L’ossessione del compito in classe.

Mentre sto curando ARI e II (che presto diventeranno come CIBO, avendo esaurito a loro volta il ciclo commerciale)(1), arriva alla mia attenzione un esempio di fallimento editoriale italiano, ovvero di una casa che sta spiegando come e perche’ NON faccia il proprio lavoro e preferisca comportarsi come se correggesse un compito in classe. Mi riferisco [a questo articolo qui].

 Di quel patetico articolo da maestrine si possono dire molte cose. E le diro’ tutte, perche’ capita raramente che in un solo articolo si condensi la “summa ideologica” che e’ alla base di tutto il  fallimento dell’editoria italiana .
Per prima cosa, il titolo esprime  il fatto che la casa editrice non abbia capito bene quale sia la propria “missione”: si tratta di un’azienda i cui ricavi si basano sul numero di copie vendute.(2) Questo significa che in sostanza quello che la casa deve fare non e’ “vediamo se per caso ci capita un bel libro tra quelli sottoposti”, ma “dobbiamo pubblicare per avere un bilancio positivo”. Ma non e’ quello che fanno.
Quello che fanno e’  l’analogo di un allevatore che entrasse nella sua stalla dicendo “vediamo se oggi c’e’ del latte decente. Se no, ciccia. Dopotutto, qualcun altro sfamera’ la mia famiglia, io allevo mucche per puro hobby“. In realta’ le cose non stanno proprio cosi’, e il nostro allevatore DEVE produrre latte in quantita’ ogni giorno, al preciso scopo di mangiare ogni giorno e di vivere ogni giorno.
Questo e’ quello che fanno le case editrici straniere: di fronte ad un testo con difetti, spesso l’agente dello scrittore e la casa stessa dicono all’autore  “cambia questo, quello e quell’altro“. Qual’e’ il punto? Il punto e’ che l’obiettivo e’ PUBBLICARE, e non “vedere se si pubblica“. E l’obiettivo delle case edistrici e’ pubblicare perche’ solo pubblicando si fanno i soldi. Siccome i soldi servono ogni giorno, quando possibile bisogna pubblicare, e se manca qualcosa nel racconto si corregge quel che e’ sbagliato e si MANDA AVANTI il processo produttivo.
Queste case editrici italiane, vivendo di posizioni di rendita e non di mercato, possono permettersi (3) di avere un atteggiamento simile: “vediamo se oggi abbiamo qualcosa di interessante”. Che, in qualsiasi settore produttivo, equivale a dire “vediamo se oggi si fattura”. Aha. Peccato che nessun CDA serio permetterebbe un atteggiamento simile.
Il motivo di questo modo di agire e’ ideologico ed e’ insito nel mondo della cultura umanistica italiana, mondo del quale parlero’ meglio sotto. Se esaminiamo quanto scrive nell’articolo questa casa, ci troviamo la summa della “critica letteraria” del nostro paese, ovvero “come si corregge un compito in classe“.
La prima lamentela, “non leggete abbastanza”, mi ricorda molto il ginnasio. Immaginiamo un’azienda che sopravviva – anziche’ per la qualita’ del prodotto – solo se i suoi fornitori mangiano fragole ogni venerdi’. E’ una politica sensata? No, non lo e’: quello che conta e’ il prodotto ricevuto.  In realta’ e’ vero che per scrivere molto bisogna leggere molto, ma l’articolo non diceva “come diventare buoni scrittori”, diceva “come non farsi rifiutare blablabla”. Parliamo di due cose molto differenti: o siamo fuori tema (e gia’ in un buon  ginnasio la cosa non passerebbe inosservata, se non oggi almeno 30 anni fa) oppure alla casa editrice interessa davvero quanto gli scrittori leggano e non il libro che scrivono. Hanno, cioe’, la forma mentis della professoressa delle scuole medie.(come spieghero’ in seguito, non e’ un caso).

Si tratta di un consiglio-prezzemolo, che non guasta mai e permette di spararsi qualche posa. Anche il mio bot fa cose simili quando non sa cosa dire, e questo fa capire quanto intelligente sia il consiglio. Potrei scrivere un bot che fa la casa editrice, forse?

Il secondo punto, quello sulla presunzione, mostra che la casa non sa proprio cosa sia la presunzione. Produrre la stessa merda che fanno tutti non e’ presunzione come sostengono : al contrario  e’ mancanza di fiducia in se’ stessi. La presunzione, semmai, sta nell’atto creativo, e bla bla bla Prometeo e bla bla bla, non certo nel rimanere chiusi dentro un genere. Per questa casa editrice, invece, la presunzione consiste nel rimanere chiusi in un genere, perche’ sembrano pensare che rimanere rinchiusi in un genere implichi e richieda la sfida agli dei del genere: il romanzo e’ Manzoni, Manzoni e’ il romanzo, come osi tu che non sei Manzoni?

Una esaltante chiarezza di pensiero: chi pensa di inventare qualcosa di assolutamente nuovo e inaudito sarebbe  modesto perche’ non sfida i mostri sacri, chi rimane fedele ad un canone invece e’ presuntuoso perche’ osa paragonarsi ai mostri sacri. Classico atteggiamento da cattedratici : “hai scritto un romanzo storico? Come osi paragonarsi a Manzoni?” O se preferite, un atteggiamento islamico: “hai plasmato una statua antropomorfa dalla creta? Come osi crederti simile ad Allah?”

Qui fa capolino la mentalita’ del mondo umanistico italiano: chi studia materie umanistiche ha come obiettivo, sogno e piano quello di “fare un concorso e andare ad insegnare”. Tutte le contumelie sullo stato della ricerca in italia non vengono da gente che non puo’ fare ricerca, ma da gente che non riesce a “fare il concorso per avere un posto e insegnare”. La scuola li ha educati per questo: andare ad insegnare. E questo abbiamo ottenuto: insegnanti che non sono riusciti ad avere un posto fisso nella scuola e hanno trovato lavoro nell’editoria.
Ovviamente, se abbiamo prodotto una professoressa per la scuola media o superiore, il massimo che sa fare e’ di correggere il compito in classe mensile. Questo implica che il rimbrotto piu’ frequente e’ quello che un tempo si esprimeva cosi’ : devi dirlo con parole tue, perche’ non sei Manzoni e quindi non puoi usare le sue. Ecco, in quella pagine  vi stanno solo dicendo “usate le parole vostre perche’ non siete Manzoni” con un bel giro di parole per spararsi qualche posa.
La mia impressione viene rinforzata dalla contumelia successiva: “le cose imparate a scuola servono solo in parte“. Una generazione di impiegati statali col culo avvitato alla sedia di qualche cattedra ha avuto il problema di giustificare la propria inutile presenza. Cosi’ e’ nata la mentalita’ secondo la quale esisterebbe la ricerca “pura” , ed esisterebbe una cultura “per l’uomo”, ovvero una cultura che non deve produrre nessun vantaggio se non quello di “arricchire la persona”, qualsiasi cosa questo significhi. Di certo, non deve servire a nulla.
Faccio notare che lo sproloquio si contraddice immediatamente: inizia titolando che le cose imparate a scuola servono solo in parte, e finisce lamentando che i ventenni sembrano privi delle basi che dovrebbero invece avere ricevuto a scuola. Insomma, il bagaglio scolastico serve solo in parte o e’ assolutamente indispensabile? Tertium non datur. Ovviamente, la frase poteva essere scritta meglio dicendo che il bagaglio scolastico e’ necessario ma non sufficiente, ma qui andiamo nel campo della logica. E si sa, la logica e’ faticosa, quindi l’aspirante professore di scuole medie che oggi lavora per una casa editrice -ripiego per un calo di fondi nella scuola pubblica – non aveva certo voglia di far fatica. Cosi’, vi si informa che quanto avete studiato a scuola serve “solo in parte”, ma il dramma e’ che per uno scrittore quanto studiato a scuola e’ un requisito indispensabile, cioe’ serve in tutto e per tutto. Serve solo in parte o sempre e  comunque? Entrambe le cose. Immagino  siano le stesse persone che poi si lamentano se le trame non sono coerenti…..
Ma andiamo avanti con le banalita’.
Gli errori di sintassi possono condannare a morte un racconto. No. Gli errori di sintassi possono condannare a morte un compito in classe, questo e’ vero. Poiche’ correggere gli errori di sintassi e’ un lavoro che richiede poche ore, e il ritorno finanziario di un libro e’ molto superiore al costo di una persona per poche ore, e’ evidente che questo NON possa fermare la pubblicazione di un libro. Certo, se il libro e’ incomprensibile non ha alcuna speranza, ma anche se cade un asteroide sulla terra non c’e’ alcuna speranza: “non fate cadere asteroidi sulla terra” e’ quindi un consiglio agli scrittori?

Dov’e’ l’informazione? E specialmente, l’autore padronegga la propria lingua o padroneggia le relative regole? E’ abbastanza importante, perche’ i futuristi padroneggiavano benissimo la lingua, ma intendevano violarne le regole. In quell’articolo vedo le tre Divinita’ dell’Editoria Italiana – Approssimazione, Dilettantismo ed Improvvisazione –  e come se non bastasse tutto questo arriva da un discorso che vorrebbe essere ex cathedra. A me sembra semplicemente la prosopopea classica dell’italiano che ha un piccolo potere sugli altri, come capita alle case editrici che leggono bozze. Prosopopea ben rappresentata dalla foto all’inizio dell’articolo, si direbbe.

Lo sproloquio sul “bilanciamento importante” potrebbe rappresentare una pietra miliare dell’incompetenza. E’ chiaro che chi scrive cose simili e’ stato programmato a correggere compiti in classe.  Kafka era bilanciato? Manzoni era bilanciato nel senso “spiegato” nel post? Ah, certo, noi non possiamo osare paragoni simili, perche’ l’autore emergente e’ SOLO un autore emergente. Del resto chi insegna gli autori  classici non se li trova mai come emergenti, bensi’ immanenti quando non incombenti , per cui esiste l’olimpo di quelli che devono osare e quello di coloro che non devono osare. Definire “bilanciato” Umberto Eco , per dire, significa avere un’idea stravagante di bilanciamento, e dire che la Rowling non insista nell’introspezione o nei particolari inutili e’ da idioti. Potrei citare Heinlein , soltanto Straniero in terra Straniera o Fanteria dello Spazio , per stroncare brutalmente una simile idea di “bilanciamento” e mostrare come il bilanciamento sia una minchiata catastrofica. Non e’ una minchiata, invece, se scrivete un compito in classe: l’esigenza di densita’ e’ tale che nessuna riga puo’ essere inefficace.
In realta’, ogni riga puo’ anche essere incompleta: chi ha letto Cibo mi dice che una volta attaccato non  riesce piu’ a staccarsene fino alla fine. Questo non e’ dovuto al “ritmo”, che in realta’ non e’ cosi’ alto come si direbbe, ma al fatto che le caratterizzazioni sono sempre parzialmente mancanti ma tutto fa pensare che si capira’ di piu’ in seguito: da qui la “sete” di proseguire il libro, che non e’ dovuta ad “arte” ma solo ad un espediente tecnico. Del resto, i libri “densi” sono quelli che stanno sugli scaffali con un bel segnalibri: e il segnalibri e’ sempre a meta’ del libro. Non si va mai avanti: siamo sazi a meta’ del pranzo, a meno che il pranzo non sia davvero inconsistente.
“A morte i puntini di sospensione”. Questa e’ ridicola. Ormai da decenni esistono i cosiddetti “computer” , ed esistono per fare i lavori piu’ noiosi. Del resto, criticare la punteggiatura e’ assurdo: Nietzsche – che usava molto le parentetiche – fatte col segno meno – non dimentichiamolo – perche’ e’ importante! – non avrebbe avuto alcuna possibilita’ – non con loro perlomeno! – di pubblicare Cosi’ Parlo’ Zarathustra. (4)
 Ma adesso andiamo al dunque: supponiamo che un libro abbia una punteggiatura sbagliata. Supponiamo pero’ che sia valido ed abbia i numeri per essere un buon libro, e poi fornire discrete vendite. La nostra casa editrice rinuncia a 10/20.000 euro…. perche’ non spende 300 euro in tempo-uomo allo scopo di correggere la punteggiatura?(5)  
Qui e’ il punto: la casa editrice si propone, a quanto pare, di essere un “filtro”, e di non fare niente , neanche cose che di per se’ richiederebbero poche ore uomo, allo scopo di raggiungere un obiettivo, che e’ quello di pubblicare.

Pura posizione di rendita.
In realta’ l’ostacolo e’ evidente: per prendere un libro, correggere la punteggiatura e pubblicarlo occorre pensare che – nonostante la punteggiatura  – il testo sia valido. Ma chi ha ricevuto una formazione umanistica in italia, ovvero una mera preparazione al concorso per un posto fisso nella scuola italiana, non e’ capace di valutare se un testo letterario sia valido o meno: al massimo arriva a correggere un compito in classe, il che e’ stato lo scopo iniziale e globale della sua formazione.
“Stiamo molto attenti ai nomi delle ambientazioni” suona bene. E’ un consiglio che possiamo dare a chiunque, come che ne so “cura la tua salute”, o “non mungere mai il toro, con quella roba bianca non ci fai nessun formaggio”. Il problema inizua quando chi scrive si sforza di “dirlo con parole sue”, e di tutti gli esempi che fa non se ne vede UNO che sia azzeccato. Si parte dicendo che non si capisce come sia possibile che gli alieni abbiano nomi in latino quando sono alieni. Il che, se qualcuno conoscesse dei nomi alieni, potrebbe anche andare. Del resto, il klingon e’ una lingua artificiale basata su un dialetto tibetano. Perche’ mai nella nebulosa di Antares dovrebbero parlare il dialetto tibetano di sotto? Ammesso che parlino, si intende, perche’ (deformazione professionale)  riesco ad immaginare molti modi piu’ efficaci di comunicare.(6) E’ ovvio che in mancanza di alieni veri si dovra’ astrarre il concetto di “alieno” e usare iati , dittonghi e compagnia bella i quali  siano molto inconsueti. Molto inconsueto e’ una buona approssimazione di “alieno”.  Il che rende facile accettare lingue aliene come questa: “W wyjeździe do Niemiec nie uczestniczył żaden przedstawiciel naszego klubu, który jest największy w “
Che sarebbe perfettamente plausibile come lingua aliena, se non fosse polacco. 

Cosi’ la nostra casa editrice ci informa che “Tormus” non sarebbe un buon nome per un alieno, in quanto gli alieni non hanno nomi latini. Aha. Lo sarebbe, probabilmente, “Yjeździe”  sebbene ad un polacco la parola NON suoni affatto aliena. Sicuramente gli alieni cibernetici appaiono credibili se si chiamano “Borg”. In ogni posto tranne che in scandinavia.
L’altro esempio e’ ancora piu’ penoso: se scegliamo una storia ambientata in Giappone perche’ i protagonisti dovrebbero avere nomi americani? E’ vero. Del resto, in tutti i manga giapponesi i protagonisti sono rigorosamente ritratti coi capelli neri, perche’ cosi’ e’ in Giappone, e notoriamente nel manga tutti i protagonisti hanno piccoli occhi a mandorla, rigorosamente marroni o neri, come e’ in giappone. Fisicamente, poi, sono sempre normotipi e mai brachitipi o longotipi, per rispettare l’aspetto reale dei giapponesi.
Una classica studentessa di liceo giapponese si allena per un torneo tra scuole superiori.
Notare i capelli biondi tipici dei giapponesi, gli occhi  dal taglio orientale , la corporatura nipponica.
Ovviamente, NON ha un nome americano. Il che ci conforta, almeno sul piano filologico.
I nomi, poi, non devono affatto indicare i caratteri dei personaggi. In fondo, Mefisto ci sembra rassicurante e non ci sembra proprio che abbiamo qualcosa da temere da uno cosi’, Capitan America ci sembra perfetto per un signore di Barletta e Wonder Woman e’ evidentemente la moglie di Kafka quando esce dal sifone del lavandino. Chi l’avrebbe mai detto che Joker sarebbe stato cosi’ burlone? I nomi dei personaggi non tradiscono mai il carattere : il tenente Checkov era notoriamente greco, e sull’ Enterprise si occupava di cucina francese, mica di armi. Sia mai che per il pubblico americano degli anni ’60 i russi avessero qualcosa a che vedere con Checkov o facessero qualcosa di relativo alla guerra. Del resto, se uno scienziato ha un accento tedesco e un nome che finisce per -stein, nessuno immaginerebbe che impazzira’. O, come dice il mio bot “hai tette enormi e un nome pieno di vocali?“(7).
Andiamo avanti.
“Niente scrittura sperimentale, grazie.” Non si capisce bene se questo rappresenti un limite degli scrittori o della casa editrice. La mia personale sensazione e’ “la seconda che hai detto”. Faccio notare comunque la coerenza: prima danno del presuntuoso a chiunque si attenga ai canoni del genere, perche’ osa sfidare i mostri sacri. Poi ci spiegano che non vogliono  “costruzioni improbabili o inedite, cerchiamo di non narrare di associazioni sensoriali impossibili.” 
VA bene, ma c’e’ un problema: Kolin Kapp, in “gli orrori del transfinito” narra di un protagonista (Ivan Dalroi) che finisce in un piano energetico a ventiquattro dimensioni e ivi deve combattere coi suoi nemici una battaglia nella quale i colpi arrivano “da direzioni impossibili”. E’ vero che Manzoni non avrebbe mai scritto una cosa simile, ma e’ anche vero che parliamo di fantascienza. Probabilmente gustare un piatto tipico di Orione produrra’ “associazioni sensoriali impossibili”, specialmente oltre i 70.000 K. Stiamo parlando di fantascienza, fantasy, o cosa? Avete mai sodomizzato un elfo? Ecco, quello vi dara’ “associazioni sensoriali impossibili”. Ma se nel vostro libro qualcuno sodomizza un elfo, non puo’ dire che sia stato come sodomizzare Sarah Jay o una Rosy Bindi qualsiasi.
Un simile rimbrotto me lo aspetto in molti generi, primo tra tutti quello dei romanzi rosa. Ma in un genere come la fantascienza, l’impossibile, l’improbabile, l’inedito e  il “challenging of assumptions” sono quasi obbligatori. A meno che non ci riferiamo a “Star Wars”, che e’ un romanzetto di Salgari rifatto su scala galattica.
Tutto quello che “altrisogni” dice, insomma, e’ semplicemente la misura di quanto la casa editrice NON e’ disposta a fare qualora incontri un’opera valida ma bisognosa di qualche aggiustamento. Quello che fanno e’ avvisarvi che siete tutti precari, che hanno la coda di autori  fuori dalla porta e che quindi ogni volta che notano un qualsiasi errore  si limitano a scrivere “4– , il ragazzo non si impegna” sul compito in classe , e a bocciare l’autore.
Questo non e’ strano, ed e’ il prodotto di una certa impostazione che si e’ data al mondo della cultura umanistica italiana. Non si voleva, ne’ si e’ mai voluto, che la scuola italiana del dopoguerra producesse autori o letterati, ovvero persone capaci di produrre contenuti.
Cosi’ si e’ scelto di assecondare le aspirazioni di coloro che si dedicavano a studi umanistici. Tali aspirazioni si possono esprimere cosi’: “finita la scuola faccio un concorso e vado ad insegnare, voglio un posto fisso senza problemi, cosi’ mi sistemo“.
Poiche’ questa era la misura dell’efficacia di tali scuole, le scuole umanistiche si sono specializzate nel diventare lunghissimi corsi di preparazione al concorso per un posto da insegnante. Di conseguenza, tutto cio’ che insegnano e’ come si fa l’insegnante, e tutto cio’ che sanno dare agli studenti e’ una preparazione tecnica su come si corregga un compito in classe. Ed e’ esattamente il modo col quale “altrisogni” mostra di leggere le bozze che riceve: con l’intento di correggere un compito in classe.
Il compito in classe non deve mai diventare un prodotto ne’ produrre un qualsiasi ritorno. L’unico scopo dell’insegnante e’ quello di decidere se risponda ad alcuni criteri molto forfettari e specialmente standardizzati (in fondo dalla scuola ci aspettiamo un giudizio equo) , punto. L’insegnante non ha il compito ne’ il dovere di fare del compito in classe un’opera godibile, dal momento che il compito in classe e’ una prova di competenza e non qualcosa che dovrebbe produrre valore.
Questo, sia chiaro, non e’ solo un problema legato alla letteratura: in Italia tutto il mondo delle materie umanistiche si e’ deformato per soddisfare le aspettative (piuttosto modeste) degli studenti. Le arti grafiche sono ormai scuole per pubblicitari che andranno a fare le locandine della pizzeria Da Pino, che poi vi troverete puntualmente nella buchetta della posta.  Le accademie delle Belle Arti sono covi di restauratori e di estimatori, intesi come coloro che fanno estimo delle opere per dirvi se avete preso una cantonata o se siano un buon investimento e si rivaluteranno nel tempo. Perche’ si sa, oggi si investe anche in arte: da sogno a reality.
I conservatori italiani sono specializzati nel produrre tecnici del suono, liutai d’alto bordo e pinguini che suoneranno per 300 persone e non scriveranno mai un’opera che non sia un jingle pubblicitario. Le scuole di canto italiane sono , parafrasando  Wagner , delle “umpa-pa muzikhaus”: niente che un gruppo rock non possa fare anche meglio di loro:

Da questa sconfinata distesa di miseria intellettuale nasce una classe di umanisti che non produrranno mai niente. Non produrranno mai niente perche’ le scuole umanistiche non preparano gente che produrra’ cultura, ma gente che al massimo potra’ criticarla, o se preferite gente che potra’ correggere dei compiti in classe, quale e’ il sogno di tutti coloro che fanno una scuola umanistica: “poi faccio il concorso e vado a insegnare“.
Sia chiaro: e’  plausibile che gli autori siano privi, nella media, degli strumenti scolastici che servirebbero: questo e’ dovuto al fatto che quasi tutti coloro che si cimentano nella scrittura NON vengono da scuole umanistiche, ma da scuole tecniche. Quelli che escono da scuole umanistiche i libri non li scrivono: li correggono. Correggere compiti in classe era la loro aspirazione sin dal primo giorno di scuola, e tanto hanno ottenuto. 
Questo rientra perfettamente nel fallimento del mondo umanistico moderno, ovvero di un mondo fatto da umanisti che conoscono il passato, leggono i libri con la penna rossa in mano e del libro sono disposti a ricordare al massimo la punteggiatura, l’ambientazione o i nomi dei personaggi. Io me li immagino, questi signori, quando parlano di libri:
  • Fifi, hai visto che punteggiatura ha quel “Tramonto del Biancospino”?
  • Oh, era fantastica. Lo studente si e’ applicato: non hai notato i nomi del personaggi?
  • E’ vero: Biancaneve e’ il nome perfetto per quello stupratore cannibale zulu, non ne tradisce il carattere.
  • Sublime: e hai visto quanti libri legge l’autore?
  • Oh, per non parlare del bilanciamento: quanto e’ bilanciato questo libro, dice le stesse cose dall’inizio alla fine.
  • E’ verissimo. E poi, che dire di quella cosa cosi’ cyberpunk, quel “cat /dev/random” che c’e’ nella prefazione?

 

In passato, avrei detto che ce ne sarebbero le palle piene di tutte queste signore Rottermayer che infestano l’editoria italiana. Oggi, lo dico ancora. E probabilmente continuero’. Dopotutto si tratta di aziende: le aziende non si limitano a prendere la materia prima e rivenderla grezza, ma spesso la lavorano anche. Questo concetto e’ impossibile da comprendere per chi ha una formazione umanistica in Italia, per una semplice ragione: sono stati programmati per diventare insegnanti. L’unica routine che il loro cervello possa concepire nel leggere un libro e’ “correggiamo un compito in classe”.
Ed e’ quello che fanno.
Come dimostra lo sproloquio pretenzioso di “altrisogni”: ogni punto e’ un consiglio buono per ogni stagione, nulla di che, ma quando si sforzano di “dirlo con parole loro” tradiscono semplicemente un concetto. Concetto che e’:
Noi siamo professori di scuola media che correggono compiti in classe.Volevamo fare un concorso e andare ad insegnare, ma poi ci hanno tagliato i fondi alla scuola e adesso lavoriamo per una casa editrice. Tutto quello che sappiamo fare e’ correggere un compito in classe , ed e’ quello che faremo. Tanto, abbiamo la coda di aspiranti scrittori fuori dalla porta, qualcosa di passabile troveremo comunque.
Il che spiega come mai sempre piu’ persone scelgano di autopubblicarsi. Cibo, alla fine del suo ciclo commerciale, e’ stato scaricato circa 400 volte. (stando ai numeri di Ebookingdom).  Prima ha venduto circa 700 copie. Altri Robot I si e’ fermato attorno alle 1000, e Altri RObot II viaggia attorno alle 700.(sono libri molto piu’ vecchi).
C’e’ chi mi dice che per la fantascienza questi numeri siano carini. Puo’ darsi. E mi consigliano poi di rivolgermi ad una casa editrice. Cosa che NON faro’, e non faro’ proprio perche’ leggo cose come quella.
Mettiamola cosi: alle superiori avevo una prof di lettere che era piu’ o meno la Rottermayer della situazione. Chiamiamola pure Rottermayer. Un giorno comparve sul muro della scuola una scritta in dialetto ferrarese che diceva “Alla Rottermayer l’ag pias negar, dur e biscuta’(8)” .  Significa circa “Alla Rottermayer [il cazzo] piace negro, duro e biscottato(8)”.
Ecco, il mio problema sarebbe quello di dire qualcosa di diverso qualora una rottermayer del genere se ne uscisse con la penna rossa perche’ ho usato dei puntini di sospensione. Probabilmente direi qualcosa come:

SUCCHIA QUI, E SAZIATI DI ANTICRISTO!

Il che di solito non e’ propizio per l’avvio di una relazione di lavoro, is not?
Uriel
(1) A dire il vero no: da quando Cibo e’ gratuito in forma di e-book, c’e’ un picco di vendite del cartaceo. Evidentemente la trama fa venir voglia di tagliare alberi.
(2) In realta’ avere una casa editrice in Italia e’ una posizione di rendita, ed e’ questo che permette alle case editrici di darsi a politiche cosi’ antieconomiche.
(3) Ovviamente non e’ il caso della casa editrice di cui parlo, ma moltissime case editrici fanno semplice riciclaggio di denaro sporco. Altre fanno “vanity publishing”, o sono collegate ad altre case che lo fanno: una piccola catena di case riconducibili sempre agli stessi proprietari, delle quali una fa vanity publishing, un’altra riceve dei soldi da un amico e  ne restituisce la meta’ (ma va bene lo stesso) , e quella “di facciata” invece fa libri “belli”. Con tirature che non bastano a mantenere l’infrastruttura: ma l’infrastruttura la mantengono le “case editrici collaterali” intestate a mogli, amanti , soci e  parenti dell’ “editore”.
(4) Bisogna aver letto il re dei nichilisti  per capire questo periodo.
(5)Ovvove, ovvove, ho usato i puntini di sospensione! e ne ho messi QUATTRO! Che “gli Dei dell’ Editoria” – Stronzurno, Puzzasottilanashandra , Redpencil e Zlatnimagarach , immagino – mi maledicano!
(6) Emettere onde radio non e’ cosi’ difficile ed esistono esseri viventi che manipolano campi elettrici. Ricevere onde radio, poi, e’ semplicissimo. Sulla terra e’ stata fatta una scelta stravagante  – quella di usare il suono – ma non e’ detto che debba essere la stessa su ogni pianeta. Dopotutto, due o tre watt spesi a gridare mi fanno sentire nel raggio di qualche decina di metri, due o tre watt spesi in onde radio mi fanno sentire dall’altra parte del pianeta, potenzialmente.
(7)Si, brutti negri, e’ una citazione di Heinlein. Da vecchio saro’ come Jubal Harshaw.
(8) “Biscottato” non ha un significato itifallico in se’ perche’ significa qualcosa come “croccante”, ma rappresenta una GENIALE sintesi espressiva che evoca qualcosa di duro e saporito che  quotidianamente si mette in bocca con piacere. Chi ha scritto quell’insulto era probabilmente un genio della letteratura ante litteram.
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