Le nuove sette economiche II.

Nel primo post sulle sette economiche avevo gia’ spiegato come esistano dei veri e propri santoni i quali hanno costruito attorno a se’ delle sette, le quali anziche’ predicare delle dottrine politiche o esoteriche predicano dottrine economiche. La piu’ rilevante (o forse quella piu’ di moda) tra le sette economiche e’ quella detta “scuola Austriaca”. Mi segnala un’amica che un gruppo di questi idioti (avete gia’ comprato l’ultimo libro del vostro santone, fessi?) si sta dedicando ad assalirmi (facciano pure, chissenefrega? Io non devo campare con le mie idee, siete voi che vi fate mantenere dai polli) , e ho letto un articolo a riguardo. Mai visto un cosi’ grande ammasso di cazzate hegeliane in vita mia.
Proviamo ad esaminarle una alla volta.

La prima minchiata che questi idioti dicono e’ che il prezzo non sarebbe una misura. Aha. Che cos’e’ secondo loro il prezzo? Secondo loro il prezzo, non essendo una misura, e’ semplicemente “informazione”, cioe’ un modo che il mercato ha di dire a tutti quanto una cosa vale e quanto sia rischiosa.
Questo sarebbe bello, ma e’ matematicamente falso. Se le cose stessero cosi’, il prezzo non sarebbe altro che un ottimo di Pareto tra i vantaggi di comprare qualcosa e i suoi rischi (o i suoi svantaggi). In pratica, se accettiamo la scuola austriaca, il prezzo ci dice con esattezza quanto ci conviene comprare qualcosa, quanto valore ne riceviamo: va da se’ che il prezzo debba assestarsi esattamente sul valore che coincide con l’ottimo, ovvero con l’informazione che meglio esprime questa valutazione.
Un equilibrio che esprime al meglio i rapporti in gioco nel mondo di un mercato basato su domanda e offerta si chiama ottimo di Pareto. Qual’e’ il problema? Il problema e’ che non solo e’ matematicamente dimostrato che non esiste alcun liberismo parietano (Sen, A. K. The Impossibility of a Paretian Liberal, Journal of Political Economy, n. 78, 1970, pp 152–157.), ma e’  dimostrato che NON ESISTE qualcosa (una cosiddetta mano invisibile)che  miri a raggiungerlo (  Scarf, H.E. with Hansen, T, 1973, The Computation of Economic Equilibria, Cowles Foundation for Research in economics at Yale University, Monograph No. 24, New Haven, CT and London, UK: Yale University Press) , i quali usano un teorema detto teorema di impossibilita’ di Arrow come base. A sua volta il teorema di impossibilita’ di Arrow e’ dimostrato.
Quindi no, non esiste alcun maledetto prezzo che indichi la effettiva convenienza nel comprare qualcosa, se questa convenienza e’ l’ottimo tra vantaggi e svantaggi.
La cosiddetta scuola austriaca, cioe’, mente sapendo di mentire, ovvero mente su risultati matematici noti e dimostrati. E quando c’e’ la dimostrazione, ne’ il Kaiser ne’ Dio possono farci niente. La dimostrazione dice il vero, chi pensa il contrario sbaglia.
Il secondo cumulo di letame della scuola austriaca e’ quello di ritenersi al di fuori dalla matematica. Quando un cialtrone viene scoperto con le mani nel sacco da una verifica numerica, per prima cosa tenta di attaccare i metodi matematici dicendo che lui si occupa di cose che “la matematica non puo’ indagare”. Aha. E lo stesso dei cialtroni fanno, prevedibilmente, i signori della scuola austriaca.
Ma cosa significa, di per se’, non appoggiarsi alla matematica o distaccarsene? Significa abbandonare completamente qualsiasi idea di “quantita’”. La matematica e’ la scienza delle quantita’. Solo i sistemi formali matematici definiscono le quantita’ e la loro trattazione. Affermare di avere un’economia che “non riconosce la matematica” significa, di farro, affermare di voler fare economia senza tenere conto delle quantita’.
Questo significa che, di per se’, non si potranno calcolare i bilanci (in quanto serviranno le quantita’) e che non si potranno nemmeno calcolare i prezzi, dal momento che anche queste sono quantita’.
E’ vietato, allora, usare una economia senza le quantita’? No, affatto. A patto di non occuparsi piu’ di quantita’, ovvero di non distinguere i ricchi dai non ricchi, di non preoccuparsi se il negoziante ci dara’ solo meta’ di quanto chiesto,a  patto di pagare con cifre qualsiasi, e’ possibile occuparsi di economia senza quantita’. Provate ad entrare in un negozio, chiedere una non-quantita’ di qualcosa, e poi pagare con una non-quantita’ di soldi, se riuscite.
Questo avviene essenzialmente perche’ parliamo di una scuola austriaca che si sviluppa in un periodo nel quale ci sono dei fessi che si sentono minacciati dal pensiero matematico. Il pensiero matematico e’, sinora, quello che ha dimostrato maggiore efficacia di tutti, ed e’ per questo che da quando ha iniziato a camminare sull proprie gambe (senza caricarsi sulle spalle filosofi & umanisti di ogni tipo), si e’ mostrato come il piu’ prezioso bagaglio conoscitivo umano. Nessuna altra branca del sapere umano, se escludiamo le scienze sperimentali, ha mostrato la medesima efficacia e i medesimi risultati.
Cosi’, la prima mossa di OGNI cialtrone e’ quella di svincolarsi da logica e matematica. Potete riconoscere un cialtrone dalla misura con cui afferma che la matematica non lo riguardi o che non riguardi il suo campo. Piu’ lo afferma, piu’ siete certi di avere davanti un cialtrone.
Ho menzionato le scienze sperimentali. Non per caso. La scuola austriaca, oltre ad affermare di non riconoscere la matematica, afferma di non riconoscere nemmeno i risultati sperimentali. Secondo i suoi grandi pensatori (uno dei quali mi e’ stato citato qui) , la prova sperimentale NON puo’ contraddire una teoria, e se questo avviene allora evidentemente la realta’ materiale e’ sbagliata. In che modo la realta’ materiale e’ sbagliata?
Per capire questo occorre andare indietro nel tempo , ad una testa di cazzo di nome Hegel. Hegel (che, e’ bene ricordarlo, era un coglione) afferma che una pera e’ tale non perche’ sia una pera, ma perche’ esiste la categoria dialettica “pera”. Senza questa categoria dialettica, cioe’, la pera non e’ piu’ una pera. Se prendiamo una lingua dove non c’e’ il vocabolo pera, secondo Hegel (tipo l’ inuit) otterremo che le pere scompariranno quando passa un eschimese. Perche’? Perche’ la pera esiste in quanto esiste la categoria dialettica, e non viceversa.
Non dobbiamo biasimare Hegel piu’ di tanto: il suo sovrano era un pelo incazzoso, e Hegel doveva, se voleva sopravvivere, dimostrare che il suo sovrano avesse ragione anche quando aveva torto e diceva cose fuori dal mondo. Per fare questo, Hegel doveva per forza dire che in fondo la pera e’ un’opinione e non un frutto misurabile. Si dice che la filosofia sia nata in Grecia e morta in Germania, ed Hegel e’ una prova sufficiente.
Forti di queste minchiate idealistiche (che non inizano ne’ finiscono certo con Hegel) , i cruccoparlanti austriaci hanno deciso di costruire un ammasso di fesserie economiche di tipo idealistico, ovvero del tipo “la verita’ e’ nelle idee, semmai e’ la realta’ che confonde”. Hegel, e’ bene ricordarlo, era un coglione.
Figli di questo pensiero , hanno costruito una scuola che ricalca le orme di Hegel (che, ricordarlo non guasta mai, era un fesso) e immaginano che l’economia sia un “assoluto”, cioe’ una teoria perfetta che lega l’ Uno al Tutto, e il mondo sia solo una approssimazione imperfetta. Se, quindi, il Re sbaglia, e’ perche’ la nazione non corrisponde come dovrebbe alla sua idea, e se l’economia non reagisce come previsto non e’ la teoria da gettare via, ma l’economia che e’ imperfetta e non si comporta come l’economia assoluta. Il tutto segue perfettamente la scuola idealista tedesca, secondo la quale esiste un assoluto teorico  che e’ tale, e se il mondo non vi si rispecchia sperimentalmente non e’  l’assoluto teorico ad essere sbagliato, bensi’ il mondo ad essere imperfetto, secondo quanto pensato da Hegel . (che, non sara’ mai ripetuto abbastanza, era un fesso).
E’ possibile dire questo? E’ possibile davvero creare una scienza che si alieni ai test sperimentali? Certo. Basta solo accettarne le conseguenze. La verifica sperimentale di una teoria non e’ altro che la prima applicazione della teoria stessa. Affermare che una scienza NON sia sperimentale significa semplicemente affermare che non esista la sua prima applicazione. Ovvero, affermare che non abbia applicazioni.
Se, quindi, volete costruire una teoria (come la teologia, per esempio) che prenda le distanze dai metodi sperimentali non dovete fare altro che spiegare una cosa: che questa teoria NON ha applicazioni.
La scuola austriaca, rifiutando matematica ed esperimenti, non fa altro che spiegare i propri limiti: rifiutando la matematica non potra’ piu’ occuparsi di quantita’, e rifiutando gli esperimenti non potra’ piu’ avere applicazioni. Come succede alla teologia, e come succede a tutte le filosofie basate sull’idealismo assoluto. Per esempio quelle che discendono dalla scuola idealista tedesca (per esempio Hegel, che notoriamente era un fesso ed e’ giusto che i nostri figli lo sappiano).
Un esempio pratico e’ quando questi signori bambanano di economia basata sull’oro. Quando nasce la scuola austriaca, l’oro ha ancora poche applicazioni industriali, e ha valore principalmente convenzionale. Per un idealista e’ facile scambiare l’oro con un ideale puro di valore. Il guaio e’ che oggi l’oro HA applicazioni industriali (1), principalmente in elettronica e chimica.
Ora, se pensassimo di usare l’oro per la moneta, ammesso che esistano abbastanza riserve, comunque ne fisseremmo il prezzo in maniera convenzionale, e andremmo a turbare un mercato che oggi e’ fatto di miniere , industrie e gioiellieri. Il guaio della parola “industrie” e’ che l’aumento del prezzo dell’oro impatta brutalmente sull’industria elettronica e sulla chimica. Il vostro PC e’ fatto, per esigenze di radiofrequenza, da conduttori in lega di oro, quando non (di solito nelle saldature al chip) di oro puro.
In un mondo ove tutti passano all’oro, semplicemente si segano le gambe alle industrie che oggi sono le piu’ importanti del mondo moderno, cioe’ chimica ed elettronica. Ma questo un idealista non lo capisce, lui pensa (essendo un fesso come Hegel) che esista la teoria assoluta e semmai il mondo imperfetto: che colpa ne ha lui se le prime 8 economie del mondo sono collassate , solo perche’ abbiamo messo in difficolta’ le industrie elettroniche e chimiche?
L’altro esempio di quanto siano idealisti questi idioti e’ che credono davvero che qualche secolo fa ci fosse una specie di eta’ dell’oro caratterizzata dall’assenza di banche. A parte il fatto che le banche sono nate in Italia circa 500 anni fa, e sono rimaste stabilmente parte dell’economia europea negli ultimi 500 anni, il problema e’ che il periodo che loro credono essere “l’eta’ dell’oro senza banche” e’ proprio il periodo nel quale l’umanita’ viveva di merda, e come se non bastasse rischiamo di ritornarci.
Nel periodo senza banche, gli unici investimenti li fa lo stato, oppure chi ha la fortuna di farsi prestare i soldi da un nobile. Somiglia molto all’economia italiana di oggi, dove o siete ricchi di famiglia, o avete amici in banca, o lavorate per lo stato, oppure siete poveri.
E’ vero che e’ esistito un mondo nel quale le banche NON avevano leva finanziaria. Ma e’ vero che in quel periodo ti andava bene solo se eri di famiglia ricca, lavoravi per lo stato oppure eravate nobili. Gli altri vivevano in un modo che oggi viene definito come “poveri ma felici”, ovvero in uno stato di stordimento dovuto alla mancanza di istruzione, il quale stato dava a queste persone un sorriso ebete sulla faccia. Da cui la sensazione che fossero felici.
Non e’ mai esistito alcun benessere generalizzato, nel mondo occidentale, prima del dopoguerra della seconda guerra mondiale. E’ vero che sono esistiti periodi nei quali si raffigurava sovente la ricchezza, ma quando andavamo a vedere come vivevano le persone comuni NON ci troviamo tutto questo spettacolo. Ci troviamo ignoranza, degrado, malattie infantili, stenti.

Certo, possiamo pensare che la Francia di Luigi fosse un posto tutto Versailles. E allora possiamo pensare all’ inghilterra vittoriana come un posto tutto gentleman e borghesia londinese. A patto di non voler vedere come vivesse l’uomo comune nel resto del paese.

Tetti di frasche, miseria , espropri. La meravigliosa era inglese “senza banche”.
No, non e’ Africa. E’ Galles.

Ovviamente, l’idealista risponde che la teoria e’ perfetta, e il mondo semmai era imperfetto.

Puo’ darsi. Ma allora preferisco una teoria imperfetta che porta il mondo a riempirmi il piatto e mia figlia a NON girare coperta di stracci.

Forse non sono abbastanza idealista, ma almeno non sono un fesso come Hegel. Il quale, comunque, per mantenersi a dire minchiate si faceva mantenere dallo stato, proprio quello stato che la scuola austriaca odia.

Uriel

(1) A dire il vero anche allora qualche applicazione c’era. Ma uno come Hegel, che non distingueva una pera dalla parola che la indica, cosa poteva saperne? Era solo un fesso, dopotutto, e bisogna che il mondo lo sappia.
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