Il tavernello in cartone come metafora della presenza divina.

Di Uriel Fanelli, 17 settembre 2013

Finisco il discorso sui provinciali per esplorare l’ultima delle loro caratteristiche salienti, ovvero il fatto di elevare minchiatine irrilevanti a ragione di vita, dando (che so io) ad una questione irrilevante tipo “io vivo per il Napoli” (calcio). Non riesco a capire come si possa “vivere per il Napoli” o sostenere che “la Roma e’ una fede”. Quando ero adolescente ci fu la prima grande rimonta del Napoli, e i ragazzi di origine meridionale a Ferrara si sentivano “in dovere di tifare Napoli perche’ secondo loro “rappresentava una metafora storica del riscatto del Sud” (1)
Ora, in che modo un drogato paramalavitoso argentino possa “rappresentare il riscatto del sud” mi sfuggiva, ma il peggio era che si pretendeva che rappresentasse una metafora STORICA . Ammesso di sapere con esattezza cosa sia una “metafora storica”, che diavolo significava? Significava che auspicavano che un drogato argentino diventasse una cosa come il Principe di Machiavelli e si mettesse a lottare per l’indipendenza? Che cosa diavolo significa “il Napoli di Maradona come metafora storica del riscatto del sud?”.
In realta’, col senno di poi, il concetto era abbastanza chiaro: siccome gli altri compagni diciamo “del nord” non avrebbero tifato napoli, il risultato era che il tifo per il Napoli era una specie di cosa “che era soltanto loro”: insomma, serviva come identita’ tribale a buon mercato. E ripeto: a buon mercato, perche’ dopo spieghero’ di che cosa parlo.
Ed e’ proprio questo che genera la personalita’ del provinciale, ovvero la costruzione dell’ Io che avviene basandosi su cazzatine irrilevanti di nessun peso , dovuta principalmente alla mancanza di istanze reali nella societa’ di provincia.
Partiamo dalla costruzione dell’identita’. Siamo in un paesino, e voi siete adolescenti. Per prima cosa dovete stabilire che voi siete voi, e come se non bastasse la mammina italiana vi ha spiegato che siete importanti, speciali, dei pezzi unici e rari, dei capolavori inimitabili, dei fiori che sbocciano ogni cento anni. La prima domanda che vi porrete sara’ questa:
Ma perche’ cazzo nessuno si accorge di tutto questo ben di Dio che sono?
La conclusione e’ , ovviamente, che dovete in qualche modo “farvi notare”, ovvero dovete fare qualcosa di continuamente visibile che  vi distingua dagli altri. Perche’ se siete speciali, come la mamma vi dice, sicuramente prima ancora di essere uguali a voi stessi dovrete essere DIVERSI DAGLI ALTRI. Tuttavia dovete essere dentro il gruppo abbastanza da avere una reputazione, da godere dei risultati di tanta stupendita’ che elargite gratis (e nessuno che vi dica grazie!) , e quindi dovete essere diversi ma dovete anche essere accettati.

Inizia quindi una spasmodica  ricerca dell’interpretazione della moda. La moda in provincia non puo’ essere “cool”. Non puo’ perche’ TUTTO , ogni dettaglio, dovra’ essere evidente, AMPLIFICATO, elevato a motivo di vita. Non basta avere un pizzetto. CHiunque in paese ha un pizzetto, se e’ di moda il pizzetto. Ma IL VOSTRO pizzetto deve vedersi. Cosi’ inizierete ad intagliare una specie di tribale usando la barba, sino ad ottenere un pizzetto che sia unico.

Ora, su scala piu’ grande il fatto che Domenico Scattacippa abbia un ricciolo sul pizzetto e’ un evento assolutamente irrilevante. Ma nella realta’ provinciale, e’ un evento: se entra in gioco la narrabilita’, voi dovrete sperare che si racconti di voi che “siete stati i primi a Sorpona sul Merocchio ad avere un pizzetto cosi’ “. Siete avanti, capito come?

Ora, immaginate che nel periodo in cui andavo alle superiori ci fosse un tizio che faceva politica giovanile. Anzi, ce n’erano diversi gruppi, di cui due nell’ FdG, che (come insegnato da Gianfranco Fini) sostenevano che non fosse mai avvenuto l’olocausto e che le SS erano meglio di Pele’. E gli altri che erano dentro FCGI, e quindi sapevano che cazzo fosse successo in Nicaragua, avevano delle idee sul mondo, sulla liberta’, sulla giustizia, sulla vita e tutto quanto.
Adesso mettetevi nei panni di tutti gli altri. Loro erano speciali. Importanti. Dei pezzi unici e rari, dei capolavori inimitabili. Ma perche’ non facevano mai una raccolta di firme contro la fame nel mondo? La risposta e’ che erano ragazzi “di citta’”, e quindi esisteva l’ FGCI. Ma in provincia tutta la politica giovanile del PCI era un angolo nel circolo ARCI SPIM, quello con il videogioco (Zaxxon per Z80, btw). Fine. Niente petizioni contro la fame, discorsi universali, niente impegno materialmente visibile. Neanche un semplice stare insieme.  Un cazzo di niente.
Cosi’ capite che era necessario fare qualcosa. Cioe’, questi ragazzi politicizzati “erano qualcosa”, capito come? Avevano qualcosa, queste parole, queste riunioni , questi banchetti che facevano, queste raccolte di firme. Stavano insieme e facevano cose. Vedevano persone. E loro, i panozzi, invece cosa facevano? Ciondolavano in piazza a guardare gli stessi culi delle stesse ragazze ogni maledetta sera, di fronte ad una sala giochi ove uno giocava e una fila di persone dietro di lui guardava la sua partita. Wow.
Capite che sostenere di essere speciali, importanti, pezzi unici e rari in queste condizioni e’ difficilotto. Quando fai le stesse stronzate ogni giorno di ogni maledetta settimana di ogni maledetto mese, diventa un problema.Se hai di fronte qualcuno che ha un singolo modo di spendere tempo con qualcun altro facendo qualcosa che abbia senso,  sembrare speciali e’ impossibile. persino i boyscout dell’ AGESCI li facevano sentire inferiori. A ragione.

In provincia, cioe’, e’ difficile riempire la propria vita abbastanza da poter PROVARE di esistere.Se una persona che vive in provincia volesse provare di aver vissuto una vita propria, non avrebbe da mostrare niente piu’ dei propri rifiuti.

Ovviamente esistevano gli escape. Le scuole di calcio, per dire. Un gruppetto andava “a scuola di calcio”. Io stavo in quello che faceva Rugby col pazzo professore catanese. Poi c’erano gli hobbies: c’erano quelli il cui principale obiettivo era di far arrivare un motorino Ciao sino a velocita’ prossime a quelle della luce, e passavano il tempo a parlare di marmitte, spruzzatori del carburatore, pulegge , alesature, rettifiche, elaborazioni. Io ero tra quelli “dei computer e dei videogiochi” , e parte di un “club”.

Ma ancora si tratta di cose che possono impegnare poche persone in una classe, diciamo di 24. Sommando i fanatici del motorino, quelli del computer, quelli del calcio e quelli del rugby e quelli della politica, considerando che c’erano intersezioni tra gli insiemi, si coprivano si e no 8 persone su 24. Che diavolo facevano gli altri 16, i due terzi di noi?

Essi avevano eletto a motivo di vita le uniche cose che vedevano. Passeggiando per una piazza tutto quel che vedi sono negozi di vestiti di provincia, da “Atelier Paola” a “Olimpo della Moda Confezioni SrL”, il culo delle ragazze e i sedili di un bar. Allora, si prendono queste tre irrilevanti minchiate e le si trasforma in uno stile di vita. Arrivo’ cosi’ la moda dei “Paninari”. Per essere umani , tutto quello che serviva era indossare vestiti caratterizzati da un costo enorme, una precisa etichetta di stoffa (detta firma) sopra, e avere una fidanzata, e passare la giornata a mangiare panini. Come vesti, con chi scopi, cosa mangi. I tre paradigmi della provincia italiana.
Si potra’ dire che come requisiti identitari siano abbastanza piccoli, ma se osservate il mondo degli adulti di oggi, tutto sta ancora nell’avere il vestito giusto, una bella fica a fianco, e riempire i ristoranti. (2)
Il meccanismo si evolve in se’ stesso, con persone che nella vita non fanno NULLA se non mangiare, lavorare, avere amici che nel 70% dei casi sono colleghi, sposare una donna con un bel culo, andare al ristorante. In queste condizioni, l’essere umano viene ridotto ad un “tubo digerente che lavora quando e’ vestito e scopa quando non lo e’ “,  quindi la costruzione dell’ identita’ e specialmente della differenza rispetto agli altri e’ DIFFICILISSIMA.

A meno che non si elevino le minchiatine a stile di vita. Quando un italiano di provincia arriva qui, per prima cosa invita fuori una bionda. Ovviamente per prima cosa spara troppo in alto, pensando che col suo vestito, la sua auto, il suo lavoro ed il suo pizzetto non possa che mirare in alto. Ma “mirando in alto”, si trova in media con una persona che ha una vita piuttosto piena. E quando dico piena intendo che sta gente, a quanto vedo, se non ha un’attivita’ extralavoro non sta bene.(Ho conosciuto proprio lo scorso WE alla Jugendfest  una che fa il fabbro per hobby. Non mi chiedete nulla.)

Ora , immaginate il solito tizio che spende in bagno piu’ tempo di Lady Gaga per uscire, si presenta tirato a lucido come non so cosa, e per tutta la sera non sa che cazzo dire. Non sa che cazzo dire perche’ dopo aver parlato di quel che mangia, di come si veste, e della sua auto, che diavolo gli resta? Parliamo di un tubo digerente coperto di vestiti costosi: che altro ha da dire?

Dal punto di vista della bionda modello “ho mirato alto”, che se appartiene ad una classe alta alle superiori era dentro le attivita’ di volontariato della Johanniter e adesso e’ iscritta ad un gruppo di lettura, il tubo digerente benvestito (che non ha idee sociali dal pleistocene e ha letto le prime tre pagine di un libro solo perche’ non esisteva ancora un Ipad con cui darsi delle arie in treno) si trova un pelo a disagio. E dira’ che lei e’ razzista, of course.
Cosi’ la seconda invitata e’ magari sempre bionda, ma viene da una classe sociale piu’ bassa. Che non esime dai rischi: tra gruppi di expat, club di ogni maledetta cosa, circoli, attivita’ di ogni genere, i nostri provinciali rischiano ancora di trovarsi di fronte ad una tizia che annoieranno tutta la sera parlando di vestiti e cibo.
Ora, qui siamo al punto: se sai parlare SOLO di vestiti e cibo, l’unico modo che hai di vivere e’ di ELEVARLI a MOTIVO DI VITA.
Persone che hanno mangiato pasta con la salsa e “fettina” per tutta la gioventu’ scoprono improvvisamente di non poter vivere senza cucina italiana, e specialmente, senza caffe’. Gente che in Italia non aveva mai bevuto caffe’ se non nel caffelatte scopre improvvisamente quanto sia importante che l’ espresso si chiami caffe’ e non espresso, in modo da entrare in un pub tedesco, chiedere un caffe’ , vedersi dare un caffe’, e lamentarsi perche’ non e’ un espresso. Mentre a un metro c’e’ un tizio che ha chiesto un espresso e quindi ha un espresso.
Ma capite bene la differenza: qualcuno ha come “riempitivo” per la vita un club di lettura, la letteratura. Qualcun altro fa il volontario alla Johanniter. Qualcun altro aiuta in uno Jugendzentrum o fa parte di un club di appassionati di viaggi.

E voi avete la purezza del caffe’  espresso come motivo di vita.

LA differenza tra le dimensioni esistenziali e’ ovvia: posso accettare l’idea che una persona trovi se’ stessa nel dibattito di un circolo culturale, posso capire l’idea di trovare un punto fisso nell’aiutare gli anziani al Johanniter o nel fare i volontari per aiutare l’ Ordnungamt a tirare su da terra gli ubriachi il venerdi’ sera. Posso capire un sogno rivoluzionario di tipo politico, con valori come solidarieta’, o come legalita’, o altri valori della politica, compresa la liberta’ . Posso capire il cittadino del mondo che va in ferie e gira il Danubio in bicicletta per sentirsi parte del mondo. Ok, ci sta. Sono visioni cosmologiche che possono fungere da “chiave”  per capire il mondo.
MA che cazzo di identita’ vi costruite passando il tempo a fare i sommelier di pizza (senza peraltro sapere nulla sugli amidi)? Potete capire cosa succede in Siria se siete dei fanatici della liberta’, potete farvi un’opinione della politica USA se andate predicando la meritocrazia o il welfare, ma che diavolo di idea del mondo vi potete fare avendo come paradigma “nella pizza non ci va il gouda ma la mozzarella?”.
La risposta e’ ovvia: avrete la visione del provinciale.
Voglio dire, se chiediamo ad una persona formata in questo modo che cosa sia l’ occidente, che cosa vi rispondera’? In che modo identifichera’ 2000 anni di storia? Vi dira’ che in Occidente le donne possono vestire come vogliono, e mostrare il corpo che vogliono, che non ci sono tutti questi problemi col maiale e la dieta, che puoi trasgredire quanto ti pare, e vi nomineranno tutta una serie di canoni estetici. Ma se esaminate bene questi canoni estetici, scoprirete che corrispondono ancora con quello che il provinciale ha di fronte agli occhi: va in piazza a guardare le donne partendo dai dettagli anatomici (cosa che non potrebbe fare se non fosse in occidente perche’ li’ si coprono), vanno a mangiare in qualche posto del luogo, senza limiti di scelta, e poi ci si veste da occidentali, e tutto quanto. In parole povere, l’occidente , tremina anni di storia e pensiero, viene ridotto a come ti vesti, come parli, come ti piacciono le donne, cosa mangi, ovvero alle attivita’ formative del provinciale.
Il problema e’ che il quotidiano miserabile e vuoto della provincia diventa FORMATIVO.
Se vestirsi, avere una compagna con un bel culo, uscire a mangiare nel posto fico e tutti gli status symbol sono cosi’ fondamentali,  e sono TUTTO, TUTTO il mondo verra’ spiegato in questo modo, e tutto questo NULLA molto dettagliato diventa ragione di vita.
Se parliamo di valori come liberta’, solidarieta’, meritocrazia, giustizia, come sistemi di idee che possono produrre l’identita’ e riempire la visione del mondo, quando parliamo di persone cresciute senza poter esercitare nulla di tutto questo (come attivita’ politiche, sociali, di volontariato, religiose) , andremo a trovare persone che VIVONO per “vestirsi firmato, mangiare, scopare, divertirsi”.
In questo senso, nel vuoto della provincia l’essere umano si amplifica deformandosi fino al grottesco. Ogni singolo dettaglio, da come si pettina a come allaccia le scarpe, diventa fondamentale per ribadire la propria identita’ . Se in citta’ il problema e’ “perche’ mi guardi”, in provincia semmai il problema e’ “perche’ mi IGNORI”. (3)
Nel momento in cui minchiatine insignificanti sono il motivo di vita, il provinciale tenta dapprima di riempirsi la vita con poche e piccole minchiatine. Poi, quando si accorge che non bastano (e si sente ancora inferiore a chi ha qualcosa per riempirsi la vita,) allora non abbandona le minchiatine per qualcosa di piu’ importante, MA AUMENTA IL NUMERO DI MINCHIATINE.

Se osservate il provinciale vestito, sicuramente e’ vestito alla moda. Ogni singolo dettaglio e’ alla moda. E potete giurare che ogni singolo dettaglio , e mi riferisco a gente che passa di fronte allo specchio piu’  tempo di Lady Gaga, e’ stato costruito per ESSERE NOTATO.

Ma quando il nostro eroe si accorge che nessuno e’ disposto a metterlo sul piedistallo perche’ tifa Napoli o perche’ ha il pizzetto con la treccina, egli non si pone nell’ordine di idee che “tifare Napoli o farsi una treccia nel pizzetto non siano sufficienti di per se’ a stare su un piedistallo”: semplicemente tifera’ ancora di piu’ Napoli, girando con un tatuaggio sulla fronte, e mettera’ DUE treccine.

Il provinciale, cioe’, non si accorge che il vuoto non consiste nel numero di dettagli con cui pretende di riempirsi la vita, ma nel fatto che sono, appunto, dettagli: se tutta la tua vita sono ventidue minorati di mente semianalfabeti che inseguono un pallone e una firma su un vestito, il problema non lo risolverai con ventiTRE minorati mentali e DUE firme.

La persona che ha la possibilita’ di riempire la sua vita (con qualcosa  fatto insieme agli altri) trova inoltre un’altra dimensione che il provinciale non trova, che e’ la parte “insieme agli altri”. Il provinciale e’ stato convinto dalla mammina italiana che e’ speciale, importante, un pezzo unico e raro, un capolavoro della creazione, un fiore che sboccia ogni secolo. Tanta stupendita’ non puo’ essere condivisa con gli altri: il provinciale e’ stupendo, LUI. Al limite ha una compagnia, ma sia chiaro che si tratta di un gruppo di lupi solitari, e non di un vero e prioprio luogo di unione o comunita’.
Il provinciale indossa il vestito, e OGNI COSA che produce la sua identita’ e’ INDIVIDUALE. In alternativa, quando si unisce alla compagnia, diventa gregario e scompare completamente (visto che tutti fanno le stesse minchiatine, seguono le stesse mode, hanno lo stesso pizzetto e hanno fidanzate identiche (4) ) nel gruppo. Non e’ MAI parte di una comunita’.
Cosi’, se anche il nostro eroe ha l’hobby dei computer, non fa parte di un computer club. Ce l’ha LUI. Se fa sport, egli non e’ iscritto ad un club, che magari una volta partecipa che so io ad una iniziativa di beneficenza, o fa qualcosa di riconoscibile socialmente. No, LUI va a giocare CON amici, e finita li’. Consumatore di campi di calcetto in affitto, nulla piu’. Se anche e’ religioso, lo fa scassando la minchia di continuo coi valori cristiani, ma tranquilli che non lo vedrete mai a fare il volontario in un gruppo.
Se adesso prendiamo tutta la sua esistenza e ne riconosciamo i paradigmi panozzi (come ti vesti, cosa/dove mangi, quanto e’ figa la tua morosa, che gadget possiedi) e pensiamo che egli e’ CRESCIUTO senza mai fare altro
Possiamo riassumere che il provinciale cresce in un ambiente sterile ove non ha a disposizione, per formare se’ stesso, niente se non se’ stesso ed amici identici a lui.  Di conseguenza, il suo modello di sviluppo interiore consiste nello sviluppare solipsisticamente OGNI dettaglio della propria esteriorita’, per soddisfare narrabilita’ e credibilita’, ma nel suo processo di crescita non c’e’ MAI il momento in cui fa qualcosa INSIEME ad altri senza essere al centro dell’attenzione, bensi’ parte di un’azione collettiva.
Quando il provinciale si trova di fronte qualcuno che FA altre cose, il suo senso di inferiorita’ realizza immediatamente che (per quanti monili pederastici indossi) un tizio che ogni settimana passa un pomeriggio  in un club di recitazione  ad imparare il teatro cinese ha qualcosa in piu’ di lui.
Tempo fa, in Italia, avevo una collega che scoprii essere “abilitata al defibrillatore”. Forse oggi i defibrillatori sono diversi, perche’ all’epoca bisognava avere fatto una serie di corsi. Poi andava alle riunioni della protezione civile, ogni tot tempo, riunioni che dopo aver parlato di cose serie finivano in baldoria, e si era fatta delle amiche dentro lo stesso circolo. Niente di che, ma questo basto’ a mandare su tutte le furie i benvestiti provinciali della squadra: nessuno dei loro vestiti e dei loro atteggiamenti era all’altezza di riempire loro la vita in questo modo. La ragazza subi’ per tutto il tempo assalti verbali di gente che la accusava di “avere la scusa per non fare straordinari”, dicendo che quella “era una scelta sua che non poteva cadere sulla squadra”, che “a quelle cose ci dovrebbe pensare lo stato”, e tutte altre cazzate, al preciso scopo di falciarla.
Ho conosciuto qui una simpatica consulente  che pur essendo italiana ha lavorato in Grecia e ha come hobby la danza tradizionale greca. Qualsiasi cosa sia la danza tradizionale greca , ovviamente questo le offre molti amici greci. Gli italiani che le stanno attorno reagiscono pero’ in maniera diversa rispetto agli altri di 27 nazioni: mentre per gli stranieri lei diventa interessante, per gli italiani… e’ come se commettesse il reato di essere piu’ interessante di loro. Devi proprio farlo? Ma perche’, poi, danza tradizionale greca? Se volevi farti notare ci sei riuscita. In realta’, come spende le serate sono tutti cazzi suoi ma dal punto di vista di un tubo digerente sessuato e coperto di monili pederastici, persino questa e’ una cima inarrivabile.
Ho visto , anni ed anni fa, lo stesso meccanismo su un newsgroup religioso. I cattolici integralisti di provincia erano tutti pieni di parole che ogni due per tre testimoniavano e ribadivano la loro appartenenza alla chiesa cattolica. Ogni tre parole essi ribadivano di essere cristiani, parlavano di politica solo premettendo di essere cattolici, citavano il vangelo ogni due per tre, ed insomma erano stracolmi di dettagli cattolici quanto un provinciale passa il tempo a scolpirsi le basette.
Peccato che nel forum ci fosse una persona che aveva fatto volontariato coi drogati in una associazione cattolica. Penserete che , essendo cosi’ squisitamente attivita’ cattolica, ella fosse la benvenuta se non la beniamina, quando non l’esempio da seguire. Sbagliate. Era la piu’ odiata: era la piu’ odiata perche’ essenzialmente il fatto di andare oltre al dettaglio e all’esibizione del dettaglio rendeva chiara la consistenza degli altri cattolici: “oltre il dettaglio, niente”.
Analogamente vedo il provinciale italiano come vedo il bistro’ italiano all’estero. Se entrate  , trovate tovaglie a quadri rosse e bianche (mai usate in Italia, almeno non ne ho mai viste), sculture e quadri italianeggianti, cibi col nome “Il bistecco arrostata di Mamma Tinna” , vi dicono che per avere il tavolo dovete “avere un termino”(5). Se siete italiani, pero’, entrano nel panico: sanno che voi andate OLTRE tutte le minchiatine di dettaglio che vi possono gettare come fumo negli occhi, e vi aspettate di mangiare italiano. E magari di parlare italiano e non tedescalabro.

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Questo ristorante di Colonia ha preso D’Annunzio troppo sul serio, non trovate?
C’e’ una signora italo tedesca, qui, che sta portando a Düsseldorf la cucina italiana. Ma “la cucina italiana” significa che questa persona gira  ogni mese una regione italiana col suo furgone, compra specialita’ regionali, torna in Germania e  fa iniziative come accordarsi con una libreria e fare un’asta di salumi, formaggi e LIBRI (normalmente successi italiani tradotti in tedesco), asta della durata di un sabato sera. Ovviamente i libri devono parlare (o essere ambientati, o avere un autore originario del luogo)  della stessa zona da cui ha comprato il cibo.

Penserete che questa sia la beniamina degli expat italiani in NRW, e invece no. E’ odiata, la accusano di essere “mezza tedesca”, e ovviamente, non sia mai che i “Ciambudelli” (la scorsa volta era la cucina marchigiana) siano cucina italiana. Chi li ha mai sentiti?  (intendo, il calabria?).La cucina italiana e’ pasta&pizza!

Quando avete vissuto per 30 anni facendo credere che  ragu’ alla bolognese sia macinato che affoga nella passata di pomodoro, che la pasta al forno meridionale sia “una lasagna”, che quella roba uscita dal forno sia pizza, e che gli italiani mangino solo e sempre quello, perche’ e’ l’unica cosa che sapete cucinare, di fronte ad un semplice brasato al barolo vi troverete spiazzati. I vostri dettagli non possono reggere alla sostanza.
Cosi’, finisco dicendo questo: il provinciale NON VIVE in Italia, non vive in nessuna nazione. Vive in un luogo vuoto ove non fara’ niente che non sia nutrirsi, scopare e vestirsi, cose che “riempiranno” la sua vita, e che saranno TUTTO quel che pensa o sa. Quando si accorge che queste tre cose non bastano a spiegare il mondo che lo circonda, aumenta il dettaglio con cui esprime il mangiare, lo scopare, il vestirsi. Poi si accorge che ancora non basta, e aggiunge (o amplifica) ancora tutti i dettagli fino a rendersi grottesco.
Egli si trova a vivere un gigantesco complesso di inferiorita’ nel realizzare di continuo che i suoi insignificanti dettagli, dalla tifoseria per la Roma al vestito firmato, non competono con chi ha avuto una formazione piena – e sociale – della personalita’. Applaude sempre nel sapere che il tale appassionato di viaggi e’ morto , perche’ “se restava a casa (come lui) adesso era vivo”, e ovviamente “vogliono farsi vedere (e ci riescono ) facendo ste cose pericolose, ben gli sta”. Egli  vorrebbe che chiunque si metta a leggere tanti libri muoia per non trovarsi a parlare di libri che NON legge, (ma purtroppo la lettura non e’ un’attivita’ pericolosa), e in generale odia e disprezza chiunque abbia una formazione personale che NON sia fatta di minime minchiate amplificate.

Ho fatto l’esempio di emigrati italiani che ci tengono all’identita’ (ma appaiono ridicoli) non per caso: il provinciale italiano e’ distante dall’ Italia quanto e piu’ degli immigrati, parliamo di uno che vi dice che l’italia deve vivere di turismo ma in ferie va SOLO al mare; di certo se e’ stato a Firenze e’ stata la scuola. Le citta’ d’arte italiani gli italiani le citano quando parlano di politica e “si potrebbe vivere di arte”, ma poi le visitano solo gli stranieri. Di tutta la cultura italiana e occidentale (che il provinciale pensa di rappresentare e difendere dai malvagi immigrati) , lui ne conosce spesso meno degli immigrati stessi.

Lui vi dira’ che e’ e’ scandaloso che nel mondo islamico le donne siano trattate male, perche’ lui difende la cultura occidentale e le donne devono avere la parita’, ma chiedetegli qualcosa dell’illuminismo e vi casca dalle nuvole. Cosa difende lui? Il diritto delle donne del suo paese di sculettare contro il malvagyo burka che copre tutto. Nient’altro.

In questo senso, cioe’, il provinciale e’ uno straniero ANCHE  in casa propria, perche’ vive in quell’angolo di vuoto che si chiama provincia, dal quale non ha neanche la possibilita’ di accedere alla sostanza, e tenta di rimediare amplificando i dettagli.

Per questo, elegge ogni minchiatina a motivo di vita.

Uriel

(1) Uno di loro lo scrisse davvero in un tema da compito in classe.

(2) In un certo senso, Berlusconi e’ il Sommo Profeta dei Paninari Adulti.

(3) Si, la descrizione della provincia italiana coincide con quella del jet set inglese. Questo e’ il motivo per cui tutti i provinciali italiani amano Londra. (non tutti gli italiani che la amano sono provinciali, ma ci mettete un secondo a distinguere chi la ama perche’ e’ uguale all’ Italia e chi la ama perche’ e’ diversa).

(4) In provincia le donne hanno un nome solo per evitare di sbagliare fidanzata alla fine di una cena tra amici , ormai. Se per caso vi scordate come sia vestita oggi la vostra morosa, davvero rischiate di tornare a casa con quella di un altro, tanto la donna e’ ormai omologata fisicamente.

(5) Non si tratta di un piccolo termosifone. “Termin” (con l’accento sulla i ) e’ la parola tedesca per appuntamento. Da cui, Einen termin haben diventa “avere un termino”.

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