi riprese da alcuni imperatori successivi, per stroncare la resistenza dei Druidi celti, che si opponevano al dominio romano. Ma a parte questi episodi, dei Celti sappiamo moltissimo. E furono così “spazzati via” dai Romani che la cultura di derivazione celtica riemerse prepotentemente agli albori del Medioevo. Dove, per altro, in Irlanda, fu un grande celta, S. Patrizio, a darsi un daffare enorme per salvare la cultura romana che rischiava di sparire, ordinando ai suoi monaci irlandesi di copiare manoscritti latini a rotta di collo. Benché cristiano, irlandese e celta non li trovava poi così dissoluti, amorali e caduti nel baratro del vizio, i Romani. E neanche io li trovo più dissoluti di altri popoli. Con buona pace di Pasolini e di tutti quelli che devono sempre vagheggiare eden primigeni di campagna. Quelli da cui i nostri antenati contadini veri sono scappati a gambe levate, per altro.
Firefly
30 settembre 2010 alle 14:26
Forse non mi sono mai documentato troppo, ma mi pare che dei Celti si citi solo qualche aspetto folkloristico, la festa di San Patrizio (anche lì, ridotta ad una scusa per bere come orchi e basta) e qualche rituale pagano e visitine a Stonehenge. E le appropriazioni leghiste e l’acqua del Po. Un po’ poco, mi sembra. Ma al di là di questo, se parlare di arcadie perdute può sembrare ridicolo, tuttavia non riesco a rassegnarmi. Sono dell’idea che una mente più semplice, legata alla necessità del proprio lavoro manuale, senza avere nemmeno la possibilità di troppi grilli e menate per la testa, non possa arrivare a concepire tutte le sconcezze e le brutture che noi oggi pensiamo e facciamo. Adamo ed Eva non dovevano mangiare la mela, ahahaha, mi dirai. Beh, io non la penso molto diversamente, guardandomi intorno.
green jizzer
30 settembre 2010 alle 14:31
@ firefly
@ anna w.
Guardate il problema è quello che poneva Beaten Track:
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Esiste una verità storica? Una risposta affermativa non fa altro che parlare per e in nome del significante che sovrasta il soggetto che la enuncia.
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Mi sembra che la questione sia da vedersi in un’ottica della filosofia della storia a seguito degli apporti di Heidegger che come è noto derivò le proprie conclusioni dalla riflessione sulla Nietzchiana “fine della storia”.
« Ciò che determina ambedue, tempo ed essere, in ciò che è loro proprio, cioè nella loro co-appartenenza, noi lo chiamiamo Das Ereignis (l’evento). »
(essere e tempo- Martin Heidegger).
L’accadere dell’”essere” nel mondo si qualifica anche nel linguaggio, il Logos che si mostra. Non ritengo quindi assolutamente irrilevante la “strumentalizzazione” della “storia” che si propone come, di necessità, “strumentalizzazione del linguaggio” operazione quindi di “nascondimento”, sempre presente nel dispiegarsi degli eventi ma da collocarsi in un’ottica ben precisa.
Antonia di Falco
30 settembre 2010 alle 14:32
Ciao Galatea , di solito ti seguo in silenzio ma questa volta non posso che intervenire.
Non sono d’accordo sul fatto che sia cosi’ poco importante il passato , nè la biologia,
per spiegare le differenze etnografiche, che esistono eccome. Innanzitutto perchè nell’ottica
di Lohan esse sono causate, evidentemente, da fattori economici: certo venezia nasce perchè
stanno arrivando gli unni, ma d’altro canto gli unni stessi arrivano in europa spinti
da particolari condizioni di fame che si stavano verificando in asia; non per niente portano
tra le altre cose una forma di peste. In fondo, gli unni erano immigrati ante litteram;
anche se ovviamente accompagnavano la migrazione alle armi. MA alla fine, non dimentichiamolo
parliamo di celti e di romani per indicare una differenza economica: trovo interessante un passo
di Filippo Vinci , “Flotsam & Jetsam, echonomical roots of mass migrations, MIT Press, 1976″ (traduco liberamente)
“si fatica molto, nel passato, a distinguere le migrazioni dovute al desiderio di conquista da quelle
dovute alla poverta’: si dira’ che i Vandali arrivano in Tunisia per conquistarla, ma indagando si scoprira’
che fuggivano dalla carestia. Cosi’ come l’ Italia inizia la sua politica coloniale solo dopo le sanzioni: l’immigrato
puo’ arrivare con il cappello in mano o con l’elmetto in testa, perchè alla fine quello che importa è che
la spinta è la medesima, ed è economica. Nel senso dell’analisi Lohaniana, essendo comuni le cause economiche,
non c’è molta differenza tra la spinta dell’invasore e quella dell’immigrato, e distinguerli è molto difficile”.
Cosi’, il problema non sta nei celti o nei romani, ma nella spinta: Bossi parla cosi’ perchè
ha visto l’immigrato e lo percepisce come possibile invasore, ed in un certo senso non sbaglia, essendo le spinte identiche.
A questo punto, quindi, la differenza etnografica la fa l’economia: il bresciano e il calabrese saranno sempre
differenti, almeno sin quando la situazione economica nelle rispettive regioni sara’ differente. Una volta emigrato , il calabrese diventa bresciano quando si arricchisce, e cambia persino dialetto e aspetto fisico insieme alla condizione economica, al punto che oggi molti immigrati hanno le caratteristiche fisiche delle popolazioni locali; persino se esaminiamo gli italiani che emigrano in Kenya per aprire attivita’ (c’e’ una grande comunita’ ) vedrete che nelle generazioni essi diventano “africani” mentre si adeguano alla situazione economica del luogo, inserendosi.
Il vero simbolo del sole delle alpi dovrebbe essere, insomma, l’ Euro. E’ questo, e solo questo, che divide i nuovi celti dai vecchi romani.
Beaten Track
30 settembre 2010 alle 14:41
Lo si e’ sempre fatto. La storia non si scrive da sola. C’e’ sempre un autore.
La storia e’ sempre servita a dar fondamento e giustificazione alle ideologie. I leghisti hanno l’attenuante di farlo in modo grossolano ed ovvio.
@Anna W. No, scusa, ma siamo proprio sicuri che sia stata la storia a servire le ideologie? E se invece fossero le ideologie a servire la Storia? E’ un dubbio che non possiamo fare a meno di non porci.
E, aggiungo a quanto rilevato da green jizzer, che personalmente non sarei così sbrigativo nel liquidare la fenomenologia hegeliana… Forse, oggi, sarebbe ingenuo cedere al suo fascino, all’idea del sistema Assoluto, della grande narrazione che racchiude la Storia dell’Essere. Ma un Maestro insegna che il (fal)Logocentrismo è un orizzonte dal quale siamo ben lontani. Una narrazione inaccurata è una narrazione superficiale? Vivaddio, sì. Ma quale altre modo avremmo altrimenti per evitare di far sì che la (ir)rilevanza del particolare diventi particolare della (ir)ri/Levanza? Che la ricerca della Correttezza non finisca con l’essere nulla più che la valutazione della correttezza di una Ricerca? Qualcosa come i temi che facevamo a scuola…
Just my two cents.
Saluti.
Nadja
30 settembre 2010 alle 14:49
Oddio, l’Irlanda era periferia della periferia nel mondo romano. Un po’ come dire “Zelarino”, “Marcon”: ai confini dell’insediamento civile.
In questo far west dell’antichita’ e’ sopravvissuta una comunita’ fossile: i Gael o celti irlandesi.
Ma altrove, dall’Iberia a Pargamo i celti sono stati spazzati via eccome. Dalla romanizzazione prima e dalla germanizzazione poi.
Siamo onesti, guardiamo in faccia la realta’, possono anche starci simpatici con tutte quelle kermesse new age, col vischio, Lorena Mckennit, Panoramix e i tartan colorati… ma i celti sono stati spazzati via nella storia.
Posso essere brutale?
Si, dai: un popolo perdente, loser, saccagnato e “genocidizzato”. La loro cultura sopravvive quasi per caso in Irlanda e Galles (dalla prima passa in scozia, con le invasioni gael, e dalla seconda passa in bretagna in seguito alla pressione sassone al di la della manica).
Un popolo quasi sempre in fuga, fiero, si, certo, ma paurosamente inadatto a ricalcare le pagine della storia.
Concludo con un pensiero personale: e’ comico che i leghisti, nel disperato tentativo cercare un’identita’ comune, la trovino in questo popolo sconfitto probabilmente dai loro stessi antenati.
E’ un po’ come se il figlio del generale Custer si credesse un indiano Cherockee.
Nadir
ilmondodigalatea
30 settembre 2010 alle 14:54
@Firefly: Sì, ti sei documentato pochino, se hai sempre solo sentito citare dei “celti” queste cose qui, dato che la festa di S.Patrizio è irlandese ma dedicata ad un santo cristiano e resa famosa e “globale” dagli immigrati irlandesi in USA, i riti pagani sono tipici, appunto, di tutte le culture pagane, e Stonehenge non è celtica, ma costruita qualche millennio prima. Da almeno due secoli l’archeologia ha ricostruito molto approfonditamente la cultura celtica: consiglierei qualche volume di storia, anche divulgativo, magari evitiamo di confondere i poveri Celti con qualche delirio degli sciroccati New Age. ‘Sta storia che le menti semplici sono più pure, più vicine alla natura e perciò meno corrotte l’ha creduta fermamente, fra l’altro, un romano: Tacito. Che parlava di Germani antichi. Pensa un po’ te.
green jizzer
30 settembre 2010 alle 14:55
@ Beaten Track
appunto.
io non liquido in alcuna maniera la filosofia della storia hegheliana.
Proprio per le ragioni che ho spiegato prima.
Ti richiamo alla riflessione di Karl Lowitt, che fu allievo di heidegger.
Pur riconoscendo, il Nostro, la crisi delle “filosofie della Storia”, non fece l’errore da altri compiuto di “gettare via il bambino con l’acqua sporca”.
La “metafisica della storia” nella sua riflessione mantiene la primeva funzione di esplicazione del Senso del Mondo.
Dal che alla tua domanda “E se invece fossero le ideologie a servire la Storia?” io (e vorrei dire senza ombra di dubbio ma il mio esssere “contemporaneo” me lo vieta”) così rispondo:
E’ proprio così.
E’ proprio così.
Firefly
30 settembre 2010 alle 14:55
Trovo molto interessante quanto scritto da Antonia, e pure Nadja, mentre le fumisterie dell’ultimo intervento di Green Jizzer non mi piacciono affatto: sono espressione di un’umanità che ormai ha perso contatto con sè stessa e con la propria corporeità e, libera dagli affanni per il pane, il cui valore si è perso, si dedicata in maniera scriteriata alle rose. Ma con le rose non si mangia, se non poco e male. E dunque rimango della mia idea, quella delle decrescita per il ritorno ai valori più puri e ad una vita più semplice. Se la storia è ciclica, il momento ritornerà, e ci renderemo conto di quel che abbiamo sacrificato sui lubrichi altari dell’edonismo e della conoscenza.
Anna W.
30 settembre 2010 alle 15:06
@ beaten track. forse non mi ero spiegata bene. Intendo proprio quello che dici tu, e cioe’ che non e’ possibile separare la storia da chi la scrive. Cioe’ dall’ideologia. Tu hai decisamente una cultura superiore alla mia, sei per caso un filosofo?
Per me le ideologie sono inseparabili dal comunismo. I leghisti non hanno l’acume per forgiare un’ideologia. I comunisti l’avrebbero ma si sono ammansiti e difatti sono uno sfacelo. Se riuscissero a ricreare delle storie potenti, delle logiche salde, se riuscissero a controbattere alle storielle infantili della Lega Nord con una contro-storia migliore, il paese avrebbe un futuro. Per questo una persona come Galatea che riesce a essere coerente con la sua formazione e riesce a farla combaciare con le sue idee politiche e’ una bella speranza. Per tutti noi italiani. Mi scuso se non si era capito come la penso nel mio commento di prima.
green jizzer
30 settembre 2010 alle 15:09
@ Firefly
“mentre le fumisterie dell’ultimo intervento di Green Jizzer non mi piacciono affatto”
Nessuna fumisteria Firefly.
Capisco che la vulgata voglia l’interpretazine materialistica come la migliore tra quelle possibili, ma il sottoscritto non è di tale avviso.
Cercherò comunque di spiegarmi meglio.
La spiegazione data da Antonia è, appunto “spiegazione”, essa pretende di espplicare gli accadimenti partendo dai meri dati materiali, ma essi in sè sono “opachi”- vedi Popper – deduzione vs induzione.
Ad essi si aggiunge un qualche cosa che materiale non è rendendo palese l’aporia regina di ogni filosofia materialistica.
In soldoni: il senso della storia è esterno ai semplici dati materiali mediante i quali essa si esplica.
Come rendere tale riflessione “pane”?
Domanda oziosa poichè la storia è già “pane” con cui ti nutri.
Il “pane” non solo è materia ma anche “informazione edule”,
prodotto complesso di interazioni dalle radici profonde come le montagne.
Anna W.
30 settembre 2010 alle 15:22
ma Green Jizzer, vero che il senso della storia e’ esterno ai dati materiali. ma secondo me il senso non sarebbe tale se non lo si potesse poi applicare alla realta’.
altrimenti uno vaneggia invece di agire per il cambiamento reale delle cose. E insomma ne abbiamo bisogno tutti in questo momento, di cambiare. Mi sembra che la discussione sia un po’ troppo astratta. Non so se Galatea sia d’accordo con me, ma io troverei utile parlare di come modificare le grossolane storiacce che ci vengono imposte e ci portano solo al declino del paese.
Beaten Track
30 settembre 2010 alle 15:28
Caro Firefly, non nego un certo interesse verso quanto scrivi, e come già fatto da green jizzer, anche io voglio soffermarmi un secondo sul termine “fumisterie”. Ora, qui si parla di storia, o meglio di UNA narrazione storica (quella del post) che è stata fatta oggetto di opinabili rilievi come se la storia fosse realmente UNA, e non sottoposta all’indeterminazione dei soggetti collettivi di enunciazione. Non nego che il tuo “fumisterie” mi ha strappato un sorriso. Ed è vero, c’è del fumo: ma altrimenti come si potrebbe arrivare all’arrosto? Ma quello che scrivi (o meglio: che credi di scrivere nel mentre che vieni scritto) è il prevedibile risultato delle strategie del Potere che dominano la contemporaneità (e torniamo, appunto, al Ge-stell), e che risultano lampanti sotto i riflettori di una qualsiasi microfisica. Quello che scrivi, con il tuo invocare valori ideali che collochi in un presunto passato, a me sembra piuttosto la voce della contemporaneità (capitalista) che ti indica un sentiero (in questo caso, tutt’altro che interrotto) da seguire. Perché quello di cui parli è una spettacolarizzazione del mondo (passato), e lo spettacolo non è altro che il capitale accumulato a tal punto da divenire immagine (il luogo simbolico dove si consuma il delitto perfetto). Poi, ovviamente, la scelta rimane a te: parlare o essere parlato.
@Anna W. No, mi scuso io. Avevo proprio frainteso. Avevo capito l’esatto opposto. Messa così, come non concordare? heheheh
Saluti.
green jizzer
30 settembre 2010 alle 15:28
@ anna W
be’ guarda visto che chiedi cosa fare per risollevarci dal fango in cui questo paese indubbiamente sta affondando io non ho paura a dirti che vedo bene il movimento a 5 stelle.
Attenzione non sono un militante e non intendo fare pubblicità a nessuno!
La mia è semplicemente una riflessione da esterno.
Manola
30 settembre 2010 alle 15:46
Ciao Galatea,
Sono una collega: insegno filosofia e storia in un liceo scientifico e ritengo che questo post sia davvero interessante in quanto, implicitamente, spiega molti fenomeni che contraddistinguono lo scenario socio-politico italiano.
Tuttavia temo che, ancora una volta, si stia perdendo di vista il vero nocciolo della questione: tutte queste differenziazioni forzate, questi impeti separatisti, questi afflati guerreschi di una zona geografica contrapposta a un’altra, sono da ricondurre a un’unica fonte… ed è la volontà di potenza mal-interpretata, decontestualizzata e meta-bersagliata da parte del maschio italico (e, ahinoi, non solo italico).
La storia ci insegna che ogni conflitto trae origine dall’uomo (si pensi financo alla mitologia, ad Elena di Troia, rapita da Paride che, attraverso tale abietto atto, provoca un cruento conflitto) e si tratta di un problema che ha a che fare con la natura biologica dello stesso, con il testosterone e l’effetto deleterio che tale ormone provoca nei soggetti di sesso maschile. Non mi sto inventando nulla: uno degli effetti collaterali che l’assunzione di testosterone da parte di alcuni atleti (e, in misura minore, atlete) dediti al body-building comporta è, appunto, l’aumento dell’aggressività. Ebbene: metà della popolazione mondiale produce naturalmente questo ormone in grande quantità.
Tornando a noi: come si pone la Lega all’interno del panorama politico italiano? “La Lega ce l’ha duro”. C’è forse bisogno di aggiungere altro? Ancora una volta si ha a che fare con il testosterone, con la forza bruta, con l’aggressività, con lo sciovinismo e con l’essere del tutto scevri di logica, intelligenza e spirito gineceo. Altro che “quote rosa”.
Manola
betty_75
30 settembre 2010 alle 16:08
non ho capito niente di quello che avete scritto.
Da ignorante che sono posso solo dirvi che qua si fa fatica ad arrivare alla fine del mese, mio marito è in cassa integrazione e con due figli non è facile.
Io non ho studiato ma da ignorante mi sembra che Bossi voglia solo che meno soldi vadano sprecati.
scusate l’intrusione
Manola
30 settembre 2010 alle 16:14
Betty,
Non diventare vittima del “populismo testosteronico” anche tu. Ti suggerisco di leggere “Terroni” di Pino Aprile – http://www.ibs.it/code/9788856612738/aprile-pino/terroni-tutto-quello-che.html – un’attenta disanima del modo in cui il Sud d’Italia è stato, in 150 anni di Unità, stuprato dal Nord della penisola.
Manola
betty_75
30 settembre 2010 alle 16:19
@ Manola
grazie
purtroppo se dobbiamo comprare dei libri compriamo quelli per i figli.
mi puoi fare un sunto?
alice
30 settembre 2010 alle 16:22
«Non si fecero conquistare dai porci Romani, gli antichi Rivensi. Ma i Leghisti si mettano il cuore in pace: non si fecero conquistare per il buon motivo che si romanizzarono senza troppi traumi, e volontariamente, perché sapevano che Roma voleva dire tranquillità, apertura ai mercati internazionali, sicurezza. Come i Veneti qualche anno prima, diventarono Romani in pratica senza colpo patire, dopo essersi fatti due conti».
In un commento citi Marco Attilio Levi. Ebbene, Levi non è del parere che i “celti” si sottomisero pacificamente ai romani (Il mondo dei greci e dei romani, pp. 185 e sgg.), mentre questi ultimi trovarono alleati nei “veneti” (meglio: cultura atesina o paleoveneta). Perciò il commento paludatissimo del prode Brenno non è, per certa parte, del tutto fuori luogo.
Come ben sai non tutta la “padania” fu dominata dai “celti”, ma è ben vero che questi, dominatori di buona parte dell’Italia settentrionale per due secoli, non si sottomisero pacificamente ai romani. Il fatto che nella zona di Riva non si rinvengano segni cruenti di conquista può essere dovuto a due motivi: si trattava di un’area di sovrapposizione celto-veneta (con marcata presenza di camuni) e poi perché le principali aree di scontro armato furono, in genere, più meridionali. Bisogna inoltre tener conto che Riva, come tutto il territorio del Basso Sarca, era a quei tempi piuttosto marginale e non agevolmente raggiungibile via terra se si proveniva da sud.
Ad ogni buon conto parlare oggi di celti, veneti e padani, è puro delirio (così come del Nord che avrebbe “stuprato” il Sud). Come lo sarebbe parlare dei “veri” romani.
Consiglio a chi può un week-end a Riva, una cittadina incantevole e con un lungolago bellissimo, specie ora che da qualche anno è stato congiunto con Torbole (il miglior posto in assoluto del lago per il windsurf). A metà strada, nelle giornate limpide, il percorso offre il miglior sito (a mio parere superiore anche a Sirmione) per ammirare il garda. L’unico difetto del posto è che a causa delle montagne sopra Limone il sole nel pomeriggio se ne va troppo presto, anche ad agosto.
Firefly
30 settembre 2010 alle 16:25
Galatea dice: “‘Sta storia che le menti semplici sono più pure, più vicine alla natura e perciò meno corrotte l’ha creduta fermamente, fra l’altro, un romano: Tacito. Che parlava di Germani antichi. Pensa un po’ te.” Forse ti sorprenderà, ma le mie attuali idee “antichiste” o “sempliciste” sono frutto di un certo qual cambiamento che mi è capitato nell’ultimo anno delle superiori – cioè l’anno scolastico conclusosi a giugno, perchè alla fine di anni ne ho 19 e non 74 come potrebbe sembrare. Proprio quel pensiero di Tacito mi ha colpito molto, e mi ha fatto avvicinare a Pasolini: un mio compagno di classe, molto critico nei confrotni della società, ne è un grande appassionato e quando mi ha sentito considerare favorevolmente il pensiero di Tacito sulle mente semplici, ma pure quello del buon selvaggio di Rousseau, mi ha fatto avvicinare a Pasolini che ha elaborato quello stesso pensiero nella dialettica sociale dei suoi anni. Ok che dovrò ancora imparare, forse mi lascio trascinare dall’entusiasmo, però lo ritengo un punto fermo della mia formazione ormai.
Gli altri: vi sbagliate di grosso e sparate a casaccio per fare i grossi. Non c’è alcun movimento pubblicizzato o sotto i riflettori che punti alla decrescita e alla vita agreste, solo pochi isolati idealisti come Massimo Fini e quelli del Movimento Zero. Loro sono estranei al capitale.
Manola
30 settembre 2010 alle 16:34
“purtroppo se dobbiamo comprare dei libri compriamo quelli per i figli.”
Ecco. Queste sono le cose che più mi fanno imbestialire. Quanto segue, anche se può sembrare un salto logico e un non-sequitur, non lo è per nulla. Ti prego di essere assolutamente onesta: quanto denaro spendi per motivi che hanno a che fare esclusivamente con la vanità? Immagino che una, per lo meno, considerevole parte del budget familiare venga da te speso in prodotti di cosmesi. In fin dei conti sei donna e ci sono passata anche io. La dico tutta: sono stata sposata a mia volta. Il libro che ti ho consigliato costa meno di una confezione di crema idratante e arricchisce lo spirito. Il fatto è che l’uomo ha imposto la sua legge e secondo il suo dictat, la donna dev’essere, prima di tutto, vanitosa, frivola e, soprattutto, decorativa. È sufficiente guardare la TV e/o sfogliare una rivista per rendersi conto di come questa pseudo-cultura androfica abbia inquinato la società occidentale. Si può fare qualche sacrificio per essere belle anche se tale sacrificio penalizza la nostra intelligenza che rimane comunque un patrimonio tipico dell’uomo. SVEGLIATI, BETTY! Parli attraverso schemi mentali che, per natura, non ti appartengono. Liberati di questa falsa e forzatamente imposta iconografia muliebre! Si tratta di nient’altro che menzogna. L’Occidente ne è pregno, ogni aspetto della nostra cultura malata ne è infetto. Un esempio? I videogiochi. Tomb Raider… si è mai vista un’archeologa che si veste in quel modo. Per quale ragione Lara Croft ha quell’aspetto? Tomb Raider è l’emblema del machismo. Archeologa, d’accordo ma, nello stesso tempo, anche vamp, maliarda, femmina da letto.
Quindi no, Betty. Mi rifiuto di fare un sunto perché avallerei il machismo che ti obbliga a sacrificare la tua intelligenza di donna per la vanità che il maschio vuole che ti contraddistingua.
Manola
orsopio
30 settembre 2010 alle 17:01
quando c’è la badilata di cultura non posso esimermi dal firmare un ringraziamento.
quanto ai porci romani, bossi ha ragione, ahimé. almeno per quanto mi riguarda personalmente. e non dimentichi che “quanno voi ancora stavate sull’arberi, noi già eravamo froci”.
Antonia di Falco
30 settembre 2010 alle 17:15
Secondo me state andando fuori tema, concentrando nella storia passata un problema che nasce nella storia attuale. Dobbiamo chiederci perche’ siamo cosi’ attenti alle nostre radici e agli antichi, da un certo punto di vista. Possiamo fare un paragone con una societa’ come quella del Brasile che non ha celti o romani nelle radici, ma alla fine le radici se le inventa nel culto dei morti; c’e’ un libro interessante “Brasilian Sepultura: arise of the cult of the deads and roots” (non mi ricordo di chi sia e forse sbaglio il titolo: abbiate pieta’, non ho un PC nella mente) dove si spiega che le societa’ tendono, specialmente quando non ne hanno ad inventarsi delle radici nel passato.E’ interessante, perche’ proprio nelle societa’ che hanno perso o non hanno le radici nascono i culti del passato e dell’arcaico. Forse questa ricerca delle radici viene dal fatto di averle perse?
Pino69
30 settembre 2010 alle 17:17
Post molto bello e pienamente condivisibile Galatea.
Fra l’altro a fare giustizia di tutti i deliri sui celti non solo della Lega, ma relativi ad altri “particolarismi” e “separatismi” su basi pseudo-etniche, mi capito’ di leggere poco tempo fa un articolo molto interessante sulla rivista americana “Dissent” che s’intitola “Schrodinger’s Cat vs Occam’s Razor”.
Te lo riassumo brevemente, anche perche’ e’ piuttosto lungo e non vorrei annoiare te e gli altri (complimenti a tutti perche’ la conversazione e’ molto interessante, anche se avrei qualche obiezione su Anna W e in parte Manola).
In sostanza, ispirandosi al ben noto paradosso del Gatto di Schrodinger, il professor Arnold Tanqueray autore dell’articolo, prende in esame le istanze separatiste di gallesi e scozzesi in Gran Bretagna e ne deduce che quelle che lui definisce “microstoria” e “macrostoria” vengono confuse e mescolate a scopi strumentali dai vari movimenti separatisti.
Pur non negando la validita’ delle rivendicazioni di autonomia culturale ad esempio dei gallesi, Tanqueray sostiene che la “particella popolo” assume a livello locale una valenza diversa da quella che la realta’ composta da un “collettivo” di particelle formato dai popoli aggregati.
Le due realta’ (semplifico) interagiscono fra loro in maniera diversa e quello che e’ “l’aggregato” di queste realta’ finisce con azzerare il valore della singola “particella popolo”.
“Azzerare” non significa necessariamente conquista violenta: come hai sottolineato giustamente tu, l’assimilazione puo’ avvenire pacificamente e su base volontaria, ma e’ solo tramite l’osservazione diretta ( in questo caso storica-culturale) che possiamo stabilire una realta’ oggettiva.
Ed e’ esattamente cio’ che secondo Tanqueray, i “separatisti” rifiutano a priori, adducendo tesi delocalizzanti come giustificazione strumentale e definitiva di una realta’ che a loro pare fatta esclusivamente di oppressione.
In tal senso io sono solito paragonare questo modo di pensare a una degenerazione del “brutalismo” architettonico in campo storico.
Mi si perdoni il neologismo, ma io lo chiamo “brutalismo storico”.
Il “calcestruzzo a vista” dei leghisti, definiamolo cosi’ per restare nell’ambito dela metafora architettonica, che a loro pare foriero di deliranti forze primigenie dei popoli, in realta’ fa parte di quello che in architettura si definisce “vigore plastico” dell’insieme.
E’ parte della struttura e non puo’ essere isolato e parcellizzato come prova strumentale di unicita’.
Pino69
Beaten Track
30 settembre 2010 alle 18:12
Se non vado errato (e anche io vado a memoria) “Brasilian Sepultura…” (che, mea culpa, non solo non ho letto) veniva citato da qualche parte in “Mille Piani” di Deleuze e Guattari. E mi sembra che fosse in una parte dedicata al nomadismo. Nel senso che elementi comuni come, appunto, le radici culturali o il culto dei morti (inteso come instaurarsi di una tradizione) nascono quando una collettività smette di essere nomade e viene assoggettata ad una ideologia stanziale che la radica in un territorio chiuso. A pensarci bene, è quasi paradossale che proprio i leghisti, con tutte le loro campagne contro i nomadi, attraverso l’idea di “Padania” finiscono per assumere dei comportamenti simili a quelli di una popolazione che ha da poco occupato un territorio.
Saluti.
carlo-brenno
30 settembre 2010 alle 18:16
Mi aspettavo una risposta tignosetta ed è arrivata, seppur tardiva.
La Padania NON è fra le mie letture: mi dispiace deluderla. So di deluderla davvero, ma, creando nel suo schemino collaudato una nuova casellina atta all’uopo, potrà sempre collocarmi tra gli orchi pelosi NON leghisti.
Trovo l’elaborazione del mito celtico da parte leghista ridicolo, pretestuoso e antistorico almeno quanto trovo strumentale, tendenziosa e artefatta la lettura in chiave leghista di segmenti storici più recenti. La sua strumentalizzazione della storia antica, Galatea, non mi pare più corretta soltanto perché più pulita, ovvero non condita da turpiloquio o sottolineata da gesti triviali.
Galatea: “Il post era incentrato sulle comunità di Riva del Garda…”
Davvero?? Forse non si è accorta di essersi allargata per dimostrare una tesi preconcetta.
Nella citazione sotto non mette arbitrariamente a confronto celti cisalpini con celti transalpini? Non parla del ruolo dei romani nella Gallia Cisaplina? Con quale intento carica le tinte?
Galatea scripsit: “Seppure Celti di origine, i Celti veri che stavano al di là delle Alpi li guardavano come dei poveri barbari rozzi e primitivi, e gli avessero detto che erano dei miti a cui ispirarsi si sarebbero offesi. Era Roma che aveva dato loro sicurezza, stabilità, case comode in muratura al posto di capanne, collegi di naviculari in grado di solcare il lago e garantire collegamenti con il resto d’Europa, pace, prosperità, ricchezza.”
Ora, per dire che il mito celtico leghista è cretino, come è (almeno per come la vedo io), non basta dirlo? No, per Galatea i leghisti si colpiscono di sguincio attraverso l’avvilimento di quei celti cisalpini a cui essi grottescamente si rifanno. E poi accusa chi glielo fa notare di sguazzare nella crassa ignoranza leghista. Se il canto leghista è bieco, perché il controcanto di Galatea non lo è?
Galatea: “evidentemente non sia in grado di collocare cronologicamente e di comprendere neppure i testi che mette in link come pezze di appoggio, facendo un gran frullato di diversi secoli, e mischiando passi di Tacito e di Sallustio che parlano di tutt’altre situazioni, e quindi forniscono prove di quanto si sostiene quanto un un kiwi coltivato a Cesena può fornire prove di una presunta colonizzazione neozelandese in Italia.”
Rinfoderi la sua spocchia, Galatea: colloco cronologicamente tutti i riferimenti del mio precedente post.
Ma lei crede davvero di screditarmi imputandomi, di nuovo maliziosamente, un “frullato” soltanto perché nella conclusione del commento ho evocato qualche voce critica nei confronti dell’imperialismo romano? La maestra mi vuole assegnare un arco temporale definito entro il quale muovermi?
Sa probabilmente qualche lettura in comune lei ed io ce l’abbiamo. Sono ferrato di mio sulla lezioncina in cui arieggia di Iunones, adombra l’ospitalità del pantheon romano, divaga sulla strategia protezionistica a vantaggio delle élites locali, anche se lei preferisce accreditare l’equivoco di rivolgersi a un lettore della Padania formatosi su Asterix e denigrarmi in quanto tale.
“Come i Veneti qualche anno prima”
I veneti si coalizzarono con i romani, anche contro i celti, ne trassero vantaggi; non vi fu gioiosa consegna di un aggredito al suo aggressore; poi certamente, anche quando c’è stata un’aggressione violenta, nel tempo si ridefiniscono nuovi assetti che si lasciano interpretare, a posteriori, come progresso.
Galatea: “Ha ragione, Roma fu una cosa un po’ più complessa di quello che si pensa. Soprattutto, direi, di quello che pensa lei”
E che cosa lei pensa che io pensi, Galatea? Non ho alcuna tesi preconcetta da dimostrare, io. A me non piacciono le strumentalizzazioni, quale che sia il colore di chi le opera.
Siccome i pezzi museali antichi (anche quelli ancora affastellati nei lerci magazzini dei musei, non solo quelli esposti in bella mostra) io li studio davvero e per il loro valore culturale intrinseco, eloquente circa la complessità della storia, non certo per dimostrare qualsivoglia tesi ideologica, non mi raggiunge neppure l’eco lontana del becero scioglimento di SPQR e trovo abominevole l’appiattimento delle vicende antiche sulle miserie del presente sia che lo faccia barbablù sia che lo faccia in forma educata Galatea. Non sovrappongo alla Roma antica la Roma odierna. Che ci si possa accostare allo studio della storia antica in funzione leghista o anti-leghista lo considero segno dei tempi e me ne rammarico.
Certamente l’espansione romano-latina nell’Italia settentrionale adottò, oltre alla forza bruta, altre strategie, congeniali ai romani e già sperimentate nel resto della penisola. L’espansione avveniva per fasi successive attorno a un caposaldo di cittadini romani collegato alla rete stradale. Poi si sviluppava un’area di penetrazione agricola in cui si assegnavano terre con stanziamento di colonie latine o distribuzioni individuali; si creava una zona di trapianto demografico di coloni romani e italici. Per l’impossibilità di procedere a regolari occupazioni estensive, si adottò la soluzione di stabilire nei punti strategici nuclei difensivi che costituivano un potente fattore di romanizzazione di tutto il territorio circostante.
Certamente alla conquista militare si accompagnava la ricerca di un sodalizio con le aristocrazie locali che risparmiava molte grane ai romani.
Abbiamo imparato la stessa lezione (devo dire che a suo tempo mi è stata inculcata profondamente: risulta anche a me che i romani si avvalessero della collaborazione delle aristocrazie locali, di cui salvaguardavano lo status (non certo perché fossero benevoli benefattori), per mantenere il controllo delle province dell’impero, ove possibile (e non sempre lo era), in modo assai meno dispendioso e più efficace che con il pugno di ferro, ovvero con il mantenimento dell’occupazione militare. Furono abilissimi nel maneggiare questa strategia (riuscirono così togliersi le castagne del fuoco nei casi in cui funzionò), ma certamente non costruirono l’impero con la forza della persuasione e con le armi della diplomazia.
Galatea: “Nonostante la vulgata che tende a presentare i Romani come conquistatori militari,”
Ora che i romani abbiano conquistato manu militari sarebbe una “vulgata” destituita di fondamento perché (notare il nesso causa-effetto) si servivano delle aristocrazie locali? Forse la coincidenza delle nostre letture è parziale.
Galatea: “Prova ne è che la campagna di Cesare in Gallia partì proprio perché alcune tribù, in pratica, lo invitarono a portare ordine nella regione.”
Il riferimento offre lo spunto per confermare il gioco delle alleanze, quello che i romani abilmente, scaltramente e disinvoltamente manovrarono a proprio vantaggio; così Cesare trovò il pretesto di intraprendere la campagna che lo avrebbe condotto alla conquista della Gallia. Nel 125 a.C., invece, i Romani erano intervenuti in favore della loro colonia greca, loro alleata, di Marsiglia, che era stata attaccata da una coalizione di tribù celtiche. Da allora il processo di romanizzazione procedette speditamente nella Gallia Narbonese che si presentava come una testa di ponte verso la Gallia Comata su cui Cesare allungò mani romane. Certo gli Edui, forti del rapporto privilegiato con il popolo romano, chiesero l’aiuto di Cesare contro gli Elvezi in marcia verso il paese dei Santoni. Cesare accondiscese alla richiesta di aiuto allo scopo dichiarato di tutelare la Provincia dai “pericolosi” Elvezi. Erano davvero così pericoloso l’insediamento degli Elvezi nel paese dei Santoni? La Provincia confinava con altre popolazioni bellicose e ostili. Sotto un linguaggio pretestuoso affiora il vero obiettivo del generale romano: non la difesa della Provincia, ma la conquista della Gallia.
Antonia di Falco
30 settembre 2010 alle 18:23
Ma l’occupazione del territorio la si fa, ancora una volta , per motivi economici. Forse quando parliamo di popoli antichi dimentichiamo le usanze migratorie stagionali come le transumanze legate al bestiame. Di conseguenza persino il clima diventa rilevante: i padani non transumavano per esempio , perche’ la pianura assicura una certa quantita’ di risorse mentre al sud si fa la transumanza. Nel nord europa la stagionalita’ delle migrazioni era dovuta alla durezza dell’inverno, come sulle Higland, dove e’ diffuso l’allevamento delle pecore. C’e’ un libro della Oxford Press che si intitola “Celtic Frost, impacts of weather in north-scotland welfare” che spiega come la stessa occupazione del territorio possa cambiare nelle modalita’. Alla fine, dunque, i padani sopravvalutano il territorio perche’ non migrano. Tornando al paragone con le Higlands, la Prof N. Jansen (autrice dello studio) racconta di come l’urbanizzazione variasse a seconda delle stagioni, del numero di pecore, eccetera.Insomma i celti calavano a valle come nomadi cosa che non facevano nel nord italia.In un certo senso la pecora era il legame tra gli Highlanders e la terra, e l’abbondanza di erba era cio’ che li muoveva. Con erba abbondante le pecore sono felici e il popolo non diventa gitano.
Antonia di Falco
30 settembre 2010 alle 18:26
Scusate stavo rispondendo a Beaten Track (ma perche’ non usate nomi italiani? )
Pino69
30 settembre 2010 alle 18:34
@Antonia di Falco
“Brasilian Sepultura: arise of the cult of the deads and roots”
Antonia, grazie del suggerimento.Per restare in tema di Sudamerica, anzi Mesoamerica, hai letto “Fuoco Rapido” di Rob Halford?
E’ una disamina bellissima ed estremamente accurata delle tecniche maya di bruciare vaste porzioni di giungla per estendere le coltivazioni. Tecnica che a causa della scarsa fertilita’ del terreno della giungla, richiedeva un ciclo incessante di altri roghi. Questo alla fine contribui’ alla scomparsa dei maya.
C’e’ anche un libro molto bello di Klaus Meine “Dove scorre il fiume” sull’argomento.
Pino69
ilmondodigalatea
30 settembre 2010 alle 18:34
Ora che i fake di topigonzi in vacanza hanno sfogato le varie supercazzole prematurate, però heideggeriane, (sì, vi avevo sgamato subito, ragazzi, non siete così furbi come credete) e ci siamo sorbiti la consueta lezioncina di Alice, nonché la risposta di Carlo Brenno, che ha sfogato le sue velleità da storico senza preconcetti che combatte contro un mondo cattivo, direi che il circo dei commenti può considerarsi concluso. Suvvia, ragazzi, tutti a cena, che almeno a bocca piena vi risparmiate di dire qualche scemenza.
Manola
30 settembre 2010 alle 18:39
@ Beaten Track – Quanto da te affermato non è corretto, non del tutto, dico. Confondi l’opera di Deleuze e Guattari con lo studio di Franz Klimmer “Hundert Stockwerke” che, pur essendo una pietra miliare della storia del nomadismo indoeuropeo, non è ancora disponibile in Italiano se non a frammenti in trattati quale quello da te citato di Deleuze e Guttari, appunto. Tra l’altro vi è un capitolo, in “Hundert Stockwerke”, ove si traccia un paralellismo, a tratti sincretico, tra il movimento migrante celtico e quello Rom che, come si sa, ha avuto origine India a causa dei forti dissapori con i vari ceppi che componevano (e compongono) la popolazione indigena locale; dissapori che, a ben vedere – e come ha sottolineato Klimmer – erano ben radicati e traevano spunto da motivazioni prettamente “folkloristico-culturali”, per così dire. In poche parole: futili motivi.
Beaten Track
30 settembre 2010 alle 18:42
Antonia, in fondo, “cos’è un nome?”
Comunque non stavo mettendo in dubbio le motivazioni economiche dietro il passaggio da una cultura nomade ad una sedentaria. Piuttosto, visto che siamo in ambito di citazioni, facevo riferimento ad un libro che avevo letto tempo fa durante un soggiorno all’estero. Il titolo era, più o meno: “To tame a land: rise and fall of nomadism in the Arab Culture” della prof. G. Michaels. In pratica, il libro trattava il mutamento della forma mentis di un popolo nel passaggio da una cultura nomade ad una stanziale, e lo descriveva come una sorta di sconvolgimento estremamente profondo, una sorta di terremoto a livello archetipico.
Ed è questo che trovo bizzarramente interessante: che un popolo che non è mai stato nomade si ritrovi ad inventarsi un passato “padano” inesistente come farebbe una popolazione nomade (proprio come quei nomadi che tanto li infastidiscono).
Pino69
30 settembre 2010 alle 18:48
Scusa Galatea: a me pare che a parte gli occasionali cretini- che ci sono sempre – ci siano anche persone serie e commenti interessanti.
Ti dispiacerebbe non fare di tutta l’erba un fascio?
Cinghiale Bianco
30 settembre 2010 alle 18:51
No, scusa, Galatea. Vuoi dire che sono tutti commenti finti e che ho passato del tempo a cercare di capire qualcosa senza motivo? x-(
Scusa ma allora perché li hai pubblicati?
Bah… delusione…
ilmondodigalatea
30 settembre 2010 alle 19:42
@Cinghiale Bianco:No, cinghiale bianco, purtroppo alcuni non erano falsi. Era proprio scritti con convizione (forse per questo sono ancora più preoccupanti, ora che ci penso…)

—-

Eh, si: quando c’e’ la convinzione….

e se vuoi, ti facciamo un sunto. 😉

Uriel

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