Cosa mi piace del delirio makers

di Uriel Fanelli

Esiste sicuramente un certo hype riguardo a tutta questa storia dei “Makers” e della prototipazione. Questo sta producendo un certo fastidio tra gli accademici e tra coloro che si erano nascosti (e ben sistemati) dietro alla storia della “ricerca pura”, ma personalmente non sono convinto del fatto che sia una cosa negativa.

Come tutti gli Hype, ovviamente ha i suoi contro e le sue esagerazioni: proporre un “concept” o un “prototipo” dell’ LHC non e’ semplice , e ovviamente il sistema si applica molto a quei settori , per usare una definizione corrente, “molto consumer”.

Tuttavia, e’ sicuramente un cambiamento positivo.

Quando si decise che ognuno dei nostri pargoli doveva essere un laureato e che “se non vai bene a scuola , male che va, vai a fare l’operaio”, di fatto si stava formalizzando quel disprezzo per il lavoro che era tipico della concezione gentiliana della scuola.

In questo modo, nella visione di Gentile – e nella scuola che lui ha poi partorito – esistevano due classi di persone.

-La prima era la classe dirigente. Gente per la quale _nessuna abilita' pratica_ era motivo di vanto. Loro facevano lavori "di concetto" , il che escludeva tutto il resto tranne gli hobbies.
-La seconda era la classe lavoratrice. Il "buon uomo", il servo, che di fatto poteva anche essere un bravissimo esecutore, ma non era destinato ne' ad avere visione ne' capacita' decisionale.

In questa visione, mediata dal medioevo (e ancora presente nelle aree nobiliari della cultura anglosassone, che sono nate nel medioevo) , chi comanda – e guadagna – fa un lavoro ipso facto “di concetto”, il che lo solleva da incombenze pratiche.

Chiedere a chi ha incarichi di concetto di mostrare un prototipo o di misurare la sua competenza in termini di abilita’ pratica era visto – ed e’ visto ancora da queste persone – come un vero e proprio affronto alla propria professionalita’.

In questo modo, era pieno di gente che aveva un sacco di idee, ma non avendo mai realizzato nulla in pratica, non era capace di valutarne i pro ed i contro.

Si realizzava, almeno nell’ it, una situazione per la quale:

- Da un lato avevate i brillanti. Quelli entusiasti che sedevano al parco con il loro Mac, disegnavano un servizio che capisce se sei collegato "da internet" o "da wifi"  o da "mobile", e disegnavano TRE interfacce utente diverse.
- I tecnici, che arrivavano e dicevano "due use-cases sono identici, quindi ne realizziamo due su tre. L'altro e' fuori scope"

ovviamente, i brillanti della situazione erano sempre brillanti, e andavano sempre lamentando di questi tecnici “Doktor Nein” , che dicono sempre no a queste idee brillanti, tirando fuori scuse tipo la termodinamica o le specifiche tecniche. Se io posso immaginare il moto perpetuo, perche’ tu non lo puoi fare? Ci servono tecnici migliori, piu’ entusiasti! Piu’ brillanti! Piu’ agili! Piu’ creativi!

Questa miserabile commedia, per fortuna, sta finendo.

Sono arrivati i software per la prototipazione di interfacce, che producono una specie di applicazioncina che fate girare sul telefono e simula la user experience. Anche per Mac (wow!). E adesso quando presentate il vostro prodotto dovete tirar fuori il vostro iPhone e farlo vedere.

Allora, quando arriva il tipo che vuole il servizio che si comporta diversamente se “viene da internet” o se “viene dalla wifi” o viene “dalla rete mobile”, tutti sia aspettano un prototipo.

Il suo entusiasmo si ferma quando realizza una cosa: il suo cazzo di cellulare puo’ solo usare la wifi o la rete mobile, perche’ quei noiosoni di Apple non hanno voluto mettere una porta ethernet sull’ iPhone. Il terzo caso non esiste.

Questa mancanza di creativita’ della Apple mi sconvolge sempre. Se esistono siluri con 5 km di fibra per essere filoguidati , perche’ non potete avere un telefono mobile col cavo ethernet? Che saranno mai quei 5km prolunga Apple da portare sempre con se’? Ma torniamo seri.

Lo use case “si collega usando internet”, che ha riempito un intero capitolo “convergenza mobile-internet” nel design del suo servizio, scompare improvvisamente (ottenendo anche un documento piu’ leggero da spedire).

Se pensate che sia poco, pero’, state sottovalutando un’altra cosa. Il senso di disprezzo che si respirava parlando coi manager. Neanche 10 anni fa, uno dei miei ex manager disse una cosa tipo “si, ma non concentrarti troppo sul saper fare le cose, tanto questo diventera’ il lavoro dei negri, tipo in India. Devi acquisire dei soft skills” , con quelli vai avanti”.

Ed era vero. Era il periodo nel quale il Manager non doveva, per definizione, “sapere cosa faccia l’azienda. Lui doveva solo gestirla”. Questo disprezzo, visibile ed ostentato, per chiunque facesse oggi sta iniziando a scemare.

Sicuramente l’ Hype del maker e’ esagerato. Non tutte le cose che uno si stampa con una stampante 3D cambieranno il mondo. Spesso sono solo cazzate di plastica. Non tutto quello che la gente fa con un Arduino e’ scienza spaziale: spesso si tratta di aprire la porta del garage, o cose di analoga e titanica complessita’ (che si potevano anche fare con meno, tra parentesi).

Ma il problema e’ che se chiunque FACCIA qualcosa, anche la piu’ piccola , e’ visto come “La Madonna Con Il Bambino In Braccio” , chi non fa una cippa non sale mai sul palcoscenico.

E questo vi spiega come mai il signore che ci considerava negri (perche’ facevamo cose) oggi mi fa sapere che ha comprato anche lui un RaspBerry Pi 2. Non e’ chiaro cosa ci faccia, ma lo ha comprato. E adesso compra pure un Arduino.

Lui non sa perche’, ma Arduino l’ Eporediese Creativo lo sa.

Ok, e’ un Hype. Ok, e’ solo l’ennesima categoria di farlocchi gasati.

Onestamente: ci voleva.

Ci voleva perche’ questa stronzata del lavoro di concetto che non deve mostrare alcuna utilita’ pratica doveva morire, prima o poi. Questa specie di nobilta’ acquisita per titoli e scatti di anzianita’ doveva finire. Non siamo piu’ nell’ Ancien Regime, ove i nobili dovevano esibire una pelle bianca per dimostrare a tutti che non avevano mai lavorato nei campi.

Ora, capiamoci: il fatto che ogni anno dei venticinquenni salgano sul palco della convention annuale mostrando che usando la stampa 3D e un Arduino sono stati capaci di costruire una “internet of thing” che controlla lo spazzolino da denti e riduce la quantita’ di dentifricio usata puo’ sembrare seccante. Con meno soldi compri dentifricio per un paio di anni, ma il punto e’ che la spocchia verso i tecnici si sta esaurendo.
Quando questo ragazzo finisce di mostrare la sua applicazione big data che fa le statistiche su come laviamo i denti e ci suggerisce di andare piu’ piano sui denti dietro, i manager sono tutti ad applaudire.

Prima lo avrebbero guardato con disprezzo: non e’ mica un pauerpoint. Dov’e’ la sua presentazione?

La differenza e’ visibilissima, se pensate che negli anni precedenti salivano sul palco i “futurologi” che spiegavano che in futuro avremo cose incredibili (che loro non sapevano costruire, pero’): il ragazzo che ha costruito un simpatico oggettino in plastichina verdestronzo con dentro il sensore arduino che conta quanti brush fate ai denti puo’ dirmi che “un giorno ne avrete anche voi uno a casa”, esattamente come il futurologo, e posso rimanere scettico sulla cosa quanto lo ero col futurologo, MA ALMENO QUESTO RAGAZZO MI FA VEDERE QUALCOSA. Ha lavorato, per salire su quel palco. E oltre al merito esiste, insomma, almeno la falsificabilita’ della sua teoria.

Un conto e’ parlare del grande successo di qualcosa che c’e’, e un conto e’ parlare del grande successo di una cosa che devo immaginare.

Prendete Prometeus e Casaleggio: mi faccia un prototipo di sta roba, me la faccia LUI, e a quel punto posso anche credere che dopo una guerra nucleare tutto il mondo sara’ controllato da Internet, zip war argainon . Ma se questo Prometeus io me lo devo solo immaginare, io continuo a pensare ad un fabbro greco con dei gran problemi al fegato. E non e’ la stessa cosa, “un giorno il mondo sara’ controllato da un fabbro greco con gravi problemi epatici”. E’ come dire “il paradigma del futuro e’ la flatella da vino”. Non ha lo stesso fascino.

Oppure, negli anni precedenti, salivano sul palco i soliti dolicocefali denutriti che ci parlavano di “dove va il mercato del domani”. E iniziavano con dei gran segoni in powerpoint: e in powerpoint tutto e’ semplice. Vuoi collegare due data center? Aha: usiamo una bella linea blu. Serve piu’ banda? Riga rossa, e via.

E’ piu’ difficile per quelli di Ericsson mettere su un testbed per una connessione e farmelo vedere, questo link miracoloso su rame che lavora a 2000 Km di distanza senza ripetitori. E non e’ come tirare una riga sulla vostra presentazione. (lo so, scegliere il colore e’ difficile. Ma non quanto fare 10 Tb su rame).

Arrivavano sociologi prestati all’informatica e ci dicevano:

“in futuro avremo una console omnicomprensiva che ci terra’informati in tempo reale su ogni genere di cosa accada sui social network del livestream. Questa console sara’ modulare, autoorganizzante, e tramite una IA sapra’ capire cosa vogliamo leggere, cosa ci interessa e cosa no: frattali, computer quantistici e startup big data!!!“.

Aha.

-Mi fai vedere una cosa simile che funzioni? 
-Ehm. No. Ma ti posso mostrare nei miei grafici che questa e' la tendenza del futuro. Vedi questa linea verde? E la "desideranza della convergenza"(1), e come vedi ha un andamento esponenziale(2), quindi e' destinato a superare la "lasagnilita' della rimanenza", nella riga marrone merda (3), che quindi non cresce piu' , e di conseguenza e' destinata a morire(4). Gia' quando uscirai da questa stanza, Facebook sara' fallita e Zuckerberg sara' il mio cane.(5) 
- E che dati hai usato per fare questo grafico?
- E' ...e' big data. Sono troppi per mostrarli. Devi fidarti.(6)

Ecco, penso che tutto questo hype dei “makers” sia bello. Non salvera’ il mondo, sia chiaro, non cambiera’ il futuro, ma da quando i nuovi dei sono i makers, tutti gli altri sedicenti “architetti di sistema” del palazzo sono venuti a chiedermi “da dove si scarica Putty”?(sic!)

E se considerate che sino a pochi giorni prima mi definivano “datacenter architect” perche’ i veri architect non vanno oltre powerpoint e visio, si, qualche cosa nella mia vita e’ cambiata.

Spero succeda anche a voi.

(1) La capacita’ degli esperti di big data di inventare unita’ di misura prive di consistenza dimensionale sta diventando parossistica. Fortunatamente sul piano linguistico il tedesco e l’italiano si prestano poco a entita’ come “direct sexability” o “hardest ticklebreeding” , che a sentire gli “esperti di big data” sono unita’ di misura. E per maggiore fortuna queste parole si traducono malissimo in italiano, mentre in tedesco producono quelle parole composte che solo i Dimmu Burgir sanno pronunciare correttamente. Diversamente, oggi sareste molto piu’ preoccupati del vostro indice di rolloverabilita’: sotto i 100 punti, siete nella merda.

(2) Per gli “esperti di big data”, che ci tengono a farci sapere che non sono “solo” matematici o statistici, se non sei lineare sei esponenziale. Nessun compromesso. Se non sei ne’ lineare ne’ esponenziale, sei sotto due sigma. Qualsiasi cosa voglia dire per loro.

(3) Per gli esperti di big data, il colore delle linee nei grafici ha sempre un perche’. Nessuna linea fucsia ha mai successo sul mercato, il viola ha sempre dei problemi a trovare finanziamenti e non fidatevi mai delle linee tratteggiate: brutta gente.

(4) Per gli esperti di big data, se smettete di crescere esponenzialmente siete destinati ad esplodere in tre secondi, a fallire, o altri destini atroci. Insomma, per voi e’ finita. Crescete esponenzialmente o andate a esplodere da qualche altra parte, che qui si lavora.

(5) Se non succede quel che dice e’ perche’ gli avete chiesto di predire il futuro prima che arrivasse. La new wave del big data predice il futuro , ma solo quando e’ gia’ arrivato, ovvero predice il presente.In definitiva, e’ come se anziche’ fare una prognosi, il medico vi dicesse che il vostro stato di salute in questo momento evolve in maniera simile a quello di altre 328 persone nel raggio di duecento chilometri.

(6)Se volete pubblicare qualcosa e vi chiedono il raw data, riempite di /dev/random un cluster hadoop e rispondete che sono 400 TB di raw data, ma se vuole gli potete dare il dump in esadecimale. Un tempo la correlazione era il segreto dei fuffaroli, oggi non avete piu’ bisogno di queste cose banali: “big data”, e via. E se avete escluso alcuni dati e vi accusano di cherrypicking, potete dire che avete usato “machine learning”, e che la macchina li ha considerati poco significativi.

di Uriel Fanelli

PS: questo pezzo e le altre magnifiche elargizioni di saggezza di Uriel sono analizzate su un altro blog degli Untermenschen che curano questo specchio.
PPS: pezzo automagicamente caricato da Fornello!

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11 pensieri su “Cosa mi piace del delirio makers

    • Hey, Uriel Fanelli fa il “consultant IT”.
      Lui mica parla inglese come un pizzaiolo di Brooklyn.
      Lui deve mostrarci che è uno arrivato, uno importante.
      La Merkel lo chiama per delle perizie e Putin lo chiama per delle consulenze strategiche.
      Poco fa aveva il suo vero profilo su Linkedin (con il suo nome di battesimo).
      Altro che tecnico per le telco: è praticamente un business consultant qualunque. Ha fatto il “Network Administrator at Unipol SPA and Information Services Consultant”.
      Ovviamente Unipol è una telco, non un gruppo finanziario.

      Anche nel profilo di Linkedin millantava di aver conseguito una Laurea in Matematica a Bologna nel 1995, ma a questa pagina (laureati del 1994 e 1995 alla facoltà di Scienze MFN a Bologna):

      http://www2.unibo.it/annuari/annu9597/final/c7/p1/sp11/index.html

      il suo nome di battesimo non è presente.
      Poi siccome gli stalker si aggiravano anche per Linkedin e potevano fargli qualche domanda sul forum ha deciso di oscurare il profilo.
      Ma d’altronde basta leggere quello che scrive per capire che una buona metà di ciò che dice sono minchiate. Solo che impacchettando le minchiate in un certo modo, sembrano roba seria.
      Del resto anche su Linkedin scriveva minchiate: millantare di avere un pezzo di carta che non hai non è il miglior modo per presentarsi alle risorse umane.

      Ma ora silenzio e ascoltiamo da Uriel Fanelli come si fanno i colloqui di lavoro.

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