Oh, Dominique.

Non so in Italia, ma qui c’e’ un certo fermento per la storia di DSK, Dominique Strauss Kahn. Ci sono tutte le femministe in fermento (tra un pochino saranno abbastanza alcooliche e potremo berle, suppongo) e ci sono tutti i dibattiti sulle donne che da accusatrici diventano vittime. Eppure, a me la questione non sembra poi cosi’ complessa, a meno di non incorrere nell’errore della lotta di classe, cioe’ di prendere Beppe contro Toni e dire che in realta’ si tratta dei Beppi contro i Toni.

Lo stupro come reato e’ un reato abbastanza atipico. Nel senso che uno stupro puo’ essere tale sin dall’inizio, oppure puo’ diventare tale durante un rapporto (per esempio perche’ uno dei due vuole praticare sesso in un modo che l’altro non vuole, e lo costringe) , o puo’ diventare tale dopo il rapporto, per dire un secondo rapporto seguente al primo e non desiderato.
Come se non bastasse, siccome il sesso e’ un’attivita’ che non si conduce alla luce del sole, normalmente mancano i testimoni che possano capire quali fossero gli accordi iniziali , se siano stati rispettati e se c’era evidenza delle intenzioni e delle coazioni.
D’altro lato, il tribunale ha il compito di seguire alcuni principi , quali la presunzione di innocenza e il principio nel quale in caso di dubbi la sentenza e’ sempre quella piu’ favorevole all’accusato. Si tratta di principi comunemente accettati in occidente, dei quali le femministe stesse (per ascendenza politica) non intendono fare a meno.
Poiche’ lo stupro avviene normalmente in un ambiente privo di testimoni, quando non e’ accompagnato da lesioni fisiche (se una si e’ presa una scarica di cazzotti e’ difficile poi far credere che fosse consenziente) diventa una questione di “la mia parola contro la tua”, cioe’ la parola dell’accusatrice contro quella dell’accusato.
Faccio presente che in questa situazione (la tua parola contro la mia) NORMALMENTE, cioe’ in qualsiasi altro reato, la presunzione di innocenza e la propensione per la garanzia dell’imputato fanno si’ che l’accusa decada. E’, semmai, strano che si dia peso ad una situazione “la mia parola contro la tua”, perche’ avendo il 50% di dubbio, l’accusa dovrebbe gia’ cadere, come succede per qualsiasi altro reato.
Siccome tuttavia lo stupro si suppone perseguito in assenza di testimoni, il diritto e’ stato forzato ad accettare la situazione “la mia parola contro la tua” anche in casi nei quali l’accusato andrebbe forzato.In seguito a fortissime pressioni politiche, la consueta dottrina garantista (1) viene messa da parte (tanto sul banco degli imputati c’e’ un uomo di merda) e si procede in maniera diversa, seguendo “test medici”, i quali ovviamente possono solo appurare se sia avvenuto o meno un rapporto sessuale. Se tale rapporto fosse consenziente o meno, ovviamente, non e’ possibile appurarlo in assenza di lesioni sulla donna (2).
Cosi’, tutto si riduce a “la mia parola contro la tua”, con un certo peso (normalmente NON garantito) alla parola dell’accusatore, che arriva a pesare quanto e piu’ di quella dell’accusato, contro i principi normalmente accettati nel resto dei reati.
A questo punto, e’ ovvio che la difesa si occupa di attaccare la parola dell’accusatore, e di capire se tale parola sia affidabile o meno: se tutto si basa sul fatto che crediamo alle parole della vittima, ovviamente tutto si basera’ sulla credibilita’ della vittima. Si tratta di una inevitabile conseguenza logica.
Questo normalmente funziona, ma a questo punto distingue tra vittime credibili o meno. Se una tizia:
  • E’ usa mentire anche sotto giuramento.
  • In passato ha gia’ inventato uno stupro di massa.
  • Si prostituisce regolarmente anche coi clienti dell’hotel in cui lavora.

 

Il discorso “la mia parola contro la tua” inizia a diventare insostenibile anche nel caso in cui ci sforziamo di accettare la parola dell’accusa piu’ del solito. Aver portato lo stupro al di fuori dei binari normalmente accettati dal diritto (in caso di dubbi la sentenza e’ a favore dell’imputato) e aver quindi spostato la battaglia su “la mia parola contro la tua” non fa altro che assegnare l’esito del processo al valore della parola stessa, il che significa alla credibilita’ di chi pronuncia la parola.
Ora, personalmente sono stato a guardare per una semplice ragione: per una singola persona sottometterne fisicamente un’altra e’ possibile, ma occorre un’arma con cui minacciarla o uno scontro fisico massivo. A questo punto puoi violentarla, ma occorre una prevalenza fisica notevole , tipo adulto contro ragazzina (e poi dipende dalla ragazzina) , in altre condizioni uno scontro fisico del genere lascia lesioni.
Che un vecchio di 62 anni, palesemente poco allenato, possa prevalere fisicamente su  una persona di trent’anni piu’ giovane e palesemente piu’ in forma , senza colpirla, e’ una cosa che onestamente mi fa ridere. Certo, se la minacci con un’arma stara’ ferma. Ma non c’e’ l’arma. Se la assali riempiendola subito  di botte -forse- a 62 anni ce la fai, se sei un contadino o un camionista e hai ancora parecchia forza fisica . Ma non ci sono le lesioni. Se fai il contabile, hai 62 anni e hai il fisico di DSK, che tu possa sopraffare una persona di 32 anni senza armi e senza colpirla violentemente per sottometterla e’ un’idea che mi fa abbastanza RIDERE. Evidentemente non avete mai messo piede su un ring. Puoi farcela con una ragazzina, assalendola da tergo, e solo se “non e’ caratteriale”.
Personalmente dubito molto che si sia trattato di stupro: penso semplicemente ad una scopata malfatta con una tizia che vuole dei soldi.
Le femministe croniche non saranno d’accordo: esse non riescono nemmeno ad ordinare un caffe’ senza accusare qualcuno di stupro, non riescono a parlare del tempo senza accusare qualcuno di stupro, non riescono a chiudere bene una giornata senza parlare di stupro, ogni istante della loro vita e’ dedicato all’accusa di stupro,  per cui figuriamoci se riescono a leggere un’accusa di stupro senza condannare qualcuno per stupro. Per cui, se siano d’accordo o meno , onestamente, me ne impippo.
Esse dicono “da vittima a colpevole”, pero’ secondo le leggi americane e’ reato mentire sotto giuramento, e’ reato inventare stupri (e la tizia lo ha gia’ fatto per ottenere il visto per gli USA), e non e’ nemmeno legale per le cameriere prostituirsi coi clienti, almeno negli hotel come  quel Sofitel, che sono abitualmente frequentati da persone abbienti.
Cosi’, la mia personale opinione e’ che per come e’ fatto il reato di stupro esso rimarra’ la bestia nera del codice penale, in quanto (se escludiamo casi di violenza di gruppo eclatanti) nel caso uno-uno senza particolari violenze che lascino traccia, un diritto garantista (un diritto che nel dubbio sia a favore del reo) non potra’ che essere a sfavore dell’accusa.
Cosi’ non riesco a vedere alcuno ‘scandalo” nel rilascio di DSK, per la semplice ragione che si sapeva gia’ che l’accusa fosse “la mia parola contro la tua” e che in questi casi tutto sarebbe dipeso dalla credibilita’ della donna.
Non mi scandalizzo nemmeno per il fatto che DSK abbia pagato gente per investigare sulla vita privata della donna: subito dopo le sue accuse , e’ stato un florilegio di giornalisti che sono andati a ficcare il naso sulle abitudini di DSK , sui suoi amori passati, ad intervistare le donne che lo hanno conosciuto, quelle che ci hanno scopato, e cosa gli piace e come gli piace farlo. Se e’ possibile devastare la vita privata di un uomo, cioe’ dell’accusato, allo scopo di gettarlo in cattiva luce, deve essere ovviamente possibile farlo anche per una donna.
Poi, la risposta sara’ sempre la solita: “vediamo chi si stanca prima di questa merda”.
E ho la vaga sensazione che cederanno prima le donne.

Uriel
(1) Nella cultura dell’estremismo di sinistra, quando sul banco degli imputati ci sei tu ci vuole garantismo, quando ci sono gli altri occorrono leggi draconiane. Siccome lo stupro generalmente vede imputato un uomo, allora le donne femministe vogliono almeno la pena di morte.
(2) In un club sadomaso, quindi, non e’ possibile appurare la differenza tra stupro e pratica sadomaso, a meno di non conoscere la parola magica che mette fine al gioco e poter appurare che sia stata pronunciata o meno.
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