Salotti 2.0

Ho sempre pensato che i salotti fossero una velleita’ piccolo/borghese, ovvero una velleita’ tipica dei nuovi ricchi, incentrati sull’imitazione degli ambienti esclusivi e dei circoli dei nobili. E credevo che fossero essenzialmente inutili , almeno sul piano puramente sociale. Dopo aver “diretto” con la stessa logica di un “salotto” il forum del blog, sto iniziando a ricredermi. Racconto la mia esperienza.

L’infrastruttura.
Avevo da gestire un sito con troppe letture – almeno rispetto al tempo che potevo dedicargli – e mi rendevo conto che anche usando un sistema abbastanza sofisticato come Disqus, o come IntenseDebate, il tempo necessario a tenere in ordine il dibattito ed impedire che questo blog diventasse una discarica di sciroccati tipo “La Chiesa Uccide con l’ Onda” ( http://it.wikipedia.org/wiki/C.T. ) , come e’ successo per esempio al blog di Grillo.
Mi serviva quindi qualcosa la cui gestione non dipendesse dal numero di persone che VOLEVANO postare, ma al numero di persone che io abilitavo a postare. Usando Disqus potevo settare i messaggi ad essere moderati, ma questo metteva tutti gli utenti sullo stesso piano.
Ricordai cosi’ i primi tempi di Internet, cioe’ le mailing list.
Per prima cosa, occorre iscrivervi. Se non siete iscritti ad una mailing list chiusa, semplicemente non potete fare nulla, nemmeno proporre un messaggio alla coda di moderazione. Il che eliminava i vari fanatici (colpisci e scappa), i troll, e gli avvelenatori di professione, come gli sbirri e gli sbirroidi, nonche’ le truppe cammellate dei vari partiti.
Ma fare spoofing degli indirizzi e’ possibile, anche se google usa bene i record SPF per evitarlo. Cosi’ i messaggi sono moderati, tranne per alcune persone che hanno dimostrato di essere intelligenti, ed i cui ISP hanno record SPF.
Rimane una specie di limbo , di persone che hanno chiesto l’iscrizione ma, come succedeva alle vecchie mailing list, stavano in lurking. Puo’ succedere che qualche volta postino, ma in questo caso vanno nella coda di moderazione. Questo riduce la dimensione della coda di moderazione.
Cosi’, eliminata la massa che colpisce e scappa, quelli che io paragono ai writer che imbrattano i muri la notte (1), che non affronteranno mai il processo di iscrizione(2), rimangono quelli piu’ sofisticati: quelli che lavorano per le segreterie dei partiti, per mediaset, i fanatici di Grillo, che si iscriveranno certo, ma finiranno nello stato di “moderati”. In questo modo, se anche inviassero il loro delirio, lo fermerei. Peraltro, nell’interfaccia di moderazione di Google ci sono due tasti utilissimi: uno e’ quello che dice “fai passare questo e tutto quanto segue”, e l’altro e'”blocca questo ed espelli il tizio dalla lista”. Insomma, potete far passare il singolo messaggio o decidere che l’utente e’ ok, oppure se riconoscete un fanatico di qualche tipo, potete cassare messaggio e utente con un solo click.
Poi c’e’ la terza fase, quella di benvenuto, che io definisco “challenge of assumptions”. Per quanto si sforzi , una persona immersa nel mainstream ha una serie incredibile di pregiudizi stupidi che si porta appresso. In genere nascoste dietro a parole inglesi che poi alla fine diventano un linguaggio occulto, cioe’ mi parlano di magia (z.b: un “watermark” in un file di testo” : quale potenza magica si attribuisce alla parola “watermark”? )  , oppure altre cose.
In genere il mio metodo consiste in una doccia fredda che costringe la persona ad esaminare i fondamenti del suo pensiero, tutte le frasi senza senso che ha imparato ad accettare per abitudine (z.b ” poveri ma felici”, “decrescita” , etc) senza mai andare a svilupparne i concetti dentro un sistema fisico reale.
Dopo il primo duro scontro, chi non e’ un narcisista convinto o un idealista assoluto (z.b: gli idealisti progressisti mi garbano, ma spiegare che dalla stessa scuola passino Einstein e Bossi, e che quindi non si puo’ pensare che la scuola cambi i processi cognitivi , e’ impossibile. ) in genere inizia  a capire di trovarsi in un ambiente diverso dal solito, ove pensare prima di scrivere.
E siccome la differenza tra una miserabile bestia ed un essere umano e’ che l’essere umano inserisce un momento di raziocinio tra lo stimolo di fare ( ripetere a pappagallo cose sentite in TV ) e l’atto di fare (scriverle su un blog) , diciamo che questo garantisce un’altissima percentuale di esseri umani nella mailing list.
La massa critica.
Inizialmente, mi trovavo ad essere il mattatore ed il conduttore della lista, in un modo che ricorda molto le trasmissioni televisive. Questo era dovuto ad una mancanza di massa critica, ovvero al fatto che moltissimi di quelli che si erano iscritti si erano iscritti pensando che si trattasse di una cosa come quella di Grillo, o una specie di Disqus, e non avevano capito bene di cosa si trattasse. Quando hanno scoperto che era impossibile fare danni o agire da guastatori, si sono messi in silenzio.
Ci e’ voluto un pochino di tempo prima che si facesse massa critica, ovvero che ci fosse una situazione per cui molti messaggi risultassero interessanti per altre persone, che si creassero dei gruppi contraddistinti da interessi analoghi, e quindi si creasse la situazione per la quale non serve piu’ il mattatore, o il conduttore televisivo.
A fare questo, pero’, e’ stato il meccanismo della cooptazione, cosi’ come il meccanismo della condivisione di link su diversi social network. Tuttavia, ad un certo punto mi sono reso conto che meccanismi come Facebook e Twitter erano dannosi alla creazione di un bell’ambiente.
Me ne sono accorto perche’ mi sono accorto che alcuni volevano piazzare qui gli stessi commenti che leggete su Facebook, con la stessa orribile miseria umana, la stessa cattiveria ingiustificabile per gli altri.
Insomma, mi sono accorto che se le due regole di base per la permanenza in un salotto sono:
  • Parla solo se hai qualcosa da dire.
  • Renditi amabile e non essere un problema per gli altri.

 

Da fuori stavano venendo elementi il cui scopo nella vita e’ dimostrare di esistere provocando negli altri questa sensazione:
ovvero personaggi che hanno l’intenzione di distruggere ogni tentativo di socialita’.
Cosi’, una volta raggiunta una massa critica di persone che comprendono come ne’ io ne’ altri abbiamo il dovere di sopportare persone che deliberatamente decidono di essere un problema, il discorso si e’ stabilizzato.
Nelle discussioni su twitter e su facebook ho visto solo una cosa: il fallimento delle rivoluzioni dal basso come quella comunista, se confrontata col successo delle rivoluzioni elitarie come quella francese, ho visto l’equivalente internettiano dei porcili puzzolenti che sono le comunita’ anarchiche, che degradano facilmente in merdai , sempre per via della loro volonta’ disperata di accettare chiunque.
Il “social” e’ , essenzialmente, una merda nella misura in cui si crede che si riferisca alla massa, cioe’ a quei gruppi di umani che si caratterizzano dalla tendenza a dividersi in due fazioni di fanatici su ogni argomento. Non ha senso andare su un social network per sopportare tutti quelli cui non concedereste un minuto di attenzione nella vita reale.
Il risultato.
Mi sono reso conto, negli ultimi tempi, dello scopo dei salotti di un tempo. Essi si proponevano di far sentire meno sole le persone che avevano degli interessi, contro “tutti”, ovvero coloro per i quali il non conoscere qualcosa coincide con la sua non esistenza.
Quando per esempio ho postato sui distretti economici, mi riferivo a cose che avevo letto io. Le contestazioni del tipo “io non ne ho mai sentito parlare quindi non esistono”, che sono l’acme del pensiero provinciale, mi hanno fatto incazzare nella misura in cui odio quel pensiero, ma ha ottenuto di aumentare il senso di solitudine. Possibile che solo io avessi letto le statistiche pubblicate dalla commissione europea? O che solo io avessi letto dei distretti europei?
In verita’ no, e ad un certo punto altre persone hanno postato in lista altri link che parlavano dei distretti economici e produttivi. Il fatto che io NON avessi mai visto quei links faceva si’ che da un lato potevo confrontare le mie conclusioni con altre, ma dall’altro ha rotto il senso di solitudine: no , non ero io il solo ad aver letto dei distretti.
Perche’ il modo di fare del “dio tutti” e’ proprio questo: quando si sentono superati, i mediocri provinciali reagiscono facendoti sentire come se tu fossi il solo a pensare queste cose stravaganti, tipo che puoi anche leggere qualcosa che non si trova sul Carlino, e quindi ti dicono “hai visto? Sei il solo che lo dice. Tutti pensano diversamente. E’ per questo che sei solo”.
E’ un pochino quello che succede quando una ragazza che viene violentata pretende che la colpa sia dello stupratore, e le altre donne le dicono “ma se tu fossi rimasta a casa come tutte le altre brave ragazze, se non avessi voluto essere li’ in quel momento… sei la sola a comportarti cosi’, e per questo…” la tecnica consiste nel cercare le colpe delle vittime, la colpa dell’escluso, che si e’ escluso di proposito in modo da potergli snocciolare le sue colpe, che avrebbero portato all’esclusione.
E’ come se il “dio tutti” costruisse un mondo in cui e’ la pena a provare la colpevolezza: sei in galera? Allora hai ucciso. Ti hanno stuprata? Allora hai fatto qualcosa da puttana. Sei isolato, solo, preso in giro? Allora sei stupido, sei TU l’ignorante.
Ecco, quando ho capito questo, e ho capito di non essere stato il solo a leggere dei distretti, e’ come se il dio tutti , o almeno il suo totem, si fosse sgretolato di fronte a me. Riesco a capire le nuove classi borghesi nel 700 ed 800 , e il loro bisogno di salotti. Un borghese che volesse crescere culturalmente poteva anche leggere libri a casa, o dipingere, ma sarebbe stato quello strano, circondato da un lumpenproletariat che non avrebbe mai accettato di essere stato superato.
Solo costruendo il salotto, una socialita’ diversa, chi aveva letto un libro in piu’ poteva sentirsi meno solo, sentire che non sapeva qualcosa che “lo dici solo tu”, o qualcosa che “nessuno ne ha mai sentito parlare, saranno stronzate” o qualcosa che “tutti la pensano diversamente”. Questo e’ il punto: improvvisamente ho capito il perche’.
Non era una velleita’. Era un bisogno. Era il bisogno di sfuggire alle spire di una piovra, un dio che si chiamava “tutti”, per il quale chiunque volesse capire o pensare di piu’ del solito.
Poi, c’era anche una seconda cosa: il vantaggio.
Non so quanti libri siano ormai passati sulla mailing list, e non so quanti link interessanti. Non so quanto tempo avro’ per leggerli , di un paio mi sono annotato il titolo, ma questo non e’ il punto: il punto e’ che se per esempio torniamo al discorso dei distretti, almeno un sito sui distretti e’ interessantissimo e ha un interessante sistema di statistiche da cui prendere dati e capire nuove cose.
Quindi, specialmente in un mondo caratterizzato dal buzz, dal rumore bianco che caratterizza ogni cosa e la rende inutile, avere delle fonti di buona qualita’ e’ un guadagno enorme. Era un guadagno enorme per i primi borghesi, cui non era facile trovare nomi, autori, libri, stimoli interessanti.
Oggi c’e’ tutta Internet a disposizione, ma soltanto la possbilita’ di avere fonti di  buona qualita’ e’ un vantaggio enorme. Insomma, c’e’ anche un guadagno.
Ho realizzato quindi come, anche se parliamo di social e di web 2.0, dopo un pochino emerge comunque la necessita’ di sollevarsi dal mare magnum , sia da quello del lumpenproletariat che da quello della lumpenbourgeousie ( http://en.wikipedia.org/wiki/Lumpenbourgeoisie ) , e di crearsi un salotto.
Ma questo non e’ ancora un fenomeno compreso dagli “analisti del social”, che viene considerato un “media”, qualcosa che si mette tra i contenuti e le masse. Essi non riescono a concepire l’idea di un “social” che non soddisfa molte persone, le quali sentono il bisogno di salotti, i quali servano principalmente a disfarsi del “dio tutti”.
Questo non e’ social, ed e’ inutile chiamarlo cosi’. Social e’ un concetto inclusivo tipicamente inglese, per il quale comunque occorrerebbe socializzare con chiunque: ma Facebook e’ social quanto una festa di compleanno ad entrata libera, dopo che arrivano ubriaconi e puttane, la casa e’ devastata e saccheggiata, e diventa un porcile.
Di fatto, vi troverete a pensare che sarebbe stata migliore una festa con pochi intimi, ovvero una festa MENO social.
Credo che l’era dei social network stia collassando lentamente: da un lato lumpenproletariat e lumpenbourgeousie si terranno in qualche social per il “dio tutti”, dall’altro alcuni cercheranno di fuggire e di trovare un ambiente piu’ soddisfacente.
Chiaramente, i “guru” del social non accetteranno mai questo principio, perche’ si stanno vendendo come consulenti del social  network come “media” (su cui farsi pubblicita’) , e non del social come ambiente per la crescita e l’automiglioramento.
Per loro e’ incomprensibile che nasca qualcosa che non e’ semplice da sfruttare sul piano commerciale: l’idea di posti ove del tuo “brand” non frega un cazzo a nessuno non piace loro: la frammentazione dei social network in una “jeopardy” e’ il loro incubo peggiore.
Ma succedera’.
Non basta ignorare qualcosa: un’esperienza positiva e’ un’esperienza che si diffonde. E internet ha realizzato sia molti incubi(3) che molti sogni.
Uriel
(1) No, non e’ arte. E’ un reato. End of story. Quando lo faranno sulla facciata della casa di papino invece che sulle case altrui, o sull’auto di papino anziche’ sulla metro, ne riparliamo.
(2) Ho chiesto di scrivere qualcosa di se’ stessi. Il che esclude una quantita’ di persone che non immaginate: dire “scrivi qualcosa di te” a certe persone e’ come dire “salta questo muretto” ad un tetraplegico.
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