Il mito della svalutazione competitiva.

Di Uriel Fanelli, 6 febbraio 2013

E’ in corso una specie di guerra valutaria, a spasso per il mondo, ove la gara e’ quella di svalutare la moneta sperando che con una moneta meno costosa aiuti le esportazioni. Il vero problema e’ che questo era vero un tempo -allora io stesso proponevo l’uscita e la svalutazione- ma non e’ piu’ vero oggi. I motivi sono molteplici.

Affermare che svalutando si aiutino le aziende a vincere equivale ad affermare, essenzialmente, che il prezzo delle merci dipenda esclusivamente , o almeno pesantemente, dal valore della moneta. Sul piano macroeconomico puo’ sembrare cosi’, nella misura in cui il saldo import/export dell’italia e’ quasi alla pari, ma se si facessero delle considerazioni microeconomiche forse le cose apparirebbero diverse.

Prendiamo un’azienda che produca un prodotto finito sul mercato retail, cioe’ che porti un prodotto direttamente al consumatore. La sua catena produttiva, piu’ o meno, se la rappresentiamo sul piano dei costi appare cosi:’

  1. Acquisto di materie prime da lavorare.
  2. Acquisto di tecnologie e di know/how.
  3. Costo locale dell’azienda : manodopera e spese.
  4. Costo di trasporto.
  5. Costo del canale di distribuzione e del marketing/advertising.

Ora, l’equilibrio delle cifre variera’ molto da azienda ad azienda, ma propongo di ipotizzare una svalutazione competitiva e controllare cosa succedeva un tempo e cosa succederebbe oggi. Un tempo, quando c’era sempre qualche negro che ti vendeva le materie prime a due soldi e non c’erano oligopoli sulle commodities, la situazione era questa:

  1. Acquisto di materie prime da lavorare.
  2. Acquisto di tecnologie e di know/how.
  3. Costo locale dell’azienda : manodopera e spese.
  4. Costo di trasporto.
  5. Costo del canale di distribuzione e del marketing/advertising.

Voi direte: cosa significa? Significa semplicemente una cosa: quando funzionava il giochino della svalutazione, l’italia lavorava principalmente in settori a bassa tecnologia, da cui la voce “2” non c’era. Lavorava inoltre in una situazione di multipolio delle materie prime, per cui le materie prime si compravano a prezzi infimi nel terzo mondo.

A quei tempi, le aziende italiane lavoravano principalmente come contoterzisti di aziende straniere, per cui non avevano alcun motivo di costruirsi i canali di distribuzione; peraltro non avevano concorrenti , visto che l’Italia era l’unica nazione occidentale a fare dumping sociale.

Adesso andiamo alla situazione di oggi:

  1. Acquisto di materie prime da lavorare.
  2. Acquisto di tecnologie e di know/how.
  3. Costo locale dell’azienda : manodopera e spese.
  4. Costo di trasporto.
  5. Costo del canale di distribuzione e del marketing/advertising.

Ho scritto in rosso le cose che andrebbero pagate in monete pregiate e che crescerebbero immensamente di costo se come vogliono in tanti l’ Euro svalutasse.

Che cosa e’ cambiato?

  1. Ci sono giganteschi oligopoli nel mondo delle commodities, sia a livello mondiale che a livello europeo. Non piu’ di 300 famiglie gestiscono il 90% delle materie prime del mondo a livello di trading. Non e’ piu’ la domanda a decidere il prezzo, non potete piu’ comprare ai prezzi che volete da paesi cosi’ disperati da accontentarsi di due soldi. I grandi trader, detti “ABCD” in gergo, tengono i prezzi alti a piacere. http://www.econ.yale.edu/seminars/IntTrade/it12/igami-120926.pdf 
  2. Le produzioni a basso contenuto tecnologico stanno scomparendo. Un tempo non era necessario comprare tecnologia, oggi si. Solo che la filiera tecnologica non e’ piu’ in Italia, e una svalutazione costerebbe un aumento di spese a tutte le aziende che acquistano macchinari, know/how e materiali lavorati all’estero.
  3. Manodopera relativamente a basso costo. Si tratta di un vantaggio, ma sarebbe un vantaggio relativo, dal momento che non si potra’ mai svalutare quanto i cinesi, che prima non c’erano, e  si andrebbe ad impattare sui soli stipendi e sul relativo potere di acquisto, dal momento che le spese della persona sono in molta parte provenienti da prodotti stranieri (IT, automobili, elettrodomestici, spese mediche….) e rimangono locali solo per quanto riguarda l’alimentazione e poco piu’.
  4. Costo di trasporto, per la parte italiana. La componente italiana di eventuali costi di trasporto sembrerebbe meno costosa agli stranieri. Ma il trasporto in Italia costa gia’ di piu’ che in altri paesi, quindi sarebbe un cambio poco redditizio e il trasporto non pesa molto sulla spesa finale. Poiche’ i prezzi del carburante sono saliti, il vantaggio e’ gia’ svaporato, si recupererebbe solo quanto perso.
  5. Costo del canale di distribuzione. Rispetto al passato , la competizione globale obbliga ad una distribuzione molto efficace. Un tempo il rappresentante italiano era l’unico a vendere un tale prodotto in una determinata fascia di qualita’, oggi ci sono fior di concorrenti altrettanto agguerriti. Occorre un canale di distribuzione con una presenza di negozi/agenti se si vuole stare sul cliente, occorre una presenza pubblicitaria forte e una continua lotta per tenere alto il nome dell’azienda.

Ora, il problema e’ che su scala globale la bilancia commerciale italiana e’ praticamente in equilibrio, il che significa che una svalutazione otterrebbe piu’ o meno di mantenere l’equilibrio. Ma sul piano MICRO economico, le aziende si vedrebbero diminuire SOLO la componente del prezzo che deriva dalla manodopera, e alla diminuzione di questa componente corrisponderebbe una diminuzione quasi identica del potere d’acquisto sul mercato interno.

Come se non bastasse, c’e’ un altro problema. Se si torna alla lira ANNUNCIANDO che la si vuole svalutare, NESSUNO ne fara’ riserva per la semplice ragione che solo un fesso accetta una moneta nata col preciso intento di svalutarsi ogni volta che serve.

Il risultato e’ che se oggi l’euro e’ almeno accettato come moneta per gli scambi, e’ altamente probabile che la nuova lira non verra’ per niente accettata. Bisognera’ cambiare in altre monete, ovvero servira’ che la banca centrale faccia riserva di monete pregiate.  Pagandole.

In ultimo, c’e’ il problema di un ulteriore sovrapprezzo applicato agli acquisti. Di quanto intendiamo svalutare? Del 10% Oltre ad essere ridicolo, la Lira per dimensione si troverebbe ad oscillare, ed un pagamento a tre mesi soffrirebbe del rischio a 3 mesi . Il che significa che un 3-5% di prezzo ve lo mangia solo il rischio di cambio: chi vi vende aumentera’ i prezzi di tanto, chi compra vorra’ uno sconto del genere.

Vogliamo svalutare del 20%? Solo annunciandolo si produce il blocco dei pagamenti e la richiesta di usare una valuta diversa. Nessuno fara’ mai riserva di una moneta che oscilla cosi’, come oscillerebbe la lira dopo una svalutazione del genere.

Vogliamo andare oltre il 20%, diciamo 30%, 40%. Bene, la moneta che abbiamo coniato rappresenta un rischio tale che nessuno ne fara’ riserva e tutti vorranno lavorare sempre e solo in dollari, con costi di cambio enormi.

Voi direte: e perche’ allora USA e Giappone si stanno infilando in una spirale di svalutazioni? Ci sono due risposte:

  • Credono in teorie economiche obsolete senza applicarvi nessuna critica, per eccesso di accademismo. Se provate a fare obiezioni del genere vi rispondono che al tempo dei romani era cosi’ e le riforme di Dracone hanno funzionato benone. Aha.
  • Sono alla frutta. Obama ha solo 3 anni per riassorbire disoccupazione, e i giapponesi sono in ginocchio per la concorrenza cinese e coreana.

Cosi’, e’ ovvio che giocheranno ogni carta possibile: Enrico Toti lancio’ sul nemico le stampelle, ma oltre as essere un sostanziale povero demente fece anche un gesto piu’ simbolico che altro. Certo, il gangster che pensa che se fa qualcosa di sbagliato e non paga di persona allora ha fatto la cosa giusta potra’ illudersi che una guerra alla svalutazione serva a qualcosa nell’economia globale; la verita’ e’ che in QUESTA economia non serve praticamente a nulla.

Una nazione come la Cina tiene bassa la moneta perche’ fa poco mercato retail, non avete prodotti di brand cinesi nei negozi. Avete prodotti fatti in Cina e distribuiti da altri, che creano e pagano il canale con una moneta forte.

Ma nazioni evolute che hanno bisogno di produrre per il retail non possono svalutare, anzi dovrebbero rivalutare per allargare i confini del fattibile e dell’area commerciale. Oggi una moneta forte colonizza perche’ permette di costruire catene di distribuzione enormi in paesi con monete deboli.

Si tratta di un problema complesso, e come tutti i problemi complessi ha anche piu’ di una faccia:

In generale, la svalutazione conviene a:

  1. Quelle aziende che lavorano per conto di grandi marchi stranieri.
  2. Quelle aziende che non fanno retail.
  3. Quelle aziende che non intendono espandersi sui mercati esteri.
  4. Quelle aziende che producono a bassa tecnologia.

La rivalutazione conviene a:

  1. Quelle aziende che sono un brand conosciuto e hanno catene di distribuzione.
  2. Quelle aziende che fanno retail con la propria logistica.
  3. Quelle aziende che fanno prodotti ad alto contenuto tecnologico.
  4. Quelle aziende che hanno intenzione di espandere i propri mercati.

Cosi’, se svalutate, le prime aziende saranno piu’ forti e le seconde piu’ deboli. Solo che le prime sono quelle che non crescono e non danno lavoro perche’ sono quelle perdenti e soffrono della concorrenza dei paesi che fanno dumping. Si tratta di posti di lavoro le cui condizioni si avvicineranno sempre piu’ a quelle dei cinesi.

Se si vuole l’industria che lavora con tecnologie alte, che si espandono e che non devono subire la concorrenza dei negroidi della situazione, allora svalutare NON conviene. E’ una strategia di breve termine, che non porta da nessuna parte nel lungo termine.

Anzi, se esaminate bene quanto ho scritto, capirete come sia iniziato il declino italiano.

Uriel

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