Il perche’ di un Gramellini.

Di Uriel Fanelli, 11 novembre 2013

Sembra che il dibattito per la furia algoritmoclasta di Gramellini sia ancora piuttosto forte, se molti mi chiedono per quale ragione si sia arrivati ad avere cosi’ tanti “Gramellini” ovunque. Gramellini non e’ in cattiva compagnia, esiste tutta una serie di umanisti “diversamente logici” sparsa ovunque, motivo per cui non e’ che cambi tanto se le stesse fesserie le scrive lui, o Sofri, o altri. La mia prima reazione e’ stata: “proponete a quel tizio un algoritmo che riconosca gli algoritmi e li spenga, tanto lui non sa nulla di Turing, e fatevelo pagare bene“.

Invece il dibattito e’ andato avanti, e oggi sono alla rispondere alla domanda “come mai ci sono cosi’ tanti Gramellini in giro per ogni giornale, universita’ , talk show, eccetera”. La domanda e’ un pochino simile a quella “come mai si scrivono cosi’ tanti libri di merda in Italia”, e la ragione puo’ essere trovata in una particolare dinamica sociale, situata tra il 1968 e il 1977.

Il 1968 aveva semplicemente rifiutato ogni sapere strutturato ed accademico, contestando una meritocrazia basata sulla fatica pura , e seminando nelle masse (all’epoca ignoranti e non ancora alfabetizzate) l’idea che gli intellettuali accademici e in generale i grandi intellettuali e scienziati, essendo cosi’ noiosi, mancassero della necessaria gioiosa fantasia  con la quale i figli dei fiori puzzavano cosi’ felicemente.

In questo periodo, tutta una generazione di pop-star aveva lavorato al solo scopo di convincere il “popolino” (che all’epoca meritava vastamente questa definizione essendo orgogliosamente analfabeta) che il professore valesse poco perche’ , sebbene avesse studiato e faticato molto, nel farlo aveva perso il contatto con la realta’, ed era quindi un inutile idiota da non ascoltare. Un “matusa”, un vecchio stronzo chiuso dentro il suo chiostro.

Esisteva un fondo di ragione nella ribellione “we don’t need your education“, dovuto al fatto che i metodi pedagogici del tempo erano improntati ad un esercizio sadico ed autoritario della posizione di docente. Esisteva un catastrofico fondo di TORTO in questa posizione quando pero’ si ricorda che la scuola italiana non era la scuola anglosassone dei ragazzi puniti a frustate e costretti a raccogliere lumache mannare nel Rio Grande: in Italia la scuola era piuttosto formante, le punizioni corporali NON erano piu’ legali da tempo (mentre lo erano ancora in Inghilterra) ,  e persone come la Montessori non erano parte della cultura italiana per caso.

Ma tant’e’ , loro dovevano dire quello che era di moda dire in USA e UK, e lo dissero anche in Italia, per quanto poco senso avesse. Si ribellavano in Italia , contro il sadismo e all’arretratezza della scuola anglosassone. Per pura ignoranza, visto che spesso questi ribelli erano proprio coloro che a scuola non ci erano mai andati. Non dico che la scuola italiana fosse un paradiso: semplicemente nel mondo anglosassone il professore era spesso un pazzo sadico con forti manie di onnipotenza.

Il messaggio passato ad una generazione di ignoranti da poco venuti dalla campagna per fare gli operai nelle nuove fabbriche era:

  • La cultura e’ noiosa.
  • Gli intellettuali sono noiosi , sconnessi dalla realta’ e disprezzano ogni ragionamento utile o pratico.
  • Gli scienziati sono dei pazzi senza fantasia che parlano in tetesken e distruggono il mondo.
con questa “preghierina della sera”, il movimento sessantottino diede la propria “assoluzione” alle masse di analfabeti e di orgogliosi ignoranti che popolavano le nuove citta’ industriali italiane. Essi non dovevano piu’ sentirsi inferiori a chi “aveva scuola e parlava difficile”, perche’ loro avevano una non meglio identificata “fantasia”( unita ad una non meglio specificata “bonta” della tradizione enunciata da Pasolini, che notoriamente chiamava “buono” quel ragazzino di campagna cosi’ povero da fargli un pompino per due lire.(1)) .

Con il 1977, la parola “emancipazione” ando’ di moda.  Improvvisamente, dopo anni a propagandare la beata ignoranza, i compagni si accorsero che le masse operaie dovevano emanciparsi.  Sfortunatamente, pero’, le masse avevano un’idea di cultura che si discostava completamente dalla realta’: mancavano la gioia, la risata , il divertimento, che secondo i sessantottini non potevano esistere senza woodstock e senza droga, o al limite senza la “nobilitazione” dell’impegno politico.

Cosi’, una volta ricevuto dal PCI l’ordine di emanciparsi, le masse si comportarono di conseguenza, creando improvvisamente quella che oggi si chiamerebbe una “distorsione della domanda”. La cultura italiana del periodo veniva dai periodi gioiosi e peccaminosi della “bella vita”, e non aveva granche’ da imparare da questi figli dei fiori (o da questi rivoluzionari) riguardo a trasgressione o a divertimento.

Ma gli ignoranti avevano imposto a suon di urla la loro idea di cultura. E nell’idea degli ignoranti, la cultura era noiosa, noiosa quanto loro si erano annoiati nei pochi anni passati sui banchi.

Cosi’, milioni di militanti del PCI entrarono per la prima volta in vita loro dentro una libreria, e dissero:

“Devo farmi una cultura. MI DIA IL LIBRO PIU’ NOIOSO CHE HA”.

Anche se la frase non era esattamente questa, questa era l’idea che sottintendeva. CHi entrava in libreria per “emanciparsi”, chi “leggeva per diventare intelligente”, aveva ereditato dal proprio passato di ignorante quest’idea della cultura: una cosa noiosa. E quindi, per farsi una cultura, occorreva  diventare noiosi leggendo SOLO i libri piu’ noiosi in circolazione.

Questa era l’idea di cultura che gli ignoranti avevano: le risate, il divertimento, cose come il cabaret, o il teatro, avevano senso solo se noiose. La grassa risata , il divertimento sguaiato, prima cosi’ comuni tra i ceti colti,  erano per loro appannaggio dei poveri, qualcosa che avrebbero dovuto abbandonare per diventare colti, o al limite trasformare nella maniera di Dario Fo, ovvero qualcosa che esisteva solo se politicamente impegnato. L’impegno politico avrebbe cosi’ nobilitato qualcosa , la risata, che non era ne’ colta ne’ intelligente nella visione post-ignorante dell’ emancipando italiano.

Questo ovviamente distorse il mercato dei libri: delle opere come “Il Maestro e Margherita” (che solo un docente di slavistica puo’ dire di capire davvero) divennero delle letture abituali (o almeno, delle presenze abituali nelle librerie di casa) , porcherie come il Libretto di Mao (una specie di Calendario di Frate Indovino con involtini primavera ed un sacco di pagine in piu’) divennero un must, e qualsiasi cosa fosse noiosa , apparentemente esotica e cervellotica divenne di moda. Distorcendo irrimediabilmente un mercato culturale che era uscito dagli anni ’60 in maniera dignitosa.

Lo stesso avvenne per i cosiddetti “intellettuali”. La visione che le masse avevano di un Intellettuale era quella di un farlocco inutile che disprezzava qualsiasi ragionamento avesse una soluzione concreta e/o pratica, chiuso nel proprio chiostro,  perso in una continua recriminazione contro la modernita’ , dipinta come un pericoloso balzo in avanti , foriera di pericoli,  distruttiva nei confronti dei valori.

Questa domanda di intellettuali stupidi , inutili e inconcludenti era dovuta al fatto che questa era la visione che ne avevano gli italiani appena usciti dalla campagna: un robustissimo logico come Bertrand Russell , capace di esaminare (e risolvere) problemi concreti, era impensabile per questo italiano. Questo ex contadino si presentava come consumatore di un intellettuale inetto, completamente dedicato a discorsi (e ragionamenti) privi di fine pratico e privi di connessione col senso comune.

Ovviamente, sia la TV che le case editrici, che i giornali reagirono seguendo la domanda. Ai robusti intellettuali che prima scrivevano sui giornali ed apparivano in pubblico vennero sostituiti d’ufficio gli intellettuali piu’ graditi al pubblico: gente che discettava di questioni cosi’ astratte ed incomprensibili da suscitare noia e compatimento, noia e compatimento che erano il certificato di autenticita’ dell’intellettuale.

Come fecero per il libri, le masse post-sessantottine chiesero a gran voce di ascoltare gli intellettuali, e lo dissero cosi’:

Vogliamo emanciparci! Vogliamo ascoltare il parere dei VERI, NOIOSI Intellettuali: si riempiano i giornali e la TV di CAZZATE ROMANTICHE SENZA SENSO.

Questa era l’idea che l’ignorante aveva dell’intellettuale umanista, ovvero di un cretino che sparava cazzate senza senso annoiando il pubblico, e questo i giornali e la tv diedero al mercato. E i risultati li vedete oggi, nella caccia agli algoritmi.

Ma anche al mondo scientifico questa cosa non giovo’ moltissimo. L’opinione che l’italiano ignorante aveva degli scienziati era molto semplice:

lo scienziato innanzitutto faceva cose difficili. Difficili da studiare, da imparare, lo scoglio principale lungo il corso di studi. Perche’ se greco e latino erano tutto sommato mnemonici, e potevano essere imparati alla stregua di preghiere, pensare , trarre conclusioni sicure da dati certi era considerato presunzione. L’idea della scienza era che CHIUNQUE, anche senza essere un prete o un “maestro” proposto dal partito, poteva arrivare a conclusioni certe, o almeno molto robuste, usando il PROPRIO cervello e dei dati certi, e questa hýbris era vista come un peccato di presunzione.
Una scienza che dovesse mettere la persona qualsiasi nelle condizioni di avere opinioni forti, e di avere dei fatti robusti, e di contraddire il vecchio sapere contadino e religioso, era ipso facto  una fucina di pazzi, il cui prodotto era lo scienziato, un pazzo che giocava con cose piu’ grandi di lui , rischiando di produrre catastrofi perche’ manipolava forze immani e sconosciute, che i vecchi e i preti consigliavano di lasciare al loro posto, essendo manifestazioni divine o diaboliche, in ogni caso sovrumane.
Quando la scienza inizia ad assalire una natura prima vista come sovrumana, riducendola prima in termini umani e poi arrivando a minacciare la natura con l’industria, lo scienziato assume nella visione degli ignoranti la forma definitiva: il pazzo nazista che mediante strumenti orribili e terrificanti gioca con forze che dovrebbero essere lasciate in pace, perche’ evocano il gatto nero, e si sa, col gatto nero non si scherza. Lo diceva anche il nonno pecoraio, che metteva la croce come firma, e visse felice sino a 98 anni. (e mori’ con il sorriso tipico della morte per tisi, “curata” da una guaritrice  locale impiccando una civetta sull’uscio).
Forti di questo, l’idea era che la scienza fosse una cosa che ipso facto rendeva aridi, malvagi, insensibili. Persi tra macchine prodigiose (ma comunque prive di sentimenti, come gli scienziati, prova a fortiori della tesi) e numeri e formule , gli scienziati erano visti come iniziati ad un percorso faticosissimo e per forza di cose disumanizzante.
Quando le masse, per poter vivere con l’industrializzazione in corso, chiesero il sapere scientifico, la domanda venne fatta in questo modo:

Si prendano i nostri figli, li si torturi di fatica e compiti di matematica, li si mutili di ogni creativita’, li si trasformi in fredde macchine che parlano per numeri( e preferibilmente parlino in tedesco maccheronico, costruiscano macchine orribili per distruggere il pianeta,  diano vita a mostri che rapiscono fanciulle).

Questa, e non la dialettica di Benedetto Croce, e’ stata la catastrofe culturale che ha prodotto i Gramellini: prima si e’ seminata tra le masse un’idea distorta di cultura, e con essa un’idea distorta di scienza. L’intento era di mortificare e disprezzare entrambe, per assolvere l’ignoranza e farne un punto di vista legittimo.

Poi, si e’ ordinato ai compagni un retro-front, chiedendo loro di procurarsi la noiosa cultura, inutile sapere e l’orribile scienza, e tanto hanno fatto i contadini ignoranti del periodo. Distorcendo il mercato con una domanda delirante quanto stupida, e costringendolo a produrre quel che pensavano di volere: noiosa cultura, inutile sapere ed orribile scienza.

Gramellini, come tanti altri, e’ figlio di questo processo. Tirare in ballo Croce, Gentile e compagnia bella serve a poco, e’ come accusare il bisnonno se nostra cugina e’ un pochino mignotta: il problema e’ nostra cugina, o al massimo la relativa madre, il bisnonno c’entra poco.

Lasciate perdere Benedetto Croce, che in questo disastro c’entra poco. I colpevoli di tutto questo , semmai, sono coloro che hanno chiesto alle masse di emanciparsi, senza prima mostrare loro cosa volesse dire.

Uriel
 (1) Il resto della vicenda di Pasolini lo trovate in biblioteca, alla voce “Darwin”.
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