L’aria fresca e’ una cagata pazzesca.

di Uriel Fanelli

Ogni volta che si parla di una presunta malattia chiamata “internet addiction” si continua a fare riferimento a giovani che si chiudono in casa di fronte ad un computer “cominciando via via a evitare le relazioni reali, lo sport o altre attività all’aperto” come si legge qui . A parlare sono degli “esperti di problemi giovanili”, cioe degli psico-*, quindi non mi aspetto che abbiano contatto con la realta’ (1).

Innanzitutto, il termine Hikikomori non e’, come potete sospettare, un termine inventato da Dante Alighieri. E’ un termine giapponese per indicare una realta’ che si concentra soprattutto in un posto come questo:

ariafresca

Io non so voi, ma ho il sospetto che se il giuovine sano e vigoroso se ne uscisse di casa , pronto ad inenarrabili avventure sui prati , giocando a pallone mentre respira aria fresca, probabilmente respirerebbe tutto TRANNE qualcosa che definiremmo “aria fresca”.

Quindi, adesso prendiamo la nostra frase, “cominciando via via a evitare le relazioni reali, lo sport o altre attività all’aperto” e scopriamo che ad “attivita’ all’aperto” possiamo serenamente sostituire “rischio di cancro al polmone”.

Riscriviamo la frase con la dovuta sostituzione, e abbiamo che questi giovani se ne stanno chiusi di fronte ad un computer, “cominciando via via a evitare le relazioni reali, lo sport e il rischio di cancro al polmone”.

Detta cosi’ , la logica della frase comincia ad incrinarsi. Non so se ci avete fatto caso, ma soltanto inserire una serissima probabilita’ di cancro al polmone nella frase ci fa sembrare quasi sensata la strategia di rimanere chiusi in casa di fronte al computer.

Certo, a meno che le case non siano stagne come la ISS e non ricevano ossigeno con un razzo Proton, e’ difficile supporre che rimanere in casa riduca davvero il rischio di cancro al polmone. Accettiamo pure l’obiezione.

Cosi’ andiamo a prendere il resto della frase. Lo sport. Ora, “lo sport” odierno, visto dal punto di vista del giuovine adolescente, consiste in una serie di attivita’ perlomeno criticabili. Non e’ come dire “prendi il pallone e vai a giocare”.

  • Il 30% delle attivita’ “sportive” vanno dallo skateboard sulle scale mobili con 30 metri di dislivello al parkour. Rischio di morte, lesioni o ferite ~50%.
  • Gli sport “ordinari” necessitano normalmente di attrezzature “profi”, che costano circa quanto la tuta spaziale di Samantha Cristoforetti.
  • Il prezzo sociale della sconfitta in una partita allo sport giovanile qualsiasi e’ una via di mezzo tra l’ostracismo greco, la marchiatura a fuoco e la tortura cinese.

In queste condizioni, la cosa cambia. Se al posto della voce sport ci mettiamo una attivita’ potenzialmente mortale, incredibilmente costosa, che implica un rischio di morte sociale dolorosissima, la frase di cui sopra cambia ancora: da

“cominciando via via a evitare le relazioni reali, lo sport e il rischio di cancro al polmone”

cui eravamo arrivati , adesso siamo scesi a: “cominciando via via a evitare le relazioni reali, attivita’ potenzialmente mortali, incredibilmente costose e orribilmente dolorose, e il rischio di cancro al polmone”.

Si potra’ obiettare che anche sui social network un giovane possa venire sputtanato, e che il computer necessario per alcuni giochi sia molto costoso, ma anche cosi’ molta della frase perde l’evidenza per la quale era stata programmata.

Andiamo allora all’ultimo fattore rimasto in gioco: siamo rimasti al problema di giovani che rimangono chiusi in casa davanti al computer , “cominciando via via a evitare le relazioni reali, attivita’ potenzialmente mortali, incredibilmente costose e orribilmente dolorose, e il rischio di cancro al polmone”.

Rimangono ancora da esplorare le “relazioni reali”. Che, nel mondo del giovane di oggi, sono una via di mezzo tra la battaglia delle termopili, un’ordalia , una sfilata di moda e un deathmatch.

Se gli va bene , e ripeto “se gli va bene”, un ragazzino di oggi (2) che cresca in una realta’ molto metropolitana , o “megalopolitana” come Tokyo, in un solo giorno sara’ assalito da una o due gang di bulli, che lo picchieranno, rapineranno, vesseranno e umilieranno.

Se sopravvive a questa esperienza di “rapporti reali” non c’e’ problema, perche’ arriveranno altri ragazzini piu’ abbienti a mostrare loro che le loro famiglie sono delle merde. Il resto del lavoro sara’ compiuto da ragazze intente a dimostrare loro che sono solo servi della gleba , intenti ad elemosinar loro un secondo di attenzione, come se fossero mendicanti.

Allora adesso abbiamo la frase completa, e possiamo descrivere la patologia cosi’ come si manifesta materialmente.

Parliamo di giovani che rimangono chiusi in casa di fronte ad un computer, “cominciando via via a evitare uno scenario di sopraffazione, violenza , umiliazione e percosse, attivita’ potenzialmente mortali, incredibilmente costose e orribilmente dolorose, e il rischio di cancro al polmone”.

Sapete che vi dico? Che a me quei ragazzini sembrano ASSOLUTAMENTE SANI DI MENTE. Semmai, i maniaci sono fuori dalla porta.

Certo lo psicologo, che e’ uno che crede a cose inesistenti, crede ancora che nel mezzo di Tokyo l’alternativa a “chiudersi in casa a giocare al computer” sia qualcosa come “prendi la palla e vai a giocare sul prato con gli amici”. Il ragazzo della Via Gluck.

Ma non e’ cosi’: l’alternativa per questi ragazzi somiglia piu’ a questa:

ariafresca

Il bambino che prende il pallone ed esce a giocare non va a correre sui prati prendendo aria fresca: va a giocare a “Mutilazioni senza frontiere”(3).

Non c’e’ alcuna ragione razionale per la quale un ragazzino di Tokyo dovrebbe preferire Tokyo alla sepoltura in una stanza dotata di computer. Chi non esce di casa e’ sano di mente. I pazzi sono gli altri.

Questo genere di riflessione, tuttavia, richiede di valutare la realta’ , il che e’ impossibile per lo psicologo medio. Per lo psicologo medio, il pene e’ un simbolo fallico, per dire come per quei farlocchi la realta’ stessa sia una rappresenzazione della mente, e non viceversa.

Una volta che l’ “esperto di problematiche giovanili” ha deciso che rifugiarsi in una casa e non aprire a nessuno, anziche’ essere la sola mossa logica possibile per ogni essere razionale immerso in un ambiente simile, sia una “patologia”, niente lo smuovera’ dal pensare che quei ragazzi vadano convinti a fare parkour sui rottami industriali di un vecchio inceneritore di diossina, puniti con la decapitazione non appena falliscano nell’arrivare primi (di fronte alle ragazze).

Ma nemmeno questo e’ il vero problema. Perche’ se lo psicologo/psichiatra/esperto di questioni giovanili volesse dire qualcosa di sensato, dovrebbe dire che ci sono delle fortissime ragioni, legate alla societa’ aberrante che ruota attorno a questi ragazzi.

Quello che voglio dire e’ che se lo psichiatra che visita questi ragazzi fosse razionale, non dovrebbe discutere di come curare questi ragazzi, ma di come curare la societa’ che li circonda. Perche’ a dirla tutta, nessuno sano di mente vorrebbe crescere figli in un posto simile.

Se un individuo ha paura di uscire in un mondo ove ogni classe ha una banda di bulli, non e’ lui ad avere delle ipersensibilita’ verso le percosse e lo stupro: non e’ lui quello che va curato. Uno psichiatra che avesse un minimo di preparazione logica avrebbe semplicemente dedotto che si tratta di persone sanissime che cercano ovviamente un rifugio contro una societa’ che esercita la psicopatia violenta come forma di successo personale.

La diagnosi corretta e’ che si tratta di individui sani in una societa’ malata. E che ad aver bisogno di cure non siano quegli individui, ma la societa’.

Dire che l’adolescente di oggi sia malato se si rifugia in casa di fronte ad un computer e’ come dire che sia malato chi cerca di fuggire da una casa in fiamme. Certo, con le cure adeguate potrebbe forse abituarsi a vivere dentro un incendio, e magari godere del grasso sottocutaneo che sfrigola. Ma nessuno di noi concorderebbe sull’idea che abituare una persona a convivere con le fiamme sia una soluzione contro l’incendio.

Ed e’ qui il bello: nessuna delle scienze “psico-*” ha MAI criticato la societa’.

Da scienze che studiano la psiche e considerano fondamentale la corretta interazione tra societa’ ed individuo, ci aspettiamo che ci sia UN DSM V pieno di patologie dell’individuo, e una BIBLIOTECA di patologie della societa’. Possibile mai che il problema di una donna che ha le allucinazioni a Mosul sia per forza lei, e non il fatto che rischia di essere sgozzata se ai raggi X le si vede il peccaminoso piloro?

Ma per lo psichiatra la realta’ e’ solo un costrutto della mente. Le donne di Mosul devono imparare a convivere con la Sharia. Devono rielaborare lo sgozzamento. Devono pensare alla lapidazione come ad un momento di crescita interiore.

Loro, gli psico-* hanno il compito di inserire correttamente l’individuo nella societa’ e anzi, di fronte al fatto di NON disporre di una vera definizione di malattia mentale, rispondono che siamo tutti malati, ma la patologia inizia quando costituisce un problema tra l’individuo e la societa’ Che la malattia consista nel non voler invadere la Polonia nella Germania del 1939 o meno, la societa’ e’ un dato di fatto, e l’individuo che ha dei problemi perche’ non ci si adatta e’ patologico. Immagino a quei tempi parlassero di “nevrosi pacifista filopolacca”.

Per lo psichiatra, l’ambiente non e’ mai un problema. E se anche e’ un problema, non e’ un problema suo. La diagnosi secondo la quale un tizio sottoposto ad un bombardamento in Vietnam sia psicopatico se ha ancora gli incubi e’ una diagnosi che non critica affatto l’idea di veder bruciare i bambini nel napalm: quello e’ l’ambiente. Sei tu che non ti ci inserisci. Mentre per ogni persona dotata di logica avere gli incubi dopo un evento di quel genere e’ sintomo di SANITA’ mentale (semmai diffiderei di chi esce da una cosa simile come nulla fosse) per questi “specialisti della mente” si tratta chiaramente di malati.

Ovviamente, il problema non e’ se la psichiatria come scienza sia logica: il problema e’ economico.

Se da una guerra ferocissima e sanguinaria tornano a casa 99.000 soldati senza disturbi e 1000 coi disturbi, la logica suggerisce di mettere in cura i 99.000: uno che NON ha incubi dopo aver visto bambini sbudellati sulle mine e’ come minimo un maniaco omicida. Quei rimanenti 1000, e’ vero, hanno gli incubi, ma qualsiasi persona sana li avrebbe: il fatto che abbiano gli incubi testimonia la loro SANITA’ MENTALE. Sono persone SANE che hanno subito un trauma. Gli altri sono dei maniaci omicidi che NON hanno subito il trauma. Ma non e’ una bella notizia.

Quando milioni di tedeschi volevano invadere la Polonia e 250.000 no, non erano malati di mente quei 250.000. Ma per lo psichiatra, sarebbero stati malati quei 250.000: avrebbero scritto che “la loro nevrosi pacifista (o qualche altra fesseria scritta su qualche libro di psichiatria) impedisce loro di inserirsi serenamente nella societa’ “.

Allo stesso modo, se nella Tokyo odierna ci sono 65.000 ragazzi su 8 milioni, chiusi in casa per paura dell’esterno , non abbiamo 65.000 pazienti. Ne abbiamo 7.935.000 che si gettano in un ambiente ove nessuno che sia sano di mente vorrebbe stare. Quei 65.000 hokikimori sono sani di mente. I pazzi sono gli altri.

Ma se la diagnosi psichiatrica prendesse in considerazione l’idea che sia sbagliato l’ambiente, ovviamente perderebbe mordente economico. Quando 99.000 soldati tornano dal massacro sorridenti e 1000 hanno gli incubi, saranno i 1000 con gli incubi a pagare per non avere incubi. Gli altri diranno che “si sentono una favola”. (Mentre accarezzano una mannaia con la dovuta libidine).

La psichiatria, cioe’, non trova la psicopatia laddove si trova, ma laddove si paga. Se domani gli psichiatri dicessero alle madri degli hokikomori “vostro figlio e’ normalissimo, e’ la societa’ che fa cagare, nessuno sano di mente uscirebbe da una stanza con la merda che c’e’ fuori”, direbbe una cosa sin troppo logica ed ovvia.

Ma quasi sicuramente non direbbe una cosa economicamente conveniente.

Quando vostro figlio e’ oppresso dai bulli e diventa anoressico, lo psichiatra non dice mai “in quelle condizioni qualsiasi persona sana di mente cercherebbe di morire, ma dove cazzo lo avete infilato?”. Che un bambino, che ogni giorno viene torturato, umiliato quando non stuprato a scuola, preferisca morire che continuare ad andarci e’ segno di sanita’ mentale. E’ un segno EVIDENTE di sanita’ mentale. Gli psicopatici sadici semmai sono i bulli.

Ma la madre dei bulli non andra’ mai dallo psichiatra a pagare. Ci andra’ quella che teme per la vita del figlio anoressico. La malattia, o almeno la terapia, per gli psichiatri e’ sempre laddove ci sono i soldi. A Mosul ci saranno sicuramente donne che vivono col terrore di essere ammazzate per una minchiata religiosa, e sono in piena nevrosi. E sono pronto a scommettere che nessuno psichiatra del posto dira’ mai loro che sono sane di mente, cosa che evidentemente e’: qualsiasi donna sana di mente diventerebbe nevrotica a Mosul.

Il malato di mente e’ semmai quello che vive in una zona degradata o in una citta’ di dimensioni inumane e crede ugualmente che questi ragazzi stiano in casa “anziche’ avere rapporti reali, fare sport o stare all’aria aperta” perche’ sono malati e non perche’ tutto quanto c’e’ attorno a loro fa cagare.

Semmai il malato di mente e’ chi giudica l’alternativa di quei ragazzi avendo in mente adolescenti che giocano a palla in un prato. Perche’ per guardare citta’ grandi come Tokyo e pensare al prato occorre soffrire di malattie mentali.

Avere un endemico problema di bullismo tra adolescenti e pensare che questi ragazzi dovrebbero andare a socializzare con le ragazze anziche’ fare sesso virtuale, significa essere malati di mente. Significa avere le allucinazioni.

Molto piu’ comodo curare i sani di mente. Innanzitutto perche’ guariscono prima.

E poi perche’ sono gli unici disposti a pagare per stare meglio. Principalmente perche’ i sani di mente sono gli unici a capire di avere un problema.

Un giorno, forse, qualcuno iniziera’ a sospettare che gli adolescenti con l’anoressia, che si chiudono in casa, che si tagliano i polsi, che si ammazzano, hanno un solo problema:

fuori dalla porta c’e’ un mondo di merda brulicante di maniaci sadici.

(1) Un giorno o l’altro parleremo del problema sociale dei Farlokkimori, cioe’ di gente che si e’ chiusa da qualche parte a studiare materie umanistiche, perdendo completamente il contatto con la realta’, ed iniziando a bofonchiare cose che non corrispondono a nulla, come “contrappasso dantesco”, “critica Kantiana”, “superuomo niciano”, “provvidenza manzoniana”.

(2) Che non sia un mostro psicopatico cui il padre regala una sega a motore Stihl come gadget. Sarebbe interessante chiedersi se per caso il problema dei ragazzini chiusi in casa non sia legato ai ragazzini che NON stanno chiusi in casa. E che dovrebbero come minimo essere chiusi in una galera.

(3) No, non voglio chiedermi chi abbia tradotto “Unamerican Gladiators” con “mutilazioni senza frontiere”. Non voglio saperlo, ma spero che la sua testa sia in un secchio.

di Uriel Fanelli

PS: questo pezzo e le altre magnifiche elargizioni di saggezza di Uriel sono analizzate su un altro blog degli Untermenschen che curano questo specchio.
PPS: pezzo automagicamente caricato da Fornello!

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25 pensieri su “L’aria fresca e’ una cagata pazzesca.

  1. Ok abbiano nell’ordine :
    1 Glorificazione degli otaku
    2 Negazione del disagio
    3 Reductio ad hitlerum.
    Uriel sta parlando di sé stesso. Negando di essere in depressione. Quindi ha capito di essere depresso ma non vuole ammetterlo.
    Francamente, mi dispiace per lui.
    L’alternativa è che la figlia sia vittima del bullismo della sana, sanissima società tedesca. Un alternativa terribile.
    Francamente non auguro entrambe le alternative a nessuno: spero di sbagliarmi.

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  2. Raphael, ho pensato anche io la stessa cosa. Oramai il suo blog è una specie di diario personale dove parla “in astratto”, ma in realtà parla di se stesso.

    E’ anche probabile che la figlia non stia bene in quell’ambiente. La scuola tedesca è a dir poco inquietante vissuta dal punto di vista degli immigrati. In un post del 2009 Uriel infatti si chiedeva se era quello il posto dove voleva crescere sua figlia.

    Detto ciò però, non posso non notare alcune contraddizioni. Perchè se migliaia di italiani aprono un’impresa perchè non vogliono prendere ordini da un capo che li vessa, sono dei codardi perchè aprono il negozietto anzichè battersi. Perchè se milioni di italiani decidono di lavorare nello Stato perchè non vogliono salire sulla ruota da criceto delle multinazionali è perchè sono dei codardi incapaci di battersi.
    Se però qualcuno, diciamo un ragazzino giapponese molto nerd, si rifugia nella sua stanza davanti al computer è perchè la società giapponese è composta per lo più da mentecatti (e qui Uriel dice il vero: altro problema sociale giapponese è quello del karoshi, il suicidio da troppo lavoro: http://www.vice.com/it/read/morire-di-lavoro-karoshi-giappone).

    Insomma, quando Uriel si sente toccato in prima persona, è tutta la società a essere sbagliata. Quando però qualcuno si rifugia in qualcosa di diverso di computer, allora è un codardo/farlocco/neotenia/inutile.
    Perchè c’è gente che purtroppo si rifugia nell’alcool dopo dei traumi. Nella droga. E non nei computer. Ma quelli erano “banausos”, erano “inutili” e giù altri insulti.

    Sinceramente questo suo atteggiamento mi fa un po’ schifo.

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  3. Pardon, il karoshi in realtà non è “suicidio per troppo lavoro”, ma “morte per troppo lavoro”. Ci sono comunque tantissimi casi di persone che decidono di farla finita perchè non ce la fanno più a fare quella vita, ma credo che vengano catalogati lo stesso come “karoshi”.
    Sempre in quel link parlano anche del “manuale del suicidio”, come suicidarsi se la propria vita è stata risucchiata dal lavoro.

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  4. Essendo uno Psico qualcosa (logo, per la precisione) che Uriel con così tanta felicità accorpa erroneamente agli psichiatri, mi sento chiamato in causa. E se fui bannato ai tempi fu proprio a causa di una discussione sulle qualità della Psicologia clinica.

    Uriel dice una cosa intelligente, ovvero che chi soffre (lo dico in senso ampissimo) sta semplicemente reagendo all’ambiente che lo circonda. Al netto di disturbi che hanno una causa neurologica, dall’anoressica alla vittima di bullismo i sintomi sono sempre adattamenti, reazioni all’ambiente che lo circonda.

    Ma se è vero questo, è falso che l’ambiente non viene considerato, anzi. I progetti di prevenzione del bullismo ci sono, e sono presenti proprio in quell’Italia tanto bistrattata. E se lo sono qui, lo sono sicuramente in Germania. Certo, non sono abbastanza, purtroppo le vittime ci sono sempre, ma ce ne sarebbero sicuramente molte altre senza quella prevenzione. E dei progetti solitamente se ne occupano gli psicoLOGI con tutte le loro declinazioni. Quindi gli PSICOLOGI si occupano di ambiente, in termini di prevenzione e di interventi di gruppo.

    D’altro canto è vero che si opera anche su chi soffre, anche quando la causa è ambientale, ma lo si fa per due semplici motivi: la persona SOFFRE e chiede di tornare a stare bene. Si interviene solo SU RICHIESTA, mai su libera scelta o costrizione.

    Sugli psichiatri che si “dimenticano” dell’ambiente, la cosa è banale: gli psichiatri non sono formati per intervenire sul territorio. Sono medici, non entro nel merito, ma curano LE PERSONE con delle pillole. E’ come accusare un chirurgo che opera le vittime di incidenti stradali di non intervenire in merito all’urbanistica. Certo, potrebbero dare “pillole” alla maggior parte delle persone, ma credo che questo tipo di intervento curativo non sia proprio quello tipico di una società rispettosa delle libertà altrui.

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    • Correggimi se sbaglio (sarai sicuramente più ferrato di me almeno a livello teorico), lo stress post traumatico non è così diffuso tra i militari come fanno pensare i film e non si riduce comunque solo ad avere incubi e non riuscire a dormire bene la notte.
      Detto questo, comunque, sarebbe stato interessante se Uriel avesse spiegato anche cosa dovrebbe fare, secondo lui, uno psicologo per fermare la guerra (o il bullismo per quanto vale).

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      • Ciao Gan’dol, guarda, dati precisi non ne ho. leggendo su internet sembra che in america si vada dal 20% al 40% dei soldati che rientrano dalle missioni, all’Italia che sfiora i 2-3 casi l’anno. C’è da dire che in America patologizzano tutto ed in Italia nascondiamo tutto sotto le coperte, quindi azzardiamo un 5%-10%. Credo che molto dipenda da quanto il soldato riceve sostegno sul campo e a casa.

        Non si parla solo di incubi, certo. Chi soffre di DPTS si sveglia di soprassalto, tende a essere constantemente ansioso, un qualsiasi suono rumoroso (un incidente di auto, ma anche molto meno) può fargli tornare alla mente i ricordi di guerra, facendoglieli rivivere. Neurologicamente parlando c’è una iper attivazione del sistema nervoso.

        Probabilmente per Uriel lo Psicologo dovrebbe diventare uno scudo umano. Per il bullismo ci vuole l’umiliazione per il bullo e il karate per la vittima (che ci stanno pure, eh. uno si subisce la riprova sociale, l’altro aumenta il suo senso di auto efficacia e autostima) Ma credo che Uriel sfidi in merito a questi argomenti solo per provocare. Lo Psicologo è un meccanico di auto, può ripararti le auto, dirti come fare per tenerla bene ma non ti può progettare un modello nuovo. Per quello ci vogliono gli ingegneri. Per le guerre ci vogliono i governi.

        Spero di averti risposto!

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        • Sì, grazie mille 🙂
          Comunque non lo so se Uriel provoca e basta. Il suo odio per gli psicologi e psichiatri, sempre mischiati assieme, che sarebbero tutti fuffari (tranne quelli che si rifanno ad Adler, o almeno così aveva scritto un paio di volte). Lui come motivazione del suo atteggiamento citava esperienze personali… ma quelle hanno il piccolo problema di essere, appunto, soggettive. E nel suo caso pure da prendere con le molle.

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          • Mi son mangiato un pezzo. Intendevo dire:
            “Il suo odio per gli psicologi e psichiatri, sempre mischiati assieme, e il fatto che sarebbero tutti fuffari (tranne quelli che si rifanno ad Adler, o almeno così aveva scritto un paio di volte) è qualcosa che cita ogni volta che l’argomento viene sfiorato”.

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            • è vero, è vero. Lui la psicologia la vede prettamente comportamentista: la mente è un costrutto della realtà, end of story, si possono misurare solo i comportamenti, tutto il resto è fuffa da gente che non vive la realtà. Forse per questo gli piace Adler, perché Adler parla di “educazione” come vettore per lo sviluppo psicologico. Ma il comportamentismo puro è scomparso almeno dagli anni ’60/70.

              Ora, il fatto è che non solo Adler ma IL 95% dei colleghi viventi pensa una cosa del genere, tranne per quei disturbi con matrice neurologica, la mente è un costrutto della realtà, ma contribuisce a costruirla (sennò non si spiegherebbero le diverse interpretazioni e significati ai medesimi eventi) e che per lui, tranne gli adleriani, siano pressoché tutti Freudiani. (cosa totalmente fuori dal mondo, visto che uno dei caposaldi della psicologia evolutiva moderna è BOWLBY che, con le sue teorie fu pesantemente attaccato PROPRIO dagli psicanalisti freudiani.)

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              • Dite quello che volete, ma il pezzo di Fanelli rispecchia perfettamente la mia esperienza con lo psicologo dell’ASL. Io stavo malissimo perche’ vivevo in una societa’ oggettivamente di merda (provincia di Palermo negli anni 90, e ho detto tutto), lo psico insisteva nel dire che la colpa era solo mia perche’ non mi sapevo adattare alla societa’. Per lui dovevo iniziare a parlare in dialetto stretto e a comportarmi come i miei coetanei perennemente cannati e rincoglioniti in modo da essere accettato dagli altri. Non gli passava neanche per la testa l’idea che avessi ragione nel non voler avere a che fare con quella societa’ di merda. Tu cosa ne dici, Minkiamouse?

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                • Minkiamouse, ti risponderà, se vuole, a parte.
                  Io posso solo dire che dalle esperienze personali, anche se soggettivamente sono di certo le più importanti, non si può generalizzare a tutta la realtà; a meno che non ci sia la prova che una parte significativa di queste esperienze coincidano.

                  Altrimenti io posso dire che a me la psicanalisi, per quelle poche esperienze che ho avuto, ha aiutato. Anzi, dovessi argomentare come Fanelli scriverei proprio questo, e, come affondo finale, concluderei che gli Hikikomori possono tirare fuori le palle o buttarsi sotto al treno se sono troppo deboli per vivere nella moderna società giapponese.
                  Ovviamente, se ci fosse bisogno di dirlo, non penso nemmeno di striscio una stronzata del genere. Anche perché essere Hikikomori, o almeno così dice l’articolo de Linkiesta di cui sopra, non significa semplicemente non uscire di casa per paura del mondo esterno e usare tanto il computer.

                  Ah si, poi se si vuole tirare fuori un pippone di critica enorme alla società Giapponese sarebbe anche carino avere qualche prova a sostegno della propria tesi. Intendo dati veri. Black Rain è un film carino, ma non conta.

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                • Ciao Rettiliano Verace. Da quanto mi hai detto, ti do’ due interpretazioni del suo comportamento.
                  La prima è che un cojone. Lui in primis ti valutava come “disadattato colpevole” della tua situazione e per lui l’unico modo per risolverla era adeguarsi.

                  La seconda era che anche secondo lui la società attorno a te era una società di merda ma che, siccome non si può cambiare la società, tanto vale adeguarsi per sopravvivere.

                  In entrambi casi fa una Cazzata: ti da una soluzione anziché cercarla con te. A prescindere dal contenuto della soluzione, essa non nasce da un confronto del suo punto di vista “tecnico” e dai tuoi valori, dalle tue convinzioni e dai tuoi criteri. Il suo è stato un errore di processo.

                  Incolla il suo punto di vista anziché ascoltare il tuo. Mi spiace che sia finito con uno così. Spero che dopo tu te la sia cavata.

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                  • Certo, me la sono cavata, ma solo dopo essere emigrato e dopo avere passato anni di merda. Rimane il fatto che sono andato dal tuo collega come paziente, e ho trovato esattamente quello che descriveva Fanelli: un coglione supponente che bolla il paziente come “sbagliato” invece di capire che i problemi sono sociali. Ovviamente non chiedo allo psico di cambiare la societa’, ma solo di non trattare il paziente come un pezzo difettoso. Sai bene che lo stesso problema viene curato in modo completamente differente se lo si considera come causato dal paziente o causato dalla societa’ che ha attorno…

                    Insomma, nella mia esperienza, lo psicologo si e’ rivelato un inutile testa di minchia che ha fatto piu’ danni che altro. I rest my case.

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                    • Perdona la domanda, Rettiliano Verace: “i rest my case” significa “Rimango della mia opinione?” Nel caso, ci mancherebbe altro! Non era mia intenzione farlo. Chi sono io per venirtela a modificare? Nessuno. Anche perché generalizzare è un diritto di chiunque, imho.

                      Purtroppo quello che lamenti succede. Io più che fare al meglio il mio lavoro non posso fare.

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  5. Magari la wicca-wicca di fanelliana memoria, evolvendosi, l’ha portato tra le braccia di Tom Cruise e soci, e il suo ego mostruoso da seggio all’ONU (onore a Raphael) a identificarsi col fondatore di Scientology, ma l’idiosincrasia verso gli psico qualcosa da dove gli arriva? Io sapevo del prete anti-gaytudine ma non di interventi strizzacervelli sul suo preziosissimo processore biologico.

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