Matteo Fini, Universita’ e Puttane

di Uriel Fanelli

Una delle cose piu’ tipiche dei sistemi chiusi e’ il fatto di pensare che da fuori non si veda nulla. Un classico e’ la vicenda di Matteo Fini, che dopo aver scritto su Facebook che avrebbe pubblicato un libro sul malcostume dell’universita’ si e’ visto recapitare una bella diffida dal pubblicarlo, ancora prima che il testo sia finito.

Sicuramente ne’ Fini ne’ chiunque altro, compreso l’ Espresso, hanno mai detto cose che non si sappiano gia’. Si sa benissimo che i concorsi vengano fatti ad hoc, specificando percorsi di studi che “somigliano” al futuro vincitore quanto una fotografia del suo CV.

Si sa benissimo, per esempio, come sia stata usata la legge sul “Rientro dei Cervelli“: i chiarissimi mandavano il pargolo all’estero per qualche anno, mentre i concorsi in Italia erano bloccati. Tranne che per il “programma di rientro dei cervelli

A quel punto che succedeva? Che dopo qualche anno l’ Universita’ si rendeva conto di aver perso il prezioso pargolo, e lo convinceva a tornare indietro. Quando tornavano indietro, ed erano i soli a farlo perche’ la procedura per farlo era custodita su Alpha Centauri, nella cantina del comune, vicino alla gabbia del ghepardo (secondo la tradizione Vogon) , si scopriva che la regola del “basta concorsi” era abilmente aggirata con il programma “rientro dei cervelli”.

Stessa cosa per le cosiddette pubblicazioni. Se contiamo le riviste di supercazzola prematurata , i vari journal of applied whatever e tutto quanto, scopriamo che in Italia si pubblicano decine di migliaia di riviste specializzate, che poi finiscono regolarmente a fare spessore sotto le scrivanie.

Lo scopo di queste riviste e’ proprio quello di pubblicare, e non pensate che “pubblicare all’estero” sia meglio, anzi: in alcuni paesi, una rivista la fondate con meno di cento euro. Adesso poi che esistono le nazioni “in via di sviluppo”, potete avere la vostra “journal of applied cittastramilamuert” in India, per poco meno di 50 euro. Anche in Cina non si scherza: ma se avete presentato il vostro scritto a Pechino, cavolo, sarete almeno un pochino fichi, no?

Lo scopo di queste riviste, dicevo, e’ pubblicare: se prendete il CV di moltissimi , dentro l’universita’ italiana, scoprite che hanno si’ pubblicato, ma sulle riviste di Papa’, su quella di Mamma, e su quella degli amici di Papa’ e mamma, e sulla rivista aperta due anni fa, durante le vacanze a Bangalore.

Simposi e Conferenze sono semplicemente un affare da agenzie turistiche. Scelti 3-4 pargoli da mandare avanti, si affitta un albergo in un posto, con tanto di sala conferenze, e si da’ il prestigioso “Simposio mondiale sulla tramaunistica a neutroni” : perche’ mai ,con le universita’ che traboccano di aule spaziose, non si possano usare due aule per un weekend non si e’ capito, ma tant’e’: se nel bar di fronte a casa fanno casino sino a tarda notte, non chiamate i vigili: magari sono gli atti conclusivi del prestigioso “Congresso Mondiale sui pitoni infrarossi”. Lasciate bere lavorare la scienza.

Ovviamente i nostri eroi non ci stanno, e si mettono a fare apologetica, con il solito vittimismo dei privilegiati.

Parlano di “difficile rapporto tra universita’ e stampa”, segno che non hanno capito proprio niente.

Non hanno capito niente perche’, se avessero analizzato la vicenda di Matteo Fini avrebbero capito che la stampa in se’ c’entra poco.

  • Dove hanno letto delle intenzioni di Fini di pubblicare?
    • Su Facebook
  • Dove sono le riviste che citano sull’articolo.
    • Visto che le linkano, sono su internet.

Quella che sta cadendo, cioe’, e’ una illusione che il mondo accademico coltiva, ovvero quella di appartenere ad un gruppo occulto i cui meccanismi interni rimangano sconosciuti ai piu’.

E un tempo era cosi’: un tempo , anche se Fini avesse pubblicato il suo libro vendendo 20.000 copie (che per l’editoria italiana e’ gia’ tanto per un libro simile) , lo avrebbero conosciuto in 20.000.

Ma l’articolo uscito sull’espresso lo hanno letto online a milioni.

Lo stesso vale per i social media. Un tempo il ricercatore aveva come amici altri ricercatori. Poi, alcuni conoscenti, ma per smerdare l’universita’ non bastavano.

Oggi, coi social media, ogni volta che qualcuno parla, la quantita’ di persone che leggono e’ spropositatamente piu’ alta rispetto ad un tempo. La quantita’ di persone frequentate fisicamente, diciamo gli amici, diciami quelli cui confideresti che merda di posto e’ l’accademia, per un essere umano qualsiasi si aggira attorno alla decina.

Ma se osserviamo il frequentatore medio di Facebook o Twitter, scopriamo che meno di qualche centinaio di “amici” non ha. Ora, nel momento in cui abbiamo moltiplicato di un fattore dieci quando va bene la audience DI TUTTI, il risultato e’ che in Italia oggi il numero di livelli di separazione non e’ di sei, ma di quattro.

Ora, in queste condizioni, che succede quando bocciamo un meritevole. Che succede quando trucchiamo un concorso? Che succede quando facciamo un concorso ad hoc?

Succede che qualcuno si lamenta. Succede che si lamenta su qualche social network. E succede che, con soli quattro gradi di separazione , in pochi anni il paese intero abbia saputo cosa succede dentro alle universita’.

Avete presente quegli strani incubi nei quali camminate per la strada, e per qualche motivo scoprite di essere nudi e passate il resto del sogno a cercare un posto ove nascondervi?

Ecco.

L’universita’ e’ ancora nella fase in cui gira per la strada nuda, convinta di essere vestita. E lo vedete continuamente proprio leggendo siti web come quello del roars .. Questi signori continuano a parlare come se fossero vestiti. Eh, i miei addominali di qui e i miei addominali di la’.

Ma non si sono ancora accorti di essere nudi. Trasparenti. Non si sono ancora resi conto che ogni studente commenta la propria facolta’ ed i propri professori su tutti i social network, che fotografie, riprese e registrazioni, delle lezioni e di ogni momento saliente stanno fluendo, come uno tsunami, verso i social network.

Certo, gli studenti non sono tutti in buona fede e i professori non sono tutti in cattiva fede, ma qui il problema peggiora ancora. Perche’ i professori “buoni” che conosciamo online sono proprio quelli che raccontano di sabotaggi, di vessazioni, di squallore.E sono proprio quelli che confermano quanto si sa.

Certo, conoscono alcuni professori universitari bravi. Interessati. Aggiornati. Appassionati. E stanno venendo massacrati dai consigli di facolta’. Sono i paria dell’ateneo.

Cosi’ certo, dire “ma esistono anche professori onesti” non nega il problema.

Se io dico “ma la Sicilia ha dato i natali a Falcone e Borsellino” non sto diminuendo il problema della mafia: quei due sono saltati in aria, ricordate?

Ricordando Falcone e Borsellino sto al massimo ricordando che non tutti i siciliani siano mafiosi, ma di certo non sto negando che la Sicilia abbia un problema di mafia.

Tuttavia, c’e’ ancora chi crede di essere vestito. E fa gli articoli dicendo cose come “avete visto che anche l’universita’ italiana fa grandi scoperte?” quando qualcosa viene fatto. Ma siamo nella stessa situazione di Falcone e Borsellino: il problema non e’ che non esistano siciliani onesti. Il problema e’ “che fine fanno”.

E cosi’ leggo l’articolo sulla grande scoperta italiana, ma poi mi chiedo:

  • La scoperta e’ stata fatta dai professori menzionati, oppure da altri, cui e’ stato scippato il merito?
    Perche’ sappiamo bene che quando i grembiulini decidono che tizio deve “andare avanti”, tizio riceve il lavoro gia’ fatto da Caio, che a Caio piaccia o meno.
  • Se tornassimo tra due anni, e andassimo a vedere la carriera di questi scienziati che hanno scoperto sta cosa, cosa scopriremmo?
    E la domanda e’ lecita, se pensiamo che Falcone e Borsellino fecero grandi cose, ma poi morirono.

Perche’ allora il sito del Soars si comporta facendo della pessima apologetica? Perche’ vive in un mondo criptico. Nelle loro cripte, si sentono al sicuro. Quando decidono che tizio fara’ carriera e sempronio no, credono di non essere visti.

Ma oggi esiste internet.

E se internet fa scomparire i singoli, fa emergere il malcostume diffuso. Basta che ci siano da qualche parte 1000 trombati che si lamentano, e puf, migliaia, se non milioni di persone, finiscono per sapere tutto sul particolare trucchetto usato per trombarli. Quando rubano i risultati di Caio per darli a Sempronio, che “deve andare avanti”, non sanno che Sempronio va a raccontarlo sui social network, a nome proprio o con un alias.

E una fabbrica di ingiustizie e’ una fabbrica di vittime dell’ingiustizia che si lamentano. Un tempo si lamentavano nel bar di casa, oggi sui social network. La differenza e’ che quando un fenomeno diventa rilevante sui social network, poi succede che il giornalista se ne accorge:

  • Si accorge che c’e’ interesse per l’argomento.
  • Si accorge che l’argomento e’ popolare.

ed in quel momento, la diffusione a mezzo dei media broadcast e’ assicurato.

Il titolo di quell’articolo del Soars non dovrebbe parlare del cattivo rapporto tra stampa ed universita’, ma del cattivo rapporto tra universita’ ed internet.

E la prova del fatto che gli universitari non abbiano capito la storia di Internet sta proprio nella diffida. Hanno diffidato Matteo Fini dallo scrivere un libro che ancora non ha scritto.

Ora, mettetevi nei panni di Fini: il libro potrebbe essere un successo o meno. Ma una storia di censura ha SICURAMENTE successo. Per cui oggi non gli conviene far uscire il secondo libro: gli conviene concentrarsi gia’ sul terzo.

Il secondo potrebbe metterlo, che so io, su un canale di Bit Torrent, tanto alla voce “puttane” risultera’ in N ricerche, per cui salira’ di ranking rapidamente. Poi si lamentera’ di questo fatto tuonando contro gli hacker di Internet che gli hanno rubato il lavoro. Fara’ pure denuncia contro ignoti che hanno messo online il suo libro prima che uscisse , alla polizia postale. E ti scrivera’ un articolo su due o tre giornali nazionali, menzionando il fatto che il libro sia su Torrent, menzionando il titolo, menzionando la diffida degli avvocati, e ottenendo una visibilita’ enorme, nonche’ il successo del libro.

E alla fine, Internet si rivelerebbe piu’ forte degli avvocati e delle diffide.

Ora, non so se Matteo Fini agira’ in questo modo o no: ma il fatto stesso che potrebbe farlo, e che si rivelerebbe un copione gia’ visto, fa capire quanto sia vero un fatto:

L’universita’ Italiana, l’ Internet non lo ha ancora capito tanto bene

A fortiori, anche perche’ crede di avere un problema con la stampa.

di Uriel Fanelli

PS: questo pezzo e le altre magnifiche elargizioni di saggezza di Uriel sono analizzate su un altro blog degli Untermenschen che curano questo specchio.
PPS: pezzo automagicamente caricato da Fornello!

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14 pensieri su “Matteo Fini, Universita’ e Puttane

  1. Uriel stara’ sicuramente dando sfogo a qualche frustrazione personale, ma non so proprio quanto questa non sia reale e giustificata. Il posto delle universita’ italiane tra le migliori del mondo non ne e’ prova ma fa venire dubbi…

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    • Secondo me Uriel desiderava entrare nell’Università e magari di vincere qualcosa come il Nobel, visto l’ego ipertrofico che si ritrova.
      Tuttavia non ha mai finito l’Università e questa cosa gli brucia ancora oggi, come si vede da quei commenti.
      Il mio passaggio preferito tra i commenti a quel sito è quando dice che “Basta avere conoscenze, o fare politica, o pagare. O, se c’e’ qualche prof gay, accettare un invito a cena.”
      Semplicemente SURREALE.

      E’ chiaro che la maggior parte dei concorsi sono pilotati e che la spintarella (che in ambito accademico chiamano “referenza”) ci vuole sempre.
      Ma lo scenario descritto da Uriel, in cui basta avere “conoscenze” o “fare politica” è, tanto per cambiare, di un’altra galassia.

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  2. Comunque Uriel è ROARS, non SOARS.

    Cristo, ha una capacità di sbagliare i nomi davvero formidabile.
    Come quando dice Bilberg anzichè Bilderberg o come quando dice Stephen Hawkins (cos’e’, un incrocio tra Dawkins e Hawking?) anzichè Hawking.

    Fortuna che poi sono gli altri ad aver fatto scuole del cazzo. Manco sa leggere.

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  3. Posto che comunque, come sempre, qualche buono spunto c’è, a me colpisce la parte in cui dice che oggi su internet è tutto amplificato di un fattore dieci (il fattore dieci gli piace. E’ lo stesso con cui gli inglesi sbeffeggiavano Mussolini producendo dieci volte più grano per ettaro dell’Italia). Ma tre giorni fa ci spiegava come, su internet e sui social media, oggi il singolo è schiacciato perché se dice qualcosa in mezzo a tutto il marasma nessuno se lo fila di pezza.

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  4. In base al mio giudizio di persona che detiene il dottorato (cit.), ha per anni frequentato l’università come borsista, non ha vinto alcun concorso e se ne è amaramente andata di conseguenza abbandonando del tutto l’ambiente accademico, ma alla fine dei conti non nutre particolari rancori, il post di Uriel mi pare contenere una congerie di cazzate di densità non indifferente. Tra l’altro conosco diverse persone che sono rientrate con il metodo del “rientro dei cervelli” e nessuno di loro era parente di universitari.

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