In e de.

Una persona mi ha chiesto riguardo ai meccanismi di deflazione ed inflazione e l’impatto sull’economia. Il problema e’ che non esite “una economia” , esiste quella italiana, e non e’ nemmeno omogenea di suo, per cui bisognerebbe dire di QUALE economia. L’economia italiana, per esempio, ha comportamenti molto specifici riguardo ai due fenomeni.

La storia dell’economia italiana, credo sin dai tempi di Roma, si basa sulla dialettica  di due enormi masse finanziarie: quella che potremmo definire “massa di rendita”, e quella che potremmo definire “massa investita”.
La “massa di rendita” e’ una massa di denaro (o di risorse quantificabili in denaro) che viene investita con un preciso contratto: quello di non richiedere altri investimenti per rendere nel futuro. Una posizione di rendita, cioe’ l’attivita’ economica che deriva da un investimento del genere, e’ una posizione economica che non richiede ulteriori investimenti per continuare a dare un reddito costante.
Prendiamo per esempio l’ italia come e’ arrivata agli anni ’70: il mondo delle licenze era cosi’ immobile che dopo aver costruito un negozio, era impossibile piazzarne uno concorrente . Inoltre, la mobilita’ delle informazioni era cosi’ bassa e non c’erano gli ipermercati. In quel mondo, aprire un negozio non richiedeva piu’ nessun altro investimento per decine e decine di anni, spesso per generazioni.
Aprire un negozio quindi era una classica attivita’ di rendita: una volta “avviato”, il negozio continuava senza necessitare di altri investimenti, di ingrandimenti, di nulla. Era li’, in quel punto del paese c’era il negozio, e poiche’ c’era solo lui in zona, aveva un bacino assicurato.
Un altro esempio da manuale di posizioni di rendita era il latifondo agricolo. Si trattava di una enorme proprieta’ , nelle mani di una singola famiglia. Essendo tutto il territorio diviso cosi’, non c’era spazio per piccoli condadini, visto che le proprieta’ erano tutte in mano a pochi.
Questi pochi avevano bisogno di X per vivere bene, ma se dividevate X su tutta la terra che possedevano, bastava loro riscuotere qualche soldo a chi ci faceva legna , ci pascolava e fare qualche coltivazione a bassa resa per avere da vivere. Il problema e’ che tutti gli altri contadini, che potevano solo fare i braccianti per questa famiglia, lavorando a bassa resa non potevano venir pagati, e questo produceva una miseria generalizzata (tranne che nei proprietari).
Anche questo e’ un classico esempio di investimento di rendita.
L’altra meta’ del cielo italiano e’ quella degli investimenti produttivi. Si tratta di attivita’ nascenti o volventi, che necessitano di continui ammodernamenti per continuare a rendere. Le industrie, per esempio, POSSONO essere (in regime di concorrenza) degli investimenti del genere. Anche le PMI, o i locali da ballo che devono seguire le mode, eccetera.
Esiste anche un riscontro sociale della cosa: poiche’ le attivita’ di rendita si accumulano nel tempo e si moltiplicano (il latifondista usa i soldi per comprare altre terre, il negoziante monopolista prende il controllo dei fornitori, etc etc) , il potere di rendita e’ un potere tipicamente gerontocratico. Quando l’economia sposta il baricentro verso la rendita, la societa’ assegna il potere ai vecchi.
Quando invece gli investimenti vanno verso le attivita’ ad alta innovazione, il potere va verso i giovani, perche’ hanno le forze e le idee nuove, nonche’ l’entusiasmo verso le idee nuove.Quando gli investimenti si spostano verso le attivita’ di questo tipo, la societa’ appoggia il potere sui giovani.
Adesso facciamo due esempi estremi e confrontiamo una situazione di estrema rendita “tengo i soldi sotto il cuscino”, e una di estremo investimento, tipicamente una startup basata su un’idea convincente.
In caso di deflazione, quello che succede e’ che l’azienda perde resa. O (come suggeriva un fesso fanatico dell’economia austriaca(1) ) vivono consumando gli accantonamenti (se ne hanno ) oppure vedono abbassare il proprio margine di contribuzione.
Ma sempre in caso di deflazione, chi tiene il denaro sotto il cuscino ci ha guadagnato, senza costi e senza rischi.
Allora, la massa finanziaria dove si spostera’? E’ ovvio: siccome tenere il denaro sotto il cuscino conviene, non ha rischi, e come se non bastasse non richiede lavoro alcuno, i soldi inizieranno a concentrarsi nell’economia della rendita. Del resto, anche quelli che lavorano gia’, trovano conveniente prendere gli accantonamenti e NON consumarli per tenere in piedi l’azienda: in caso di deflazione, gli accantonamenti si rivalutano da soli. Non c’e’ bisogno di fare nulla.
In casi meno estremi, anziche’ tenerli sotto il cuscino si possono investire in titoli sicuri a bassa resa, tanto con l’apprezzamento della deflazione piu’ una resa anche bassa si vive piu’ che bene.

Cosi’, in uno stato di bassa inflazione o di deflazione l’economia italiana diventa un’economia di rendita finanziaria. Cessano gli investimenti nelle aziende gia’ esistenti perche’ ai titolari conviene un investimento finanziario (anche a bassa resa) e spariscono gli investimenti in nuove aziende , specialmente in quelle ad alta innovazione. Socialmente tutto il potere finisce nelle mani di chi ha i soldi sotto il cuscino, cioe’ ai vecchi che hanno accumulato.

L’inflazione invece fa l’effetto opposto. Il boom economico degli anni 80 fu dovuto essenzialmente a due cose. L’italia veniva da un paio di decenni ad altissima inflazione (si arrivava a due cifre) , che scese attorno al 5/6 quando Craxi fermo’ la scala mobile, e si assesto’ attorno al 3-3.5% qualche anno dopo.
In queste condizioni le cose cambiano molto. Il 3.5% di inflazione , infatti, taglia fuori moltissimi degli investimenti “lenti” che piacciono a chi vive di rendita. Essi erodono il capitale in maniera sensibile, cosi’ chi ha soldi prova a metterli sotto il cuscino e vede che il mucchio cala. Allora prova con investimenti finanziari, ma trova solo roba che implica e richiede rischio, cioe’ quello che normalmente garantisce sensibilmente piu’ del 3.5% al netto delle spese.
Il nostro omettino che vive di rendita si trova cioe’ strangolato, perche’ la sua posizione si erode, e contemporaneamente gli investimenti a bassa resa non bastano.
Il nostro industriale che ha degli accantonamenti, se supponiamo che la sua azienda renda l’ 8% , semplicemente ha due scelte: lasciare i soldi fermi e vederli sparire al 3.5% annuo, investirli in banca e non sapere mai come e dove saranno investiti , oppure buttarli nella PROPRIA azienda dove renderanno l’ 8%.
In questo senso, nei primi anni ’80 l’inflazione ha aiutato il paese. Quando Craxi fermo’ la scala mobile, l’inflazione smise di essere a due zeri, ma rimase per qualche tempo attorno al 5-6%. Il risultato fu che in breve non solo avere dei soldi sul conto non era conveniente, ma non erano convenienti tutti gli investimenti “sicuri” proposti dalle banche. PErsino gli stipendi iniziarono a perdere potere d’acquisto, cosicche’ l’idea di investire il patrimonio aziendale per ingrandirsi o di investire i soldi di famiglia nell’azienda di casa o finanziando le aziende dei figli.
Ovviamente non sto proponendo l’inflazione come panacea: dico solo che un tasso fisiologico del 3/3.5% spinge il mondo delle rendite (circa l’89% del patrimonio italiano) verso il finanziamento di attivita’ produttive.
Avviene peraltro un fenomeno selettivo, per il quale solo chi ha margini di contribuzione alti trova la forza di stare aperto. Se considerate un 3.5% di inflazione e un 6-7% di tasso di interesse sullo scoperto bancario da fido, un’azienda malgestita che lavori sul fido bancario per tirarci fuori un 5% di margine deve avere un margine alla vendita del 15%. Le aziende che “tirano a campare” con margini bassissimi, cioe’, sono costrette a cambiare registro. Del resto con una inflazione del 3.5% non si puo’ sperare in un interesse sullo scoperto molto basso, quindi l’inflazione fa da moltiplicatore degli interessi passivi e costringe chi ha debiti al redde rationem.
Il succo, quindi, e’ che nella situazione ITALIANA , un tasso di inflazione dal 2.7% al 3.5% e’ qualcosa di benefico, a patto che sia ufficiale. (2) Esso scoraggia sia gli investimenti finanziari  a bassa resa (oggigiorno c’e’ chi si accontenta dell’ 1/1.5%, e chi e’ felice con un 4%)  e dall’altro amplifica l’effetto dello scoperto, togliendo cosi’ dal mercato le aziende stracotte.
Il regime attuale e’ doppiamente dannoso, anche se si sta riassestando.
Se guardate gli anni scorsi, come il 2010, l’inflazione ufficiale era attorno all 1.3%. A questo regime, diversi buoni del tesoro stranieri e qualsiasi investimento a bassissima resa potevano rendere abbastanza da non rischiare e tenere i soldi sotto il cuscino. Tanto, svalutavano poco o nulla.
In quella situazione il nostro industriale non pensava ad investire gli accantonamenti nell’azienda: qualsiasi investimento avrebbe avuto un rischio, anche superiore all’ 1.3%, mentre tenendoli sotto il cuscino si aveva una perdita dell 1.3%, facilmente compensabile con qualche titolo di stato sicuro o qualche pacchetto a bassa resa. Persino gli interessi bancari potevano far fronte alla perdita.
Chiaro che quest’anno le cose stanno diversamente. Il 2.6% non e’  banale da recuperare, e inizia ad erodere i poteri d’acquisto, nonche’ alza sensibilmente gli interessi sullo scoperto. Senza l’ossessione di Trichet per l’inflazione, se si lasciasse l’inflazione levitare sino al 3/3.5%, moltissimi dei capitali di rendita italiani sarebbero costretti a svincolarsi dagli investimenti a bassa resa, e a reinvestirsi nelle infrastrutture aziendali.
Non tutte le nazioni si comportano cosi’. Ci sono nazioni dove il capitale di rendita finanziaria risente poco dell’invito dell’inflazione ad investire nelle imprese: con una borsa molto speculativa come quella di Londra, per esempio, in borsa si trovano consistenti opportunita’ di guadagno che superano il tasso di inflazione. I derivati, che in italia sono colpiti da un regime di costi molto alti, a Londra sono una bella puntata. Quindi, nell’economia inglese l’inflazione “spinge” poco, perche’ il capitale di rendita peraltro e’ quasi tutto legato alla nobilta’, mentre tra i privati l’investimento e’ pratica tradizionalmente diffusa.
In Francia abbondano le rendite e lo stesso avviene in spagna, quindi anche loro beneficiano di un lieve tasso di inflazione per muoversi. L’area renana e quella tedesca, invece, avendo enormi gruppi assicurativi e bancari non  trova conveniente che la massa tolga i soldi dalla banca e li butti nelle imprese. Del resto, sono molte le imprese enormi che hanno finanziamenti dallo stato (in maniera piu’ occulta ma li hanno dai Lander) , quindi non soffrono il problema.
In generale l’occidente europeo soffre abbastanza la bassa inflazione perche’ tutto il liquido si sposta sulle rendite, mentre ad oriente e a nord c’e’ un’economia che teme l’inflazione.

In italia soffriamo moltissimo della mancanza di inflazione, e un tasso di deflazione toglierebbe alle aziende quel poco di attrattivita’ che hanno per gli investitori, lasciando tutti i soldi sotto il cuscino di chi li ha, e azzerando il tasso di investimento.

In un paese dove “risparmi” significa “rendita”, cioe’ l’opposto di “investimento”, cio’ che colpisce le rendite e’ da considerarsi positivo. E’ ovvio, tra l’altro, che lo stesso possa valere per una pressione fiscale apposita.

Uriel
(1)Economicamente l’ Austria e’ una roulotte attaccata alla Germania. Che diamine abbiano gli austriaci da insegnare di economia, bisogna essere idioti per vederlo. Hanno scritto mari di cazzate sul denaro come informazione, semplicemente perche’ non hanno la piu’ pallida idea di qualsiasi teoria dell’informazione. I soliti farlocchi che vivono suggestionando altri farlocchi. Arrivano a dire minchiate come che l’inflazione non e’ la misura dell’aumento dei prezzi ma quella della massa valutaria, senza sapere (in Austria non potrebbero, non hanno una vera economia) che anche un semplice variare della velocita’ di circolazione del denaro puo’ aumentare l’inflazione SENZA aumentare di una virgola la massa monetaria.
(2) Una delle piu’ devastanti abitudini europee degli ultimi anni e’ di nascondere l’inflazione sotto il tappeto. Il risultato e’ quello di dareuna falsa illusione a chi vive di rendita.
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