Il problema della felicita’.

Da qualche settimana ho un pensiero che mi gira per la testa, e fino a quando non riusciro’ a definirlo con chiarezza continuero’ a parlarne. Mi riferisco al rapporto tra italiani e felicita’. Perche’ alla fine la domanda che mi pongo e’ “come mai sto cosi’ bene qui (=in Germania) quando in fondo e’ una nazione -normale-“? E’ una domanda interessante, ma rispondere mi sta costando parecchie riflessioni. Credo di essere arrivato al punto.

Quando chiedete ad un italiano emigrato all’estero perche’ sia piu’ felice , genericamente gli e’ facile rispondere che i servizi funzionano, che c’e’ piu’ lavoro (questo si applica di solito ad alcune zone delle nazioni straniere , per esempio), eccetera.

Quando elencate queste ragioni, genericamente vi viene risposto con qualche articolo di giornale che vi mostra qualche caso eccezionale simile alla normalita’ italiana (e voi dovete dire che quanto in Italia e’ normale qui e’ eccezionale) , oppure che non e’ tutto perfetto e voi risponderete che non avete mai detto che il nuovo paese sia perfetto, ma soltanto che sia migliore o perlomeno diverso.

Ma il punto e’ che avete ancora aggirato la vera questione, ovvero: in un posto eravate meno felici di oggi.

Se avete lasciato il vecchio paese perche’ non trovavate lavoro o non avevate opportunita’ (o non ce l’avevano i vostri familiari) la risposta sembra ovvia: qui ho qualcosa che li’ mi mancava. Punto.

Ma il problema e’ che nel mio caso non si applica. Io avevo un buon lavoro in Italia, avevo una casa in Italia, e tutto quanto. Allora: perche’ sono piu’ felice ora?

LA risposta potrebbe essere “perche’ tutti i servizi, o quasi, funzionano meglio”. Su questo potremmo discutere prima di tutto perche’ di servizi sinora ne ho provati pochi (trasporti, Krankenkasse/Krankenhaus, Finanzamt, e pochi altri), ma in secondo luogo perche’ ci si abitua facilmente. Oggi sono abituato a bestemmiare perche’ un tram arriva con DUE minuti di ritardo rispetto al tabellone, perche’ quando ti abitui poi non torni piu’ indietro.

Ma poi, diciamolo: davvero la felicita’ di una persona dipende dal tram o dagli impiegati dell’anagrafe comunale?(1) Assai improbabile: la risposta “sono piu’ felice perche’ i servizi funzionano meglio” urta il livello “scremacazzate” di qualsiasi mente logica,(2) perche’ potrebbe riscriversi come “il tram 709 mi rende felice”, o “la mia gioia nasce nell’ufficio anagrafe” senza essere diversa, ma con evidente assurdita’. Perche’ un’affermazione sia accettabile deve esserlo se ogni affermazione che descrive lo stesso fatto in maniera fedele sia accettabile. Se basta dirlo in un modo diverso ed e’ una cazzata, allora e’ una cazzata.

Cosi’, ho assodato che non siano i “servizi”, cioe’ i tram o gli uffici ad essere la radice della felicita’ degli individui. Almeno, non la mia felicita’.

Ora, la vera domanda e’: supponiamo per ipotesi che una persona che sta bene , ha un lavoro , una casa e una famiglia nelle stesse condizioni abbia tutto quel che  serve. La domanda e’: perche’ in un posto e’ meno felice che in un altro.

La logica suggerisce una sola soluzione: nel posto peggiore c’e’ un agente che ti impedisce di essere felice quanto potresti se l’agente non esistesse.

Evidentemente questo agente NON lavora a livello materiale (almeno nel mio caso) se in ultima analisi a parita’ di condizioni materiali cambia il risultato. Dunque, deve essere qualcosa legato alle interazioni tra persone, o alle interazioni tra persona e societa’.

Ho riflettuto su diverse cose accadutemi, e ho concluso una cosa: in Italia esiste una specie di ideologia, diffusa su scala endemica, il cui sunto potrebbe essere quello di “opporsi al fatto che qualcuno sia felice quanto potrebbe, ovvero agire in modo che il prossimo sia impossibilitato a trarre il massimo godimento da quanto e’ riuscito ad ottenere”.

Potremmo definire questa ideologia. che chiamero’ “ideologia misopatica” (dal greco -πάϑεια , passioni  e miso μισο- , odio)  in diversi passi:

  1. Qualora fare qualcosa dia soddisfazione a qualcuno, dovremo introdurre qualche limite al fare la tal cosa, al solo scopo di impedire la piena soddisfazione di chi la fa. Tale limite deve impedire a chi fa la tal cosa di goderne nel modo che desidera, ovvero deve rendere la persona meno felice di quanto potrebbe.
  2. Qualora possedere qualcosa dia soddisfazione a qualcuno, dovremo introdurre qualche azione che impedisca alla persona di godere pienamente della sua proprieta’. Tale limite deve avere come esplicito risultato di abbassare il godimento , di togliere alla persona la felicita’ che si aspettava dal possedere la cosa.
  3. Qualora aver raggiunto un obiettivo dia soddisfazione a qualcuno, dovremmo introdurre qualche azione che impedisca alla persona di godere di tale raggiungimento. Tale limite deve avere come esplicito risultato di impedire la felicita’ che dovrebbe derivare dall’aver raggiunto tale risultato.
  4. Qualora la 1,2,3 siano  semplici aspirazioni, o progetti in via di svolgimento, occorrera’ prendere provvedimenti al fine che il completamento di tali progetti risulti fastidioso, sgradevole , umiliante quanto piu’ possibile, al mero scopo di aggiungere infelicita’ ad un processo che altrimenti si suppone produrre felicita’.

Adesso siamo al primo passo della nostra indagine: se esiste in Italia un agente che rende infelice, esso deve essere perfettamente descritto da tale definizione. Adesso, dobbiamo solo trovare l’agente che si comporta in questo modo. O meglio, personalmente sono andato indietro nei miei ricordi a cercare quale agente, di preciso, si sia comportato come se eseguisse il programma di cui sopra

Sono arrivato alla risposta ieri: TUTTI.

Semplicemente  TUTTI.

Si e’ iniziato con la famiglia. Essa si configura con un luogo di estrema limitazione della sofferenza. L’educazione italiana consiste , di fatto, nel porre l’orgoglio dei genitori come TASSA da pagare in qualsiasi momento di felicita’ dei figli. Fortunatamente mi sono svincolato dalla famiglia abbastanza presto, ma vi siete mai chiesti QUANTO la vostra famiglia nativa vi sia costata, in termini di felicita’?

Personalmente, moltissimo. La mia famiglia si e’ SEMPRE comportata come descritto sopra, ovvero secondo una logica per la quale sarebbe “educativo” che qualsiasi traguardo raggiunto dai figli sia in qualche modo limitato nella sua capacita’ di godere dei risultati. Questo si puo’ ottenere in due modi: il primo e’ di fornire il risultato senza necessita’ di passione (=viziare) che limita enormemente la soddisfazione,  il secondo e’ molto semplicemente la demolizione del risultato stesso o la possibilita’ di goderne.

Tuttavia, della famiglia di origine mi sono liberato abbastanza facilmente. Non avevo calcolato adeguatamente quanta infelicita’ (o mancata infelicita’) potessero causare, ma lo feci per istinto.

Ha seguito la scuola. Mi e’ capitato di dare lezioni private nella mia vita, e mi sono sempre stupito del fatto che i miei “studenti” mi dicessero “ma con te e’ tutto facile”. Pur senza essere un divulgatore nato, questa affermazione e’ del tutto illogica. Voglio dire: io non ho MAI studiato pedagogia, non sono competente in materia. Non facendo parte della scuola, non passo quelle 14 ore/settimana in “discussioni didattiche”, ovvero non sono un esperto di didattica ne’ lo ero all’epoca. E’ assolutamente improbabile che io PER CASO sia sempre riuscito a spiegare le cose ai miei studenti MEGLIO dei loro stessi professori.

Cioe’, il ragazzo dell’ Itis alle prese con le trasformate di Laplace poteva crepare , se nessuno gli spiegava che diavolo sia tale trasformata. Aveva voglia di fare esercizi: continuava a capire un metodo, ma non aveva idea di che cosa stesse rappresentando. In fondo, bastava dire loro che si trattava di rappresentare qualcosa in uno spazio diverso, facendo alcuni esempi banali. Lo stesso dicasi delle matrici: questo ragazzo dell’ Itis continuava a calcolare determinanti come semplici formule. Quando gli mostrai che il determinante non e’ altro che la formula con cui calcolerebbe l’area di un parallelepipedo descritto da una matrice 2×2 usando le colonne come descrittori di due vertici, capi’ finalmente che stava calcolando la superficie di un poligono descritto dalla matrice. E tutto fu, a detta sua , “piu’ facile”. Specialmente quando fini’ col capire il sottile legame tra integrali e matrici: entrambi possono essere usati per calcolare superfici.

Ora, io ero uno studente a mia volta. Stavo dando lezioni senza alcuna preparazione pedagogica e/o didattica. Non avevo NESSUNA diavolo di esperienza nell’insegnamento. Non conoscevo lo studente bene quanto i suoi professori. E’ assolutamente IMPROBABILE che sia stato un caso – e che lo stesso caso si sia ripetuto SEMPRE- che io abbia superato i professori. Non puo’ essere avvenuto per puro caso.

La verita’ e’ che la scuola italiana si occupa di presentare le materie nella maniera VOLUTAMENTE piu’ difficile del necessario. A scuola la matematica non e’ “difficile”, ma viene RESA difficile. Viene resa ARTIFICIALMENTE difficile, da una ideologia vera e propria, che intende associare lo studio ad una qualche INUTILE sofferenza, fatta solo perche’ si ritiene che fatica e sofferenza siano BUONI.

L’unico effetto che si sortisce in questo e’ che , se esiste qualche soddisfazione nello studio, ESSA VIENE DISTRUTTA. Lo studente appassionato potra’ anche essere felice studiando, ma sara’ sempre MENO FELICE di quanto potrebbe essere, dal momento che si introduce ARTIFICIALMENTE una sofferenza ed una fatica che sono inutili. Ed e’ impossibile che sia un mero caso: esiste una volonta’ in tal senso.

Sul lavoro, le cose non stanno molto diversamente. Se qualcuno di voi ha in mente la differenza tra lavorare in ufficio e lavorare da casa, avra’ notato che a casa si fanno le stesse cose in meno tempo, con meno stress e spesso molto meglio. Qual’e’ la differenza? La differenza, l’overhead, e’ che almeno il 50% del tempo che si passa coi colleghi e’ prodotto non tanto dalla necessita’ di svolgere qualche compito, ma da quella di interagire coi colleghi stessi, nonche’ con la gerarchia. Quando avevo il mio helpdesk, nonostante il contratto fosse chiaro, la maggior parte del tempo non la spendevo a far manutenzione ai sistemi dei clienti, ma nel discutere col cliente stesso. Cosa assai inutile.

In pratica, quindi, avrei potuto essere MOLTO piu’ felice col mio lavoro, se la gente mi avesse lasciato in pace. Ma la cosa incredibile e’ che il tempo che io perdo coi colleghi e’ tempo che i colleghi perdono con me, e il tempo che perdevo coi clienti era lo stesso che loro perdevano con me: l’ infelicita’, cioe’, era RECIPROCA. Senza tutta quella merda, entrambi saremmo stati piu’ felici.

Anche sul lavoro, cioe’, noto che TUTTI si adoperano, per almeno il 50% del tempo, nel rendere gli altri MENO felici di quanto potrebbero essere, qualora provino qualche soddisfazione nel fare il lavoro che fanno. Se vi piace il vostro lavoro -a me piace il mio-, potreste essere felici diciamo “100”, se qualche collega o il capo non avessero come obiettivo ESPLICITO quello di abbassare quel numero, senza peraltro guadagnarci NULLA.

Se usciamo fuori dal lavoro, osserviamo che sia lo stato, sia la societa’ nel loro complesso, sia la politica, perseguono lo stesso identico scopo. Prendiamo per esempio la vicenda degli omosessuali e del matrimonio gay.

Allora, c’e’ chi dice che il matrimonio tra gay , e l’omosessualita’ come condotta sessuale, mettano in pericolo la famiglia tradizionale. Questa affermazione sembra sostenibile sinche’ non la si scrive in maniera diversa, cioe’ “se un tizio e’ gay a torino tua moglie ti molla a Venezia”, ma la catastrofe logica diventa chiara quando si confronta l’affermazione con quella CORRETTA: “la condotta sessuale piu’ pericolosa per la famiglia tradizionale e’ l’infedelta’ coniugale”. Si tratta di una semplice evidenza, supportata da numeri (ci sono poche cause di divorzio per omosessualita’ altrui, e molte per tradimento dei coinugi) , la cui comparsa in scena mette in ridicolo l’inconsistenza dell’altra:

  • La condotta sessuale piu’ pericolosa per la famiglia e’ l’omosessualita’ altrui.
  • La condotta sessuale piu’ pericolosa per la famiglia e’ l’infedelta’ dei membri della famiglia.

Una delle due e’ evidentemente vera, e nel contrasto appare chiaro che l’altra sia una cazzata. Nonostante questo, i sostenitori della famiglia tradizionale NON spendono neanche una briciola di tempo contro l’infedelta’ coniugale , rispetto al tempo che spendono contro i matrimoni gay. E’ assolutamente chiaro che l’obiettivo di queste persone NON sia di difendere la famiglia (altrimenti lotterebbero contro l’infedelta’ piu’ che contro l’omosessualita’) , bensi’ di opprimere gli omosessuali.

Lo scopo di queste persone che sono contro il matrimonio tra omosessuali e’, semplicemente, IL PIACERE MALVAGIO che provano nel rendere gli omosessuali MENO FELICI di quello che potrebbero essere. Se il loro scopo fosse di difendere la famiglia, allora la priorita’ sarebbe la condotta sessuale infedele, e non quella omosessuale.

Il problema e’ che se osservo la politica italiana, TUTTO ha SEMPRE lo scopo di limitare la felicita’ di qualcun altro. Ogni fottuta legge e’ fatta per generare ansia, infelicita’, o almeno per impedire alla gente di essere felice. Ho un esempio che mi e’ capitato dal mio commercialista (sinche’ non saro’ esperto di tasse tedesche mi affido ad altri):

  • Uriel: temo che l’anno scorso ci sia stato un problema. E’ stato frainteso questo numero del ministero italiano, e quindi ho pagato meno del dovuto.
  • Commercialista: ok. Pagherai questa cifra quest’anno. Dobbiamo fare la lettera al finanzamt.
  • Uriel: ok, ma non ho pagato. Adesso cosa succede?
  • Commercialista: che lo paghi quest’anno.
  • Uriel: non c’e’ multa?
  • Commercialista: c’e’ se ti scoprono loro o se passano tre anni. Dentro i tre anni, fai una lettera al finanzamt dove dici che ti sei sbagliato.
  • Uriel: e poi?
  • Commercialista: e poi paghi.
  • Uriel: e nient’altro?
  • Commercialista: no. Perche’ dovrebbe? La gente si sbaglia. Capita. Scriviamo una lettera e diamo i soldi. Di che cosa hai paura?
  • Uriel: beh, punizioni. Sembra che io volessi evadere.
  • Commercialista: se ti accorgi che hai sbagliato e lo dici, amen. In fondo te ne sei accorto prima di loro. Certo hai tre anni di tempo, e devi arrivare prima di loro. Qual’e’ il problema?
  • Uriel… uhm. Niente. E se mi scoprono loro?
  • Commercialista: a meno che la cifra non sia enorme, ti mandano una lettera e ti dicono di pagare.
  • Uriel.. e?
  • Commercialista: e basta? Che altro devono farti, torturarti?

La verita’ e’ che in Italia avrei avuto paura. Paura di sanzioni, di conseguenze legali, di liste nere, di controlli. Ma il punto e’ che il Finanzamt vuole i miei soldi, non la mia sofferenza. Non gliene frega un cazzo se io soffro o sono felice: se gli pago il dovuto, basta. Non devo soffrire per questo, devo solo pagare il dovuto.

Il problema e’ che il meccanismo con cui lo stato si relaziona e’ ESATTAMENTE quello che non solo ottiene il dovuto, ma produce PIU’ DISAGIO POSSIBILE.

E’ chiara una assoluta determinazione nel produrre DISAGIO nel modo che lo stato e la politica hanno nell’ interagire col cittadino. Lo scopo dello stato italiano e della politica italiana non e’ solo quello di funzionare in qualche modo, ma di PRODURRE DISAGIO mentre lo fanno. Ogni maledetto processo e’ SISTEMATICAMENTE arricchito di dettagli inutili e passaggi snervanti il cui solo scopo ed obiettivo e’ quello di causare disagio ed infelicita’ nel cittadino.

Non puo’ essere un caso se NON ESISTE alcun processo della pubblica amministrazione italiana che non sia  orientato a produrre ulteriori disagi al cittadino. Potra’ succedere nel 10% degli innumerevoli processi, nel 20% o nel 30%, ma se succede nella totalita’ dei casi, EVIDENTEMENTE c’e’ una volonta’, una ideologia applicata con coerenza endemica.

Se andiamo alla societa’, ho ancora brutte notizie. Sto osservando le polemiche sugli sprechi dei partiti -per carita’, polemiche giuste- , ma quello che mi preoccupa e’ l’evento scatenante.

Se io dico che si sono spesi 500.000 euro in una fattibilita’ inutile, ottengo una brevissima indignazione. Se io dico che si sono sprecati 12.000.000 di euro nel costruire ospedali e tribunali oggi tagliati , ottengo appena un sussulto.

Se io dico che si sono spesi 200.000 euro per organizzare una FESTA, ottengo il finimondo. Eppure, chiediamoci la differenza. Costruire ospedali e tenerli chiusi e’ uno spreco assurdo che colpisce chi vuole curarsi. Sprecare 500.000 euro per una fattibilita’ e’ uno spreco enorme. Ma l’opinione pubblica si solleva compatta SOLO quando lo spreco prende la forma di una FESTA. Di Berlusconi sono famose le feste, non tutti gli altri danni all’erario. Si assale il politico quando va in barca ma non quando prende una decisione sbagliata.

Quello che la popolazione ODIA non e’ lo spreco e neanche la cattiva politica. Essi diventano problematici SOLO QUANDO si trasformano in FESTA, o in qualche modo di essere felici. Se un ospedale non viene costruito , il danno e’ ENORMEMENTE piu’ grande. Ma il problema e’ che se non c’e’ la festa, l’indignazione italica si mantiene bassa. Diventa ENORME se 10.000 euro sono usati per una cocktail, ma non se 10.000.000 sono sprecati in un ospedale mai finito. Qual’e’ la differenza? LA FESTA. Essa e’ la parte INTOLLERABILE del problema. Ma attenzione, perche’ questo mostra che se i politici iniziassero a tener presente le feste, e Berlusconi la smettesse di ostentare soddisfazione per la posizione economica raggiunta, non ci sarebbe essenzialmente indignazione.

Lo stesso dicasi , per esempio, quando chiediamo se una coppia omosessuale abbia il diritto di crescere figli. Si dira’ che il bambino ha diritto di crescere in una famiglia “normale”, con papa’ e mamma. Molto bene. Allora adesso vi faccio una domanda: “ un CAMORRISTA dovrebbe avere il diritto di crescere figli?

Forse pensiamo che quelle dei camorristi siano famiglie “normali” adatte al corretto sviluppo e alla piena educazione dei bambini? Le famiglie di gente che scioglie bambini nell’acido? Oppure, che so io, potrei chiedervi se un bambino cresca bene in una famiglia di evasori fiscali. O se abbia le stesse chances di ogni altro in una famiglia, che so io,  di dichiarati fascisti? Perche’ la domanda salta fuori solo con gli omosessuali?

La verita’ e’ che gli omosessuali vengono colpiti non per quello che chiedono, ma perche’ non nascondono la volonta’ specifica di voler essere piu’ felici. Dopo ogni manifestazione gli organizzatori del gy pride gli organizzatori rispondono puntualmente che si e’ trattato di una manifestazione “colorata , allegra e gioiosa”, ma non si rendono conto che PROPRIO QUELLO E’ IL PROBLEMA.

Se gli omosessuali andassero in piazza in stile CGIL , con le tute blu (3), con fare tristemente sovietico, ed affermassero di voler rifiutare la paternita’ o la maternita’, potete stare certi che avere figli diverrebbe OBBLIGATORIO per essere riconosciuti come coppia. Il problema vero e’ che esiste un’ideologia misopatica diffusa con tale capillarita’ da confondersi con la normalita’.

Potete esaminare QUALSIASI operazione sociale. La soppressione della “Movida”, per esempio. Se il problema sono le bottiglie rotte basta obbligare la vendita di bicchieri di plastica o di lattine. Se il problema e’ il vandalismo bastano le videocamere. Ma si intende VIETARE la movida. Perche’? Perche’ qualsiasi foto della movida ritrare gente FELICE.

LA PURA E SEMPLICE VERITA’ E’ CHE IN ITALIA DOMINA UNA IDEOLOGIA, COSI’ CONDIVISA DA ESSERE INDISTINGUIBILE DALLA NORMALITA’, IL CUI SUNTO E’ CHE OGNI ESSERE UMANO DEVE ADOPERARSI PER LIMITARE O DIMINUIRE LA FELICITA’ DI TUTTI QUELLI CHE CONOSCE, OGNI VOLTA CHE PUO’.

E’ considerato ormai immorale soltanto pensare che essere felici sia un diritto. Una persona che reagisse quando un’altra limita la sua felicita’ , perche’ combatte coloro che limitano la sua felicita’, e’ considerata asociale, scontrosa o litigiosa, mentre e’ al contrario ritenuto normale che ogni altro essere umano si adoperi scientemente per renderci meno felici di quanto potremmo essere.

Questa ideologia, che chiamo “misopatia”, e’ l’ideologia che rende invivibile l’ Italia, e che e’ caratteristica peculiare dell’italia. In nassun altro paese troverete una simile massa di persone il cui scopo unico e’ esclusivamente quello di causarvi infelicita’ ogni volta possibile.

Il motivo per cui l’italiano che emigra all’estero e’ piu’ felice non ha nulla a che vedere con le condizioni materiali del paese di destinazione. Troverete gente felice in paesi piu’ poveri dell’Italia, in paesi con problemi piu’ gravi, in paesi con servizi meno efficienti. Se sono piu’ felici non e’ perche’ le condizioni materiali siano peggiori, ma per il fatto che mancano tutte quelle persone che, senza guadagnarci nulla -anzi spesso rimettendoci- si occupano di fare in modo che voi siate meno felici di quanto possibile.

Ho conosciuto expat italiani  felici in Kenya. Ho conosciuto expat italiani felici in Spagna, e dico felici OGGI, anche con la crisi. Ho una collega che si e’ trasferita ed e’ felice in Grecia, con tutto quello che sta passando quel paese. E la differenza e’ sempre quella: non c’entra la ricchezza, i servizi , non c’entra niente di niente la pubblica amministrazione.

La vera differenza e’ di NON avere addosso una INTERA SOCIETA’, un INTERO GOVERNO, preti di N religioni, colleghi, amici, aziende, capi, TUTTI UNITI DALLO STESSO SCOPO, OVVERO DI RENDERVI MENO FELICI DI QUANTO POTRESTE ESSERE.

In Italia potreste, come avevo io, avere un bel lavoro. Potreste avere una famiglia e la salute. Eppure, sarete sempre MENO felici di quel che potete essere. E questo perche’ se siete felici  TUTTI, ma proprio TUTTI, HANNO QUALCOSA IN CONTRARIO.

Ecco quello che si perde ad andarsene. Si perde il nemico piu’ pervasivo, maligno, codardo, meschino, miserabile che esista: “tutti”.

I paesi ove si va non sono perfetti. Spesso non sono nemmeno migliori dell’italia sul piano materiale: molti italiani vanno in sudamerica, in Spagna, in Russia, in luoghi materialmente peggiori dell’ Italia. Ma il solo fatto che non ci siano sessanta milioni di miserabili codardi tutti determinati a toglierti un pezzo di felicita’ e’ ESATTAMENTE il particolare che fa la differenza.

E con questo, ho finalmente definito con chiarezza quel tarlo che mi girava per la testa da qualche tempo. Non sono piu’ felice qui per questioni materiali. Sono piu’ felice perche’ MENO GENTE si adopera gratuitamente per rovinarmi la vita.

Tutto qui.

Uriel Fanelli, 4 ottobre 2012

(1) Ammetto che l’impiegata che ho trovato a Duesseldorf poteva dare MOLTA felicita, se voleva, ma non certo facendo il mio Anmeldung.

(2) Perche’ io accetti un’idea deve superare diversi livelli di scrematura. La prima e’ la “scremacazzate”, ovvero quelle affermazioni che non stanno in piedi perche’ basta scriverle in un modo diverso per renderle assurde. “Dio chiese ad Abramo di sacrificare il figlio apparendogli come cespuglio” sembra razionale, ma appena la scrivete  come “Abramo stava per sgozzare il figlio perche’ glielo aveva detto un cespuglio”  il livello “scremacazzate” si attiva immediatamente. Poi c’e’ anche lo “scremanumeri”, tipo “le scie chimiche saturano di bario il paese”, che solo con gli ordini di grandezza non ci sta proprio. E cosi’ via.

(3) Non capisco per quale ragione un tizio col tanga e le piume debba rappresentare bene i gay: ho un paio di colleghi gay,  e nessuno di loro e’ mai venutoal lavoro cosi’. Onestamente,la componente estetica che si vede al gay pride non rappresenta minimamente la vita dei gay, visto che quasi nessuno di loro vive vestito in quel modo.

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18 pensieri su “Il problema della felicita’.

  1. E fu così che iniziò a parlare di “guerra alla felicità” (oddio, in realtà ci furono dei post precursori, come quello intitolato “La legge nera”). Da quel momento l’Uriel non fu più lo stesso.

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    • Il ragazzo dà troppo peso alle opinioni altrui, specialmente a quelle negative. Credo sia segno di una profonda insicurezza. E che diamine, con quello che ha combinato non dovrebbe dubitare delle sue capacità, ma mica è un dio in terra.
      Lo avranno sfottuto un po’ troppo da piccolo.

      Liked by 1 persona

  2. Temo che non tutti saranno in grado di capire questo tipo di osservazioni; io dal mio canto, penso che siano considerazioni più che ragionevoli e realistiche, ho le stesse opinioni qui illustrate e temo che coloro i quali abbiano qualche ambizione in più rispetto alla norma, prima o poi sarà costretto a trasferirsi in un altro paese, come ha fatto l’autore del brano.

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  3. Darti ragione in questo caso è inevitabile, ma è terribile vederlo scritto nero su bianco, come è terribile che forse anch’io automaticamente faccio parte di quei 60 milioni di persone.

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  4. La felicità non dipende dalla propria vita interiore? Quello che percepiamo proveniente dall’esterno è sempre un riflesso di quello che siamo. E’ questo il paradosso dell’ambito “crescita personale” e delle persone di successo: parlano continuamente di responsabilità personale salvo poi a volte dare la colpa all’esterno. Mi sembra un pò quello che va a ballare, non rimorchia neanche una tipa e dice che tutte le fighe sono di legno. Io non mi ritrovo in niente di quanto sopra: ho il pieno appoggio delle famiglia per i miei progetti lavorativi e percepisco le persone intorno a me sinceramente felici quando ho “successo”. E guarda a caso le persone che mi circondano fatto tutte lavori che apprezzano e che danno soddisfazioni

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      • 😀
        niente, un amico mi ha portato a leggere questo post, e lo condivido parecchio, a grandi linee. Forse un po’ “prolisso”, pesante, ma insomma quello è stile. Il senso è buono.

        Era solo per dire che sono passato, non intendevo null’altro 🙂

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        • Come dicono i sudditi dell’impero britannico “you’re wellcome” 🙂
          I testi che trovi qui non sono miei. Uriel – che ora mi risulti non scriva più – proponeva spesso spunti interessanti. Però ecco non è che fosse un santo e nemmeno un profeta, tanto per usare eufemismi. I suoi bravi scheletri nell’armadio li aveva, tipo inventarsi una filata di banfe.

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